
Quei cinque minuti con il Papa che hanno confermato l’opera e la vita guerriera di don Aldo Trento

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
«Grazie padre Aldo, e avanti!». «¡Gracias, y adelante!». Il più bel regalo della sua vita da missionario ad Asunción, dopo trent’anni e un protocollo della visita papale in Paraguay che fino all’ultimo minuto aveva lasciato l’incertezza, don Aldo Trento l’ha ricevuto attorno alle quattro del pomeriggio di sabato 11 luglio. È stata un’incurisone brevissima quella del vicario di Cristo in terra, cinque minuti d’orologio, un pugno di istanti nell’incontro con anime e corpi posti nella sofferenza più estrema. Che Francesco sarebbe passato di lì, in avenida Charles De Gaulle, per fare visita privata all’hospice della Fondazione San Rafael, la mattina di sabato lo sapeva solo il Papa. E la fede del popolo. Che dal primo albeggiare – anzi dalle 4 del mattino – aveva cominciato ad accamparsi in strada e a presidiare la clinica scolpita nel rosso mattone delle antiche riduzioni gesuitiche. «Ti assicuro che fino a ieri sera non c’era niente di deciso», ci aveva confermato Franca Giansoldati, l’unica vaticanista che aveva creduto nell’imprevisto e si era precipitata a lasciarsi ferire dai malati terminali e dai bambini abbandonati ospitati dalla Fondazione San Rafael. E che non si era trattenuta davanti a Lidia, adolescente in carrozzella, madre per violenza subita, come nel caso di quell’altra bambina di 9 anni che divenne un caso internazionale, tant’è che l’Onu mise sotto accusa il Paraguay. E don Aldo rispedì l’indignazione al mittente. «Ma perché non le fate abortire queste povere bambine!? Come potete immaginare che possano diventare madri dopo aver subìto violenze così bestiali?». Non ci sono risposte. Se non «vieni e vedi». E Franca venne, vide, e scrisse una bella pagina per il Messaggero di domenica 12 luglio.
Bienvenida avrà forse vent’anni, perché lo dice il suo volto di Madonna rinascimentale e perché ha due occhi di pece che brillano di riso e di pianto insieme. Mentre non è rimasto quasi niente dalla mandibola in giù. «I miei genitori vogliono portarmi a morire a Buenos Aires», piange Bienvenida. «Ma io voglio stare qui», ride Bienvenida.
Il paraguagio Pablo Esteban Troche, avvocato ragazzino della Fondazione e Giampaolo Scoppa con la sua numerosa famiglia al seguito, commercialista in Roma e allevatore di bovini in Cordova, Argentina. Sono i primi due amici di don Aldo che incrociamo sulla strada della Cruz del Chaco, dopo diciassette ore di volo, che passato il Brasile, forse tra i venti ascendenti delle cascate dello Iguazù, a un certo punto hanno fatto danzare come fuscello nell’aria un possente Airbus 330. Alle tre del pomeriggio di venerdì 8 luglio, fuori dall’aeroporto Pettirossi, sotto le folate di vento e la pioggia equatoriale, ci sono già ali di folla pronte a ricevere il Papa. E subito colpisce la realtà di un popolo giovane, ed è come scendere a terra venendo da un altro pianeta, l’Europa lontana lontana, intriso di lamentazione e vecchiaia. “Bienvenida” vita sconsideratamente cristiana di un continente che non si vergogna della sua felicità irridente, povera, disordinata, ipermotivata, super istintiva, sbracata. Saldamente e semplicemente cristiana.
“Confessioni sempre disponibili”
Adesso studiatevi questa scena. C’è un Land Cruiser col motore acceso davanti a casa del prete dalla targhetta bizzarra, “don Aldo Trento, confessioni sempre disponibili”. Una minuta e bellissima suora vestita di bianco al volante e lui, il prete, che spalanca lo sportello con una mano mentre con l’altra regge cinque cartoni di pizza. Sono le nove di sera ad Asunción, quando l’europeo si ritira a nanna mentre il prete intima all’autista «vamonos, che il presidente ci aspetta». Il presidente? Sì, Orazio Cartes, il Berlusconi multimiliardario del Paraguay che ha voluto passare con padre Aldo una serata di bisboccia per festeggiare l’arrivo in Paraguay di papa Francesco. Un europeo direbbe che anche questo modo di fare è spia delle contraddizioni di un’America Latina dove il paternalismo del potere si sposa con la povertà, l’ignoranza, l’emarginazione e l’assenza di ogni tipo di welfare in cui sono tenute le grandi masse.
