
Quel gran Papa Bonifacio VIII
Nella distinzione un po’ farisaica tra papi buoni e papi cattivi Bonifacio VIII è stato sicuramente catalogato nella seconda schiera. La damnatio memoriae era iniziata subito dopo la sua morte, merito anche di Dante che nel volgere di pochi mesi (quelli che intercorrono tra la fine del papa e la stesura dell’Inferno) aveva cacciato l’ex custode di Pietro tra le braccia di Lucifero. Eppure Bonifacio VIII aveva avuto per primo l’idea che oggi riempie di entusiasmo e commozione anche i più accaniti farisei: il Giubileo. A raccontare la storia di quell’illustre precedente è un libro straordinario, ripubblicato oggi da Laterza, ma scritto oltre 40 anni fa. Autore ne è Arsenio Frugoni, grande storico, che in poco più di 100 pagine, ricostruisce con precisione e minuzia appassionante il Giubileo del 1300 di Bonifacio VIII (capita purtroppo sempre più di rado di leggere libri così densi e così ragionati, in ogni riga, in ogni virgola, dove la storia prende un respiro, grande, drammatico, tacitiano). Dal libro di Frugoni possiamo apprendere tre cose interessanti. La prima: non fu il Papa a indire il Giubileo, ma fu un imprevedibile, e tuttora inspiegato, afflusso di pellegrini a Roma nel Natale 1300 a indurre Bonifacio VIII, nel febbraio (quindi fu un annuncio con effetto retrodatato) a emanare la celebre Bolla. Bonifacio aderì a quell’input venuto dal popolo comune; e poi colse, con grande fiuto politico, l’occasione di rafforzare la sua posizione, molto esposta sul fronte di alcune famiglie romane e di alcune potenze straniere (la Francia in particolare). La seconda cosa riguarda la figura del Papa stesso. Ne hanno fatto un ricettacolo di ogni peccato, un po’ come sarebbe successo 200 anni dopo con Alessandro VI Borgia (un papa che aveva difetti da vendere, ma che fu un fedele custode della memoria cristiana; cioè che fu fedele al suo primo compito). In realtà Bonifacio, spregiudicato e irruente, si trovò a traghettare la Chiesa fuori da uno choc devastante: le dimissioni di un Papa, come Celestino V. Un fatto che non aveva precedenti nella storia cattolica. A differenza di quanto la vulgata ha poi diffuso, Celestino, aveva seminato terribili mine nel territorio della Chiesa, aprendo una breccia minacciosa a tutte le correnti spiritualiste, derivate dal millenarismo semieretico di Gioacchino da Fiore. Celestino probabilmente fu a suo modo un puro, ma certo, come spesso capita ai puri, si era esposto a troppi ricatti e troppe prevaricazioni. Quando Bonifacio VIII sale al trono pontificio deve imprimere una sterzata brutale alla barca di Pietro. Il libro di Frugoni non sposa la causa di Bonifacio, ma con la sua prosa serratissima, rende l’atmosfera drammatica in cui il Papa si trova ad agire. E in questo modo gli rende giustizia (non dimentichiamo che anche Andreotti, altro maestro di realismo, pochi anni fa, in un processo pubblico organizzato ad Anagni, aveva assolto Bonifacio). La terza lezione del libro, riguarda la figura dei pellegrini. La parola che li definisce, significava che erano lontani dalla patria, cioè che erano senza patria. E andavano a Roma per avere una diminuzione della pena per i loro peccati (cioè le indulgenze). Teniamolo presente se ci capiterà di essere pellegrini…
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