Responsabile di reparto stati vegetativi: «Investiamo in case famiglia aperte, dove stare con i propri malati quando si vuole»

Di Benedetta Frigerio
09 Febbraio 2011
Allo Stato costa meno curare i pazienti in stato vegetativo a casa, rispetto a tenerli in ospedale. Giambattista Guizzetti, medico dell’Istituto Don Orione di Bergamo: «Se anche si spendesse tantissimo, queste persone andrebbero comunque aiutate. Conta solo che l'assistenza sia pagata per sostenere le famiglie dei malati»

Calcolando la spesa per mantenere quanti vivono in coma vegetativo risulta che, pagando loro una badante a tempo pieno, l’assistenza fisioterapica e infermieristica domiciliare lo Stato spenderebbe meno che a tenerli in ospedale. Allora perché si danno così pochi contributi alle persone che desiderano portare a casa i loro cari?

Giambattista Guizzetti, responsabile del reparto stati vegetativi dell’Istituto Don Orione di Bergamo, dice che «è vero che chi vuole portarli a casa deve essere in grado di farlo, ma fare un discorso di costi mi sembra rischioso. Se anche si spendesse tantissimo, queste persone andrebbero comunque aiutate». La situazione, poi, non è semplice come sembra.

Per il medico «ci sono persone che non riescono in nessun modo a tenere i parenti a domicilio, anche se vogliono star loro vicino». Nell’Istituto bergamasco ad esempio c’è una mamma di quattro bimbi. «In questo caso – prosegue Guizzetti – non si può pensare di dimettere la paziente, con il marito che durante il giorno lavora. Per questo io penso che bisognerebbe investire in strutture apposite. Penso a vere e proprie case famiglia aperte, dove venire a stare con i propri malati quando si vuole».

Non importa quindi se l’assistenza costa meno a casa o in una struttura apposita, «quello che conta è che sia pagata per sostenere le famiglie dei malati, bisognose d’aiuto». «Malati» ricorda Guizzetti pensando a quanto fu fatto credere due anni fa, «che sono vivi come lo era Eluana, e che non hanno nulla a che vedere con l’immagine mortifera propinata da certi media».

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