D’altra parte, in questo suo ultimo viaggio, Francesco ha visitato i tre paesi più poveri – Ecuador, Bolivia e Paraguay – lungo la dorsale sudamericana. Tre paesi e milioni di straccioni che si sono riversati sulle strade, tanti a piedi nudi, tutti dopo pellegrinaggi interminabili: ma da nessuna parte hanno pensato di andare a vedere un rivoluzionario e ascoltare le parole di un grottesco Cristo in falce e martello; né le litanie della «scelta per gli ultimi» e «dell’«amore misericordioso e preferenziale per i poveri» che i rappresentanti sindacali, le beghine della teologia della liberazione, i colonizzati intellettuali di marca europea, hanno rinverdito in certi incontri delle periferie visitate dal Santo Padre. Volevano solo vederlo, il Papa, e respirare con il papato l’unica certezza che accompagna vite che resteranno nell’ombra. Così in Asunción, allo sbarcare di Francesco, sotto un cielo spasmodicamente intento a guerreggiare tra nubi e sereno, fitti piovaschi e improvvisi squarci di luce, abbiamo visto gente che come il cielo del sud non ha ombre di cataratte negli occhi e non ha, come nelle testoline di noi europei, fumi sottili di ideologie e di inquinamenti acustici e visivi. Gente semplice, che si raduna in attesa di Qualcuno. In giro per la capitale c’è festa, cortei d’auto e clacson suonati a manetta come per un matrimonio. Si sfoderano bandierine vaticane come per inneggiare la nazionale al mundial. Canta la gioventù e gridano i bambini «i el Papa illegò», come se andassero a una Disneyland.
Forse per questo, al presidente che hai visto seduto accanto al Papa in tv e che hai sentito da don Aldo raccontare dopo la serata ai cinque cartoni di pizza, Papa Bergoglio ha rivolto parole lusinghiere, confessando che in Paraguay «ci sentiamo a casa nostra». Un parco dell’allegria e del divertimento che per tre giorni ha nascosto il dolore, come ha scritto qualcuno, e la “teologia del dolore”? Viene da ridere al prete delle “confessioni sempre disponibili”. «Uno il dolore lo vive, punto. Altro che teologia». Per dire, mentre eravamo a pranzo con una troupe della Rai che ha fiutato la notizia chiamando don Aldo a commentare la Messa di domenica di papa Francesco, nella chiesetta contigua alla nostra tavolata si stava celebrando l’Ultima Cena per il morto di giornata. La morte? Come aveva sentito il Medioevo e ancora sente l’uomo latinoamericano, è parte della definizione della vita.
La suprema forma di bellezza
Noi abbiamo un problema di comunicazione. Ci assilla l’immagine ma della sostanza conosciamo solo la forma della famosa legge della notizia. Secondo la quale, notiziabile è solo la luce corrusca della meraviglia, l’uomo che morde il cane, il male che terrifica il bene, la muffa di un pensiero perfettamente uguale dal Polo Nord all’Antartide. Qui, lungo la dorsale proletaria del continente che non conosce ancora la variante nichilista islamica, la comunicazione è tutto ciò che fa un pieno di vita e non occorre aggiungere altro. È uterina la comunicazione, ipersessuata, femminina e “maternalista”. Se gli uomini vanno a donne, fanno ciò che natura comanda. Ma se tradiscono le loro donne, devono anche accettare che la natura gelosa faccia il suo corso e li butti fuori di casa. In questo mondo di primordialità naturale non ancora concettualizzato nel barbagianni della “società liquida”, può non sorprendere un uomo che ha fatto della carità la suprema forma di bellezza e della bellezza l’apice di una carità che si manifesta in ogni angolo di hospice tirato a specchio, illustrato con affreschi e sperticato di citazioni evangeliche che rendono anche visivamente la sensazione di essere ospiti in un cinque stelle invece che in un sudario di pena e di morte?
