
Quei falsi Giacobini importati dall’Italia
Non fosse per le pessime prospettive che il fenomeno annuncia, si potrebbe farne materia di orgoglio nazionale: per la prima volta da due secoli a questa parte è la Francia che scimmiotta un fenomeno politico-istituzionale italiano, e non viceversa. Da qualche anno, infatti, la sindrome di Mani Pulite ha contagiato gli affari pubblici transalpini: i procuratori, confortati dal sostegno dei media e, stando ai sondaggi, dell’opinione pubblica, sono partiti all’assalto della cittadella del potere politico e in breve tempo si sono accumulati dossier su ministri e amministratori pubblici di destra e di sinistra. I rappresentanti del popolo hanno preso a ripiegare in affannosa difesa, e ora il presidente e il primo ministro della coabitazione, il gollista Jacques Chirac e il socialista Lionel Jospin, si apprestano a firmare una sorta di resa allo spirito dei tempi sotto la forma di una riforma del sistema giudiziario che aumenta i poteri dei procuratori, tanto più sensazionale in quanto la Francia è stata fino ad oggi la nazione occidentale col sistema giudiziario più dipendente dal potere politico. Naturalmente la cosa non va a genio a molti, soprattutto fra i politici. Ma anche in ambito accademico c’è chi non fa mancare critiche acuminate. E’ il caso di Michel Troper, docente all’università di Parigi X – Nanterre, che in un intervento su Le Monde si è tolto la soddisfazione di accarezzare il gatto contropelo: guardate, ha scritto, che aumentando i poteri dei procuratori voi credete di spoliticizzare la giustizia, ma in realtà consegnate la funzione giudiziaria a un potere politico irresponsabile, quello dei procuratori. Interessante: se anche un accademico francese “giacobino” lancia l’allarme, ecco la riprova che le apprensioni per lo strisciante avvento di una “repubblica dei procuratori della Repubblica” non sono la fissazione di qualche berlusconiano impenitente. Per approfondire la questione abbiamo intervistato Michel Troper.
Professore, cos’è che non le va a genio del progetto di riforma della giustizia avviato da Chirac e ora concretizzato da Elisabeth Guigou, il ministro della giustizia di Jospin? Questa riforma aumenta i poteri dei procuratori, in quanto stabilisce che essi possono adattare alle circostanze locali le direttive di politica penale del ministro della Giustizia, mentre quest’ultimo non può più intervenire, com’era finora, nei dossier individuali. Si tratta di un potere considerevole. In pratica i procuratori potranno decidere la non applicazione della legge a certe categorie di crimini e di delitti. Siccome le circostanze locali variano da luogo a luogo, potremo avere regioni dove, per esempio, la frode fiscale è perseguita con tutte le forze ed altre dove è tollerata. Finora, invece, il potere discrezionale era concentrato sul ministro, che lo utilizzava per intervenire in casi individuali ordinando di archiviare, di riaprire il caso, ecc. Per quanto ne so io, è la prima volta nella storia del diritto francese che ad un’autorità diversa da quella politica -il parlamento, il governo- viene attribuito il diritto di elaborare una politica, e per di più una politica penale. Ciò è contrario al principio secondo cui in un paese democratico la legge deve essere prodotta e attuata dagli eletti del popolo, e solo loro possono decidere di non applicarla.
Noi siamo stati molto colpiti dalla sua affermazione secondo cui l’azione dei procuratori non è giudiziaria, ma politica.
Io dico che è sbagliato opporre giudiziario e politico. C’è questa abitudine di contrapporre la politica con i suoi interessi, le sue passioni, i suoi aspetti poco puliti al giudiziario, che invece sarebbe caratterizzato da neutralità e imparzialità. Ma qui si tratta di stabilire se l’intervento dei procuratori è di ordine giudiziario o appartiene ad un altro ordine. Quando classifichiamo le grandi funzioni dello Stato, abbiamo questa vecchia distinzione fra potere legislativo, potere giudiziario, che consiste nell’emettere sentenze, e potere esecutivo o amministrativo che dir si voglia. Se guardiamo a quel che fanno i procuratori, vediamo che non appartiene alla funzione giurisdizionale, perché non decidono processi, non appartiene alla funzione legislativa, perché non fanno leggi, ma appartiene alla funzione amministrativa o esecutiva: essi chiedono l’applicazione della legge. E questa azione, sia che riguardi un caso particolare o una categoria generale, è un’azione politica, perché si basa su una scelta discrezionale: posso decidere di perseguire o meno qualcuno che ha fumato dell’hascisc. Ma se è un’azione politica, di essa devono essere responsabili i politici: la subordinazione dei procuratori al ministro della Giustizia, caratteristica dell’ordinamento francese, esprime questa idea che le decisioni politiche spettano al governo, che ne è responsabile davanti al parlamento.
In Italia il sistema è diverso: vige l’obbligatorietà dell’azione penale.
