Rachele, la madre guerriera

Di Rodolfo Casadei
22 Febbraio 2001
Perché le ragazze ugandesi fanno la fila per essere ammesse in una scuola difesa dalle mitragliatrici e obiettivo delle incursioni dei guerriglieri? Perché lì missionarie comboniane e insegnanti locali sono vere madri e veri padri, pronti a rischiare la vita per le loro “figlie”. Come dimostra l’epopea di suor Rachele Fassera, la vicedirettrice.…

Anfibi lucidi, pantaloni della mimetica puliti di lavatoio, torsi nudi scultorei, tre soldati ugandesi giocano fiaccamente a carte sotto una tettoia. Ma la mitragliatrice pesante appoggiata su un treppiede e il lungo muro di cinta che fugge in prospettiva non lasciano dubbi: dietro quella palizzata deve esserci qualcosa di importante. Una caserma? Qualche infrastruttura strategica? No. Qui ad Aboke, borgo rurale a metà strada fra Gulu e Lira, una guarnigione di 100 militari fa la guardia a una scuola femminile con 300 ragazze e 3 suore comboniane. Certo, quella di Aboke è una scuola un po’ speciale. Poco più di 4 anni fa una masnada di guerriglieri dell’Lra la prese d’assalto nottetempo e rapì 139 ragazze, destinate a diventare le “mogli” dei capi ribelli. Suor Rachele Fassera, la vicedirettrice, insieme ad un insegnante si gettò all’inseguimento dei rapitori, li raggiunse e, dopo una drammatica trattativa, riuscì a ottenere la liberazione di 109. Ma la storia non finì lì: le suore di Aboke insieme alle famiglie delle ragazze organizzarono un’associazione che da allora si batte per la liberazione di tutti i minorenni rapiti dai ribelli nell’ultimo decennio per farne dei combattenti. Un fatto del tutto nuovo nel nord Uganda dove, per timore di rappresaglie, nessuna comunità e nessun gruppo politico ha mai preso apertamente posizione contro i rapimenti. Per le sue “figlie” e per la liberazione di tutti i sequestrati Rachele ha mobilitato una dozzina di capi di Stato africani e non, visitato una decina di capitali e i campi dell’Lra in Sudan, ma 20 ragazze mancano ancora all’appello, 9 si sono liberate da sé e una risulta uccisa. Non è un caso che il movimento per la liberazione dei bambini ugandesi rapiti sia nato ad Aboke. Qui l’immagine della scuola come una famiglia dove le suore e gli insegnanti sono madri e padri, e le ragazze sono le figlie, non ha nulla di retorico. Nonostante provengano da etnie spesso in lotta fra loro o addirittura tradizionalmente nemiche – acholi, lango, lugbara, karimojong – le ragazze fanno amicizia e studiano insieme. Ogni aspetto della loro formazione e ogni loro bisogno è oggetto di grande dedizione. Le rette, pari a 150 mila scellini a trimestre, sono inferiori di un quarto a quelle delle altre scuole private, e nonostante questo alle studentesse sono offerti tre pasti abbondanti al giorno, visite mediche e medicinali gratuiti, la disponibilità dei libri di testo che vengono passati da una classe all’altra dopo attenta ri-rilegatura. I problemi personali sono affrontati in spirito di amore materno: nelle scuole pubbliche la gravidanza è punita con l’espulsione, ad Aboke, invece, quando qualche studentessa resta incinta le suore fanno tutto il possibile affinché possa continuare a studiare o almeno venga sposata. Tutte le ragazze che sono riuscite a fuggire dalla prigionia si sono reinserite nella scuola senza i problemi di disadattamento tipici degli altri bambini rapiti (fra i quali il tasso di abbandono scolastico sfiora il 70 per cento), nonostante abbiano tutte vissuto esperienze terribili. L’anno scorso le richieste di iscrizione sono state 220 per 60 posti. Una scuola che merita davvero di essere difesa armi alla mano.

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