Non se ne può più dell’egemonia culturale della sinistra, ma Berlusconi in 20 anni cos’ha fatto?

Di Mattia Feltri
24 Giugno 2013
La superiorità antropologica della sinistra, rappresentata dalla Repubblica delle Idee, ci ha stufato ma la destra non è riuscita ad offrire un'alternativa

Con una spettacolare doppietta, giorni fa il Foglio di Giuliano Ferrara ha introdotto la questione. Da principio Andrea Marcenaro, nella sua rubrica quotidiana, immaginando quella catasta d’intelligenza riunita a Firenze dalla Repubblica delle Idee – naturalmente con la “i” maiuscola – e diciamo Alessandro Baricco, Umberto Eco, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky eccetera, eccetera, col formidabile peso della cultura non meno che enciclopedica: tutti a convegno per dire “Berlusconi merda”. Due mattine dopo, nella pagina della posta, il direttore spendeva una trentina di righe nell’esprimere il fastidio e la noia mortale per la dottrina dell’ovvio, del bello e del buono, incontrovertibile come l’espressione “la mafia è cattiva”, un piccolo manicheismo calzante a tutte le taglie, un bell’alibi per dirsi l’Italia migliore, e però – concludeva Ferrara – questa è la Repubblica delle Idee «ma se cominciassimo a imparare qualcosa, da come si sta a tavola a come si legge un buon libro, quello no?».

Qui ognuno deve fare i conti con la libreria che ha in casa e le macchie di sugo che ha sulla camicia, ma se si pensa a una colpa collettiva, quella ascrivibile alla destra italiana – a qualsiasi destra imposta dal bipolarismo, post-missina, socialista anticomunista, liberale, democristiana, puramente reduce del pentapartito o leghista – è una colpa totale e senza perdono. Si sono spesi vent’anni, quelli trascorsi dall’appoggio di Silvio Berlusconi alla candidatura di Gianfranco Fini per il Campidoglio (autunno 1993), a contrastare colpo su colpo la cultura progressista nei suoi numerosi ed eterogenei sacerdoti, da Alberto Asor Rosa a Roberto Benigni, da Paolo Flores d’Arcais a Corrado Guzzanti, da Barbara Spinelli a Nanni Moretti. L’Italia descritta dall’utopismo pop di Walter Veltroni o dal moralismo univoco di Michele Santoro, dal femminismo saccente di Natalia Aspesi o dal giustizialismo rancoroso di Marco Travaglio, è l’Italia che sulla pelle di destra faceva spuntare foruncoli. C’era e c’è un’allergia esibita per la superiorità antropologica che la sinistra si è autoattribuita e per la quale si concede un vitalizio di autoassoluzione.

Bene, tutto questo è normale, è condivisibile. Orrore per il manicheismo, per l’antipolitica consolatoria, per la mitologia della società civile, per il pacifismo ipocrita, per l’antifascismo eterno e bolso che marchia di filofascimo chiunque non lo abbracci, per il totem della Costituzione, per il puritanesimo febbrile. Orrore per la classificazione sprezzante dell’avversario, che deve giusto scegliersi la casella: mafioso? Tangentaro? Stragista? Razzista? Servo? Ladro? Però.

Qualcosa oltre l’antitesi?
Però, oltre all’antitesi, la destra che cosa ha proposto? Oltre all’antitesi automatica, immediata, di istintivo riflesso, qual è l’Italia alternativa che si è immaginato e si è cercato di costruire? Berlusconi, i suoi ormai dispersi alleati, i suoi precari luogotenenti, le sue televisioni, le sue case editrici, quale tipo di paese hanno delineato in questi vent’anni? E, evitiamo equivoci, non si sta dicendo il progetto di Italia anche abbastanza preciso venuto fuori da settanta o ottantamila comizi. Quell’Italia lì, di cui Berlusconi parlò da Arcore con la calza sulla telecamera, quella della meritocrazia, della sana competizione, dello Stato leggero, antiburocratica, del riequilibrio dei poteri incrinato da Mani pulite, della riduzione fiscale, anticorporativa, federalista, ecco, quell’Italia è rimasta nelle promesse e nei sogni. Morì nel medesimo istante in cui, vinte le elezioni del 1994, al ministero dell’Economia andò Giulio Tremonti, prelevato dal Patto Segni, e non il liberale Antonio Martino parcheggiato agli Esteri. Traduzione: morì di parto.

