
Rinascere in Uganda. Le storie delle donne di Rose

“E’ come se fossi nata in quel giorno”, racconta una ragazza accolta nella scuola Luigi Giussani High School di Kampala (Uganda) ed è una frase che condensa il senso della mostra del Meeting di Rimini “Tu sei un valore. Le donne di Rose”.
Storie di rinascita e redenzione, dure e drammatiche, spesso tragiche come quelle raccontate da molte di loro, rapite a partire dalla metà degli anni Ottanta dall’Esercito di resistenza del signore (Lra) agli ordini del sanguinario Joseph Kony che devastò i villaggi nei distretti di Gulu, Kitgum, Pader, Lira, Apac Katakwy e Soroti. In quegli anni i ribelli sequestrarono oltre 20 mila bambini e 15 mila donne e uccisero almeno 100 mila persone.
Fatti a pezzi col machete e mangiati
Ma i numeri rendono soltanto lontanamente l’idea dell’inferno che visse l’Uganda in quegli anni. Per addentrarvisi occorre ascoltare le testimonianze in prima persona di alcune di queste donne: stupri, sevizie, torture, bambini costretti a fare a pezzi col machete altri prigionieri, poi messi in una grande pentola a cuocere per essere divorati.
E dopo la devastazione, un esercito di donne infettate dal virus dell’Hiv che si riversa dalle foreste, dove erano tenute prigioniere come schiave, nei villaggi e anche qui evitate da tutti, schifate, umiliate, di nuovo emarginate.
Da Tiboni a Giussani
Qui inizia il racconto di Rose Busingye, infermiera, e del suo Meeting Point di Kampala, dove queste donne rinascono, ritrovano posto nel mondo, vengono “ripartorite” spiritualmente, tornando a vivere o, forse non è azzardato dire, “cominciando a vivere”.
Rose ha conosciuto il movimento di Comunione e Liberazione grazie a padre Pietro Tiboni, energico missionario comboniano che arrivò in Uganda nel 1970 e lì costruì una delle più vivaci comunità del movimento in Africa. Tramite Tiboni, Rose conobbe il fondatore don Luigi Giussani instaurando con lui un rapporto filiale.
Spaccare pietre per gli amici italiani
Il resto è bene non raccontarlo per non rovinare troppo la sorpresa a chi vorrà visitare questa mostra in cui si possono vedere i frutti della presenza del movimento ciellino in Africa, con meravigliose fotografie e video di gente allegra, colorata, in una parola “felice”, sebbene la vita sia dura, i problemi continui, l’happy end una cosa che funziona solo al cinema.
Però, certamente, gente cambiata. Fino a decidere, come in occasione dell’uragano Katrina negli Stati Uniti nel 2005 e il terremoto all’Aquila nel 2009, di raccogliere fondi per le popolazioni colpite. Come? Spaccando pietre nelle cave. Un chilo di ghiaia vale 0,70 centesimi, per Katrina furono raccolti 900 dollari, per l’Aquila 1000 euro. Quando chiesero loro perché l’avessero fatto, dissero solo: “Perché il nostro cuore è internazionale”.
Foto Flickr Meeting
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