Sotto lo stesso tetto, dentro lo stesso appartamento, nella stessa sala da pranzo si aprono tre porte. La prima è lo studio dove don Aldo riceve giornalisti e confessa peccatori. La seconda, subito contigua allo studio, è la stanza di tre uomini raccolti per strada, ex barboni che hanno trovato casa e sono parte integrante della famiglia. Vanno e vengono in religioso silenzio. Talvolta disegnano un inchino o un mezzo baciamano, sempre un «gracias, padre». Per tre giorni li ho visti andare a coricarsi alle sei del pomeriggio. «Loro stanno bene con me, io sto bene con loro, ecco tutto», dice don Aldo. La porta della sua camera da letto è la terza, dopo il “sanitario”, il bagno spartano. E sbirciando nell’uscio di questa terza porta appena socchiusa, vedo che sta disteso sul letto un monumentale crocifisso, grande come un uomo. «Lui riposa con me, recito i misteri gloriosi prima di dormire». Si capisce forse perché quando la Cnn si è accorta dell’esistenza di questo prete, per la seconda volta in una settimana gli ha fatto sapere che vorrebbe approfondirela sua storia.
Paga la Provvidenza
Ma la Banca Mondiale non lo aveva bandito dai sussidi umanitari quando venne informata che don Aldo considerava i transessuali gente “inferma”? La sfida ha cambiato chiunque sia arrivato al San Rafael per denunciarne le tendenze “omofobe”. C’è un piano solo per i malati di Aids e non c’è teologia votata ai poveri al mondo che si prenda cura di loro come fanno i duecento addetti, tra dottori e infermieri, che lavorano nella “reduccion” San Rafael al costo di 80 mila dollari al mese. Come arrivano questi soldi? «Provvidenza». Ce li mette il governo perché nel suo territorio non esiste nulla del genere. Ce li mette Addamiano Giuseppe, benefattore di turno, dopo che suo padre Natale, pittore ed ex professore all’Accademia di Brera, ha affrescato gratuitamente il piano alto e basso dell’ospedale. Ce li mette la carità di amici che vanno e vengono dalla casa degli angeli (magari come quei tre silenziosi barboni) che dal roveto di Mamre tornano in diverse sembianze ad Asunción. Ce li mette Massimo Sartori, produttore di bresaola in quel di Sondrio, che da tre anni vive qui e parla con le lacrime agli occhi perché aveva due fratellini di cinque e sette anni in affido e il sistema statale glieli ha tolti in attesa di perfezionare le carte. Frequentando don Aldo ha imparato «che i figli non sono una pretesa, sono un dono».
Papa Francesco riparte. È stanco, lo si è visto zoppicare, ha in viso la serenità del buon seminatore. Qua e là nel suo viaggio latinoamericano, ma soprattutto qui in Paraguay, ha invitato all’unità («Unità, non come uniformità, ma come diversità») e a servire il popolo (non come gli intellettuali del «todo per il pueblo, nada con il pueblo, non come ideologia che pensa di far pensare il popolo, ma come umanità che pensa con il popolo»). Infine ha esaltato il valore dell’identità e, all’opposto del benpensante europeo, ha indicato l’identità come fattore indispensabile per il dialogo. «Il dialogo sociale non c’è se non c’è identità e dialogare non è negoziare la propria identità, bensì ammettere il conflitto e affrontarlo».
Ma cos’è «identità»? Chissà cosa ne pensano coloro i quali hanno iscritto Francesco nel partito del secolo cosmopolita di questa sua definizione di identità, espressa davanti al consesso delle autorità radunate allo stadio di Asunción. «Identità è amore della patria». E che dire delle sue benedizioni alle donne, saranno “sessiste”? «Il suo cuore, il saper amare tanto riccamente, distingue il popolo paraguagio». Ma soprattutto, osa Francesco, «Dio benedica la muyer paraguagia, la mas gloriosa».
Foto Ansa
Articoli correlati
2 commenti
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
Un articolo meraviglioso da lacrime agli occhi: grazie, grazie, grazie!
Sottoscrivo il tuo commento.
Grazie.