Si sta dicendo, in venti anni di cui la metà trascorsi al governo del paese, quale altra Italia è venuta fuori? In che cosa è cambiata? Nel conflitto permanente col centrosinistra, il centrodestra quale visione ha opposto, fuori dal recinto del palco? Quale è l’assetto istituzionale a cui si è lavorato per rendere il paese aggiornato alla Seconda repubblica, all’Europa, alla velocità d’esecuzione imposta ai governi? Come sono cambiati i rapporti di forza fra esecutivo e legislativo? E Berlusconi, affranto dalla macchinosità con cui si arriva all’approvazione delle leggi, infine annacquate, quali contromisure ha studiato per accelerare e affilare la pratica? Se la soluzione impercorribile è ottenere il 51 per cento nelle urne, quale disegno diverso ha tratteggiato? Come è stata rimodellata la Costituzione per esempio davanti alla mutata legge elettorale, col referendum per il maggioritario del 1993, e alla mutata prassi? È entrata nella Carta quella correzione minima secondo cui il premier, come è stato di fatto, viene eletto direttamente dal popolo e, caduto lui, si torna a votare?

Quale struttura economica si è fatta avanti? Non certo la rivoluzione, ma il riformismo liberale come si è concretizzato? Come si sono combattute le corporazioni? Come si sono affrontati i privilegi di casta? Come si sono liberalizzate le professioni? Come si sono snellite le procedure ministeriali, quelle del credito, quelle della tassazione? Come si è allentata la pressione fiscale? In quale modo si è pensato, se non di contrastare ferocemente l’evasione fiscale, di riconquistare gli evasori alla causa della contribuzione? Come si è ripensata la pubblica amministrazione nel suo complesso, compresa la riduzione dello sterminato personale e l’aumento della produttività? Quali sono stati i provvedimenti strutturali di sostegno all’impresa tanta cara al leader dei conservatori? Come si è inciso sul cuneo fiscale? Come si è agevolato l’export? Che cosa si aveva in testa e come lo si è tradotto nei fatti?

Potere politico e giudiziario
Come si è messo mano alla giustizia? Dopo la notte in cui la Costituzione venne modificata con la cancellazione dell’immunità parlamentare, che cosa si è fatto per irrobustire il potere politico indebolito davanti al potere giudiziario? È arrivata la separazione delle carriere? È stato equiparato il ruolo del magistrato dell’accusa e quello dell’avvocato della difesa? Dopo i problemi emersi con Mani pulite, la questione della carcerazione preventiva come è stata affrontata? E quella dell’affollamento delle carceri? L’inappellabilità per i pm? Qual è stato il sistema di giustizia a cui si è lavorato per offrire una proposta più appetibile di quella propagata da Antonio Di Pietro, Giancarlo Caselli, il Fatto quotidiano? Quali studiosi hanno delineato un sistema che andasse oltre le decine di leggi ad personam buttate lì ogni volta che un processo ad personam intentato al sire di Arcore necessitasse di una contromisura? Oggi, rispetto al 1993 e al 1994, su quali ipotesi stiamo ragionando?

Qual è la Rai voluta dal centrodestra? Qual è la tv pubblica che Berlusconi intende offrirci? Deve avere ancora tre reti? Deve avere ancora reti di riferimento di un partito o di quell’altro, in base a chi sta al comando e chi all’opposizione? Deve continuare a essere lo specchio di Mediaset – e viceversa – con una rete finto paludata (Rai1 e Canale 5), una rete finto giovane (Rai2 e Italia1), una rete di vera militanza (Rai3 e Retequattro)? Come si è pensato di elevare il concetto di servizio pubblico? Che tipo di palinsesti si ritiene di promuovere per uscire dalla retorica tanto detestata? Che cosa dovrebbe raccontare la Rai per superare gli schemi così esecrati del talk show alla Giovanni Floris e dell’intrattenimento alla Dario Vergassola? Se davvero quello è l’orrore, la cultura dirimpettaia di centrodestra quali giornalisti o comici ha individuato? Chi si è incaricato di raccontare il mondo da un altro punto di vista, e non in forma belligerante, ma dialettica? Quale mondo della cultura è nato in vent’anni attorno all’esperienza politica di Berlusconi? Il Sanremo di Tony Renis? Le canzoni di Van de Sfroos? Le fiction di Renzo Martinelli? Come si sono aiutati i registi che intendevano emergere senza sposare una causa ideologica o di schieramento?

