
Responsabile di reparto stati vegetativi: «Investiamo in case famiglia aperte, dove stare con i propri malati quando si vuole»
Calcolando la spesa per mantenere quanti vivono in coma vegetativo risulta che, pagando loro una badante a tempo pieno, l’assistenza fisioterapica e infermieristica domiciliare lo Stato spenderebbe meno che a tenerli in ospedale. Allora perché si danno così pochi contributi alle persone che desiderano portare a casa i loro cari?
Giambattista Guizzetti, responsabile del reparto stati vegetativi dell’Istituto Don Orione di Bergamo, dice che «è vero che chi vuole portarli a casa deve essere in grado di farlo, ma fare un discorso di costi mi sembra rischioso. Se anche si spendesse tantissimo, queste persone andrebbero comunque aiutate». La situazione, poi, non è semplice come sembra.
Per il medico «ci sono persone che non riescono in nessun modo a tenere i parenti a domicilio, anche se vogliono star loro vicino». Nell’Istituto bergamasco ad esempio c’è una mamma di quattro bimbi. «In questo caso – prosegue Guizzetti – non si può pensare di dimettere la paziente, con il marito che durante il giorno lavora. Per questo io penso che bisognerebbe investire in strutture apposite. Penso a vere e proprie case famiglia aperte, dove venire a stare con i propri malati quando si vuole».
Non importa quindi se l’assistenza costa meno a casa o in una struttura apposita, «quello che conta è che sia pagata per sostenere le famiglie dei malati, bisognose d’aiuto». «Malati» ricorda Guizzetti pensando a quanto fu fatto credere due anni fa, «che sono vivi come lo era Eluana, e che non hanno nulla a che vedere con l’immagine mortifera propinata da certi media».
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