Sì, ma la logica di fondo è la stessa del sistema francese: anche in Italia si parte dall’idea che le decisioni politiche sono di esclusiva spettanza dei politici. Il fondamento del sistema italiano dell’obbligatorietà dell’azione penale è il seguente: poichè non devono esserci decisioni politiche che non siano prese dai politici, bisogna che i procuratori non abbiano la possibilità di avviare l’azione penale o di rifiutarsi di avviarla a loro piacere, bisogna che la cosa sia automatica.
Ma lei sicuramente saprà che la concreta applicazione del principio di obbligatorietà sta dando adito a velenose polemiche. Qualche settimana fa un PM, Franco Misiani, ha dichiarato in un’intervista a un quotidiano che in Italia l’obbligatorietà dell’azione penale è “fittizia”.
Beh, questo è risaputo anche all’estero, si sa che l’obbligatorietà dell’azione penale italiana è fittizia. Io ho parlato a livello di princìpi. Se in Italia l’obbligatorietà dell’azione penale è fittizia, io personalmente trarrei la conclusione che o si trova il mezzo per renderla effettiva, oppure è meglio stabilire o ristabilire una dipendenza gerarchica fra ministro della Giustizia e procuratori. Io la penso così.
Provi a venirlo a dire in Italia! Ma senta, se l’azione dei procuratori è un’azione politica, non sarebbe più giusto adottare il modello statunitense, nel quale i procuratori sono oggetto di elezione popolare? Non tutti i procuratori sono eletti, dipende dagli Stati, e tutti i procuratori federali sono nominati. Comunque negli Stati Uniti vige, come in Francia, il principio dell’opportunità dell’azione penale, e questo giustifica il fatto delle elezioni. Ma il sistema americano è anche più coerente: negli Usa i procuratori non sono considerati magistrati, non sono considerati giudici: sono eletti per un mandato, e al suo termine possono ripresentarsi davanti agli elettori. Un sistema del genere in Europa non verrà mai adottato.
Perché? Anzitutto perché in Europa i procuratori pretendono di essere dei giudici, e in quanto giudici non possono ammettere di sottoporsi ad elezioni. La loro posizione si potrebbe riassumere così: “Noi vogliamo esercitare un potere, ma non siamo dei politici, e per questo non vogliamo sottoporci ad elezioni; noi realizziamo e applichiamo princìpi di giustizia che la nostra competenza professionale ci permette di conoscere”. Invece nel modello americano ci sono dei giudici che sono nominati o eletti a vita, e poi ci sono dei procuratori che non sono giudici, che non rendono giustizia, che sono in funzione per un certo tempo, alla conclusione del quale rendono conto di quello che hanno fatto davanti agli elettori. Due sistemi radicalmente diversi. In secondo luogo, negli Stati Uniti i procuratori non sono eletti su base partitica, non si sceglie fra democratici e repubblicani, ma in Europa sarebbe difficile immaginare un sistema di elezioni indipendente dai partiti politici.
In questo momento in tutta Europa sono in corso azioni giudiziarie contro leader politici di altissimo livello: è questo il caso in Italia, Francia, Germania e Spagna. Cosa ne pensa di questa coincidenza? E’ fortuita o ha un significato ben preciso? Anzitutto scarterei la tesi del complotto, della cospirazione internazionale. Non ci credo per niente, tocca a chi la evoca di portare le prove. Io credo invece che ci sia una crisi generale della democrazia, la fine delle grandi ideologie, la perdita di fiducia nei leader politici, la decomposizione degli apparati politici e infine fenomeni reali di corruzione, su cui i magistrati si sono avventati. L’americanizzazione delle campagne elettorali ha aumentato i costi delle medesime e con ciò ha favorito fenomeni di corruzione. La cosa è iniziata in Italia, poi i procuratori di altri paesi, come la Francia, si sono detti: “E se fosse così anche da noi?”. Dunque io credo a dei fenomeni di imitazione e ad una causa più generale, che è la crisi della politica democratica.
Il ministro degli Interni francese Chevenement in un’intervista concessa a “Le Figaro” ha parlato di un legame fra la globalizzazione dell’economia e il crescente potere dei giudici: i due fenomeni eserciterebbero un’azione a tenaglia sulla politica, rendendola marginale e ininfluente.
Non so come si possa istituire un legame fra le due cose. Io credo che il problema sia un altro, cioè la perdita generale di fiducia nella politica. Poichè l’ideologia non regge più, poichè non si può più dire che la politica sia la realizzazione di un ideale, allora si dice che l’unica cosa a cui si può fare riferimento è il diritto. Il diritto appare sempre più come l’unico punto di riferimento, come vediamo con l’affermarsi dell’ideologia dei diritti umani. E quello che si pensa del diritto -un diritto di tipo universale, una specie di diritto naturale- è spesso assimilato alla figura del giudice, colui che dispone del diritto, e di altri personaggi che sono assimilabili al giudice, cioè i procuratori. Si crea una nuova mitologia civile di cui i giudici e i procuratori sono i personaggi centrali.
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