E i giovani musicisti? Come si è pensato di liberare energie creative per evitare che restassero prigioniere dell’industria della propaganda di sinistra? Come si è adeguata la politica editoriale? Si sono organizzati festival o premi aperti alle voci non scontate? In sintesi, quali rimedi sono stati adottati all’egemonia culturale di sinistra, che non fosse una reiterata e sguaiata denuncia, o qualche vaga contrapposizione muscolare e dunque sterile? Il modello eccellente della sanità lombarda, come è stato portato nel resto d’Italia? Quale studio ha ricondotto il welfare fuori dall’assistenzialismo? Quale modello di città si è fatto avanti? Quale architettura? Quale urbanistica? Quale politica energetica? Quale tipo di scuola (a parte gli sforzi di Mariastella Gelmini)? Come sono stati introdotti inglese e informatica alle elementari? Come si è affrontato il baronaggio nelle università? E come l’università di destra si è messa alle calcagna dell’università anglosassone? Quale politologia si è sviluppata? Quale storiografia? Quale informazione? Insomma, l’Italia che usciva dal pantano finale della Prima repubblica, e che era l’Italia diversa da quella difesa dai postcomunisti e dai loro alleati, che Italia era? E che Italia è? Dov’è?

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10 commenti

  1. andrea

    l’egemonia culturale della sinistra è solo una conseguenza della inconsistenza di una classe intellettuale di centro/destra. Tutto qui: non ci sono dei Montallelli all’orizzonte.

    Berlusconi non c’entra un fico secco: non è una cosa che si crea a tavolino. L’unica sua colpa, forse, è di non aver creato una classe dirigente in grado di sostituirlo: la miserevole (politicamente) fine di Alfano (quello che doveva mangiarseli tutti a colazione, pranzo e cena) ne è la prova più lampante.

    Altresì è vero che nel centro destra non ci sia nessuno che abbia le palle di venire fuori e proporsi come alternativa: preferiscono il sottobosco decisionale e comode posizioni di rendita assecondando il capo.

    1. Giulio Dante Guerra

      Come “intellettuale di centro-destra” mi sento in dovere di rispondere. Credo di avere i numeri per qualificarmi come tale, e, forse, anche come “scienziato di livello internazionale”: sono un Primo Ricercatore CNR in pensione; autore di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e contributi a congressi scientifici nazionali e internazionali, sulla polimerizzazione ionica ed elettroiniziata, e sui biomateriali; nel 1985 sono stato fra i fondatori della Società Italiana di Biomateriali, che mi ha recentemente attribuito, secondo in assoluto, il titolo di Socio Onorario della medesima. Per quanto riguarda il mio impegno nell’area di centro-destra, lasciando da parte l’aver “dato una mano” – volantinaggio, niente di più! – a 12 anni non ancora compiuti, alla campagna elettorale 1958 del Partito Monarchico Popolare, dove mio padre era candidato al Senato, agli albori della c.d. “seconda repubblica” ho fatto parte, come “esperto non iscritto”, della Consulta per l’Università e la Ricerca di Alleanza Nazionale, fino a quando i “politici di professione” non hanno deciso di affossarla, forse nel timore che potesse servire “da trampolino” per l’ingresso in politica del suo presidente d’allora, il fisico Gian Vittorio Pallottino; il quale, invece, sarebbe stato un titolare del MIUR decisamente migliore della Moratti e della Gelmini. Bene, qualcuno si ricorda d’avermi mai visto – ma neanche Pallottino, se è per questo! – comparire sugli schermi di Mediaset – quelle che dovrebbero essere “le TV di Berlusconi”! – come esperto di problemi della ricerca? No, perché non mi hanno mai chiamato! I c.d. “programmi culturali” di quelle TV sono sempre stati gestiti da Maurizio Costanzo, da sua moglie e da altri “transfughi” dell'”intellighentzia” di sinistra. Come sono state “messe da parte” due “teste pensanti” del PDL, Patrizia Paoletti Tangheroni e Alfredo Mantovano, l’ho già scritto in un commento a un articolo d’argomento analogo. Patrizia – nata al Cairo da genitori italiani, e madre adottiva di tre giovani africane, tutsi ruandesi – è un tecnico laureato del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Pisa, che è stata a lungo “distaccata” presso gli organi dell’ONU, come esperta di problemi del Terzo Mondo, e dell’Africa in particolare: ma i governi di centro-destra non hanno mai fatto tesoro di queste sue competenze, a livello governativo. Ha ricevuto, è vero, una commenda, per l’attività a favore della famiglia svolta nei parlamenti italiano ed europeo: ma dalla Santa Sede, quella della Rosa d’Oro pontificia, non da un governo di centro-destra italiano! Quanto ad Alfredo, non è solo uno degli apparentemente pochi PM estranei, anzi, contrari, alla cricca delle “toghe rosse”: è anche un giurista, autore di articoli e libri sui problemi della giustizia; ma, nei governi di centro-destra, è sempre stato sottosegretario agli interni, mai alla giustizia: misteri della politica!
      Concludo: se la cultura di centro-destra è “snobbata” anche dalle TV di Mediaset; se le “teste pensanti” di quest’area entrate in politica sono state prima sotto-impiegate e poi messe da parte; che cosa potevamo aspettarci, se non il tracollo a cui stiamo assistendo? Non è mai troppo tardi per rimediare, o almeno cercare: ma bisogna muoversi presto.

