
«Quattrocento euro di multa per aver chiesto di lavorare»

Andrea Linguanti, titolare di quattro ristoranti tra Milano e la Brianza, era mercoledì tra i “delinquenti” («ci trattano proprio così, come dei delinquenti», dice) che sono stati multati per «assembramento» all’Arco della pace nel capoluogo lombardo. «Quattrocento euro a persona», spiega a Tempi. «Ma come si fa a dare una multa a uno che nella vita fa il lavapiatti, è in cassa integrazione e, pacificamente, chiede solo di lavorare?».
Il raduno con le sedie vuote
È andata così: Linguanti, assieme a un gruppo di ristoratori milanesi, si dà appuntamento sotto l’Arco per mercoledì mattina. «Abbiamo chiesto e ottenuto l’autorizzazione per questo flash mob. Un’idea semplice: disporre delle sedie vuote a distanza di un metro e mezzo per far capire la situazione drammatica che stiamo vivendo. Da due mesi siamo chiusi, non possiamo andare avanti così. Ci ritroviamo dunque sulla piazza in una trentina di persone. Ci sediamo a distanza, tutti muniti di mascherine, facciamo le foto e rispondiamo alle domande dei giornalisti presenti».
Poi la multa
Tutto procede per il meglio finché non intervengono le forze dell’ordine. «Inizialmente, in modo molto gentile ci hanno chiesto i documenti per l’identificazione». Poi, però, durante il collegamento in diretta con la trasmissione L’aria che tira (La7), sono intervenuti altri agenti che hanno commissionato al sanzione. «Avevano ricevuto degli ordini e dovevano eseguirli. Abbiamo protestato, chiesto spiegazioni, ma non è servito a nulla». Qualcuno dice che poi la multa sarà tolta, ma non v’è nulla di certo.
Quali regole? Chiediamo chiarezza
Quel che è certo, invece, è la situazione drammatica degli imprenditori della ristorazione e dei loro dipendenti. «Noi siamo chiusi del 9 marzo. Io, da qualche giorno prima. Ma già da fine febbraio il numero dei coperti si era ridotto considerevolmente. Cosa chiediamo? Chiediamo chiarezza. Qui si viene a scoprire di notte, da un momento all’altro, il cambio delle regole». Quali regole, poi? «Eh, appunto – sospira Linguanti -. Anche su questo c’è grande confusione, si capisce poco. Di sicuro, permetterci di riaprire il primo giugno significa rovinarci».
Quali aiuti?
Linguanti, da buon imprenditore, è molto pragmatico: «Devo esserlo per forza, sia per me sia per i miei 48 dipendenti. Nessuno di loro ha ancora ricevuto la cassa integrazione. Ho chiesto finanziamenti a quattro banche: niente. Ho fatto domanda per i famosi 25 mila euro un mese fa: niente. Finora ho ricevuto 600 euro come partita Iva, nient’altro».
Quanto costa un pannello in plexiglass
Soldi in cassa non ne entrano, ma ne escono molti. «Ci sono gli affitti da pagare, ad esempio, e poi le bollette. Se uno fa due conti, arriva a scoprire un’amara verità: non gli conviene aprire. E poi, come riaprire? Il valore aggiunto della ristorazione è la socialità. Se devo dimezzare i posti e offrire ai miei clienti di mangiare attorniati da pannelli in plexiglass, lei capisce bene come andrà a finire». A proposito di pannelli e divisori: «Mi sono fatto fare subito dei preventivi. Il primo che mi hanno mandato era di 75 euro a pannello. Mi è sembrata una follia, ma, pur di far qualcosa, ne ho ordinato il quantitativo necessario. Mi hanno richiamato e mi informato che non ne avevano più. Mi sono fatto fare un secondo preventivo da un’altra azienda, ma questa volta il costo era lievitato a 210 euro a pannello. Ora siamo, come minimo, intorno ai 100-120 euro. Moltiplichi lei per 50 coperti e avrà il totale di una spesa per uno strumento che, finita l’emergenza, mi rimarrà in magazzino e, durante, non mi garantirà che la gente venga comunque al ristorante o al bar». Appunto, siamo al paradosso: «Vogliamo riaprire, ma non ci conviene farlo».
Foto Ansa
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