
Renzi, Renzi, Renzi. C’è solo Renzi in tutte le salse. E non sarebbe nemmeno un problema, se almeno combinasse qualcosa

Quando giunse al governo, Matteo Renzi promise una riforma al mese. Dopo oltre sei mesi, abbiamo solo brandelli di hashtag e assicurazioni di future coperture, tavoli, grandi campagne d’ascolto. E sai che novità. La settimana scorsa su Tempi Alfredo Mantovano ha fatto notare che, mentre non sono ancora apprezzabili i risultati del governo sulle riforme maggiormente necessarie al paese (fisco, lavoro, pubblica amministrazione), procedono speditamente i cambiamenti su temi (eterologa, marijuana, divorzio brevissimo) su cui il premier non si esprime, ma lascia fare. Detto in uno slogan: quel che dice, non fa. Quel che fa, non dice.
Renzi si è assunto un compito gravoso, e questo tutti lo sanno. I numeri – li ha ricordati lunedì l’Ocse – sono lì a testimoniare che solo uno stolto potrebbe pensare che basti la politica o un politico per non ammattire intorno al rompicapo della ripresa. Ma resta il fatto che il presidente del Consiglio, assieme a tante zavorre, ha goduto anche di una congiuntura sostanzialmente eccezionale per mostrare il suo famoso “cambio di verso”: il beneplacito dei media – oggi un po’ più insofferenti –, la scomparsa dell’opposizione con il tacito “appoggio esterno” di Forza Italia, l’inabissarsi nel dimenticatoio delle goliardate di Grillo.
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito ha notato che, a una mancanza di risultati dell’esecutivo, non corrisponde un calo dei consensi del premier. Strano, eppure comprensibile non essendoci alternativa a Renzi. Sullo stesso giornale, Giannelli ha ben rappresentato in una vignetta la situazione: accomodati sulle sedie del governo e dell’opposizione nel salotto tv di Bruno Vespa ci sono il presidente del Consiglio e il segretario del Pd: sempre Renzi, insomma.
Un bene o un male? Certamente è un male se il premier, come finora è parso, si limiterà a scelte che non intaccano il suo consenso, evitando accuratamente di pestare nel mortaio della magistratura (la storia delle ferie è solletico, suvvia), della burocrazia, dei sindacati, del fisco, di tutto ciò che fa ingrassare il pachiderma statale e affamare la creatività sociale. Ma Renzi, come prima di lui Berlusconi, non è l’alfa e l’omega dell’Italia. Lui è uno che è arrivato al potere con la necessaria dose di cattiveria e ipocrisia. Voleva il potere e se l’è preso. Ora sarebbe solo il caso che lo usasse per qualcosa di più impegnativo di un selfie.
Ma quel che è più preoccupante registrare è la generale “stanchezza” e sfiducia che si respira nel dibattito pubblico italiano. Fino a qualche tempo fa, ci si lamentava che l’Italia fosse il paese delle campagne elettorali permanenti. Risse continue e fuligginosi richiami ad «abbassare i toni». Oggi, tutto tace. In un passaggio dall’estremo all’altro, rimane la constatazione che ad essere diventata evanescente è la spinta pre-politica che nasceva in quei luoghi – una volta si chiamavano “corpi intermedi” – di maggior vivacità sociale. Anche lì, tutto tace. Dove sono finiti? Che dicono? Che fanno? Senza contesti che avanzino proposte politiche è inevitabile che ci si ritrovi tutti prima o poi, come ignavi danteschi, a correre dietro al primo vessillo svolazzante.
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