  2. Giulio Dante Guerra

    Non diamo tutta la colpa a Berlusconi. Che facevano tutti i legulei che hanno poi riempito la forza politica da lui portata avanti, quando i loro compagni d’università ex-sessantottari studiavano per prepararsi al concorso in magistratura? E i laureati in altre discipline, quando i corrispondenti ex-sessantottari si “davano da fare” – anche con parecchio servilismo verso i fino a poco prima contestatissimi “baroni” – per ottenere una borsa di studio, che aprisse loro la strada verso la docenza universitaria? Tralascio, per brevità, quanto mi è stato difficile entrare al CNR, e come, all’interno dello stesso, mi è stato, di fatto, impossibile “fare carriera”.

  3. Cisco

    L’illusione è stata quella di pensare che un miliardario affarista potessere essere portatore di una cultura liberalpopolare. E a maggior ragione dopo essersi alleato con Alleanza Nazionale, forse il partito più corpoativista e statalista dopo il vecchio PCI, e con la Lega Nord, che di certo non fa della cultura nazionale il proprio cavallo di battaglia. Insomma non è tutta colpa di Berlusconi, ma è lui il responsabile e speriamo che se ne vada presto

    1. ragnar

      E io spero anche nella secessione del Nord dal resto d’Italia.

    2. Giulio Dante Guerra

      E chi ci si dovrebbe mettere al suo posto? Sua figlia Marina, come diceva stamattina un TG, di Mediaset, quindi bene informato? Come dicono qui a Pisa: Gao! Bella ‘hiappa! Considerando certe dichiarazioni della medesima in materia di “principi non negoziabili”, che lei sembra disposta a negoziare 5 volte al giorno, e all’impostazione, da me ricordata più sotto, delle “trasmissioni culturali” nelle TV da lei dirette, la deriva del PDL verso il radicalismo sarebbe completa. Qui rimane solo da sperare nella discesa in politica dell’Elefante; ma in modo intelligente, non come l’altra volta, quando riuscì solo a disperdere vori.

  4. francesco taddei

    o si vota l’inelegibilità o si cominciano a fare congressi con mozioni e ricambio di classe dirigente, chiarendo allo zio silvio che deve farsi da parte. vedendo lupi, formigoni e gasparri mi convinco che è solo utopia.

    1. ragnar

      Se il Formigoni non fosse quello vero ma quello di Crozza, forse qualche speranza ce l’avrei. Assolutissimamente!
      La realtá é che il M5S era partito con i presupposti giusti ma ha finito per infighettarsi come un PD qualunque.
      La soluzione é solo una: circondare senato e camera con una muraglia umana e non lasciare uscire nessuno fino a quando non ratificano le seguenti riforme: riduzione del numero dei parlamentari (da quasi 1000 a non piú di 100), abolizione del porcellum, riduzione dell’IVA dal 22% al 14%, riduzione della pressione fiscale sulle imprese dal 77% a non piú del 25% e messa sul lastrico di almeno 3.5 dei 4 milioni di dipendenti pubblici (cioé licenziati senza cassa integrazione o pensione).
      Questo ovviamente comporta un’insurrezione armata (se ci scappa il morto tra i politici non me ne dispiaccio).

    2. ragnar

      Ah, dimenticavo. Le altre riforme sono: azzeramento del potere di PM (ridimensionamento) e sindacati (soppressione), trasformazione delle carceri in campi di lavoro con la regola che chi non lavora non mangia e lo stato si prende il 75% di quello che produci.

  5. Quercia

    Ma alleluja.

    Io oserei dire “Comunista!!!!”

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