
Lettere dalla fine del mondo
Quanta fatica e quanta libertà ci vuole per educare un figlio all’ordine
Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Caro padre Aldo, (…) mi è capitato fra le mani il tuo libro Cristo e il lavandino come una grazia del Cielo, perché io vivo la mia vita così, guardo i miei allievi a scuola, stiro, pulisco il bagno, urlo al Signore la mia rabbia perché è Lui il vero compagno, l’amato della mia vita. Ora ti chiedo: perché se parlo di queste cose a chi è lontano dal Signore le capisce; e invece mio figlio prega, va a Messa e ha iniziato uno stage come assistente sociale con i tossicodipendenti, ma lascia la sua stanza come un porcile, non tira su neppure le mutande, e mi zittisce dicendo che «ognuno ha il suo ordine», e per di più è sostenuto a spada tratta dal padre che sente il dovere di difendere i figli da una madre tiranna? È vero che ho imposto un ordine mio per tanti anni per ancorarmi a determinate certezze, ma ora propongo un ordine personale che faccia vedere la bellezza. (…) Mi prendono in giro e avanzano le loro risposte che mi atterrano. Mi sono chiesta: «Allora forse non sono ancora abbastanza sicura di Dio nella mia vita?» (…)
Lettera firmata
È difficile cogliere la ragionevolezza dell’ordine fintanto che non riconosciamo il nesso che ogni più piccola cosa ha con l’infinito. Si tratta di abbracciare la realtà nella totalità dei suoi fattori, anche il fiorellino più piccolo e la formichina che non si stanca di lavorare. L’altro giorno ho visto una lunga fila di formiche che portavano pezzettini di foglie nel formicaio. Un ordine perfetto: sull’albero c’erano quelle che tagliavano le foglie, ai piedi dell’albero quelle che le riducevano a pezzettini e poi due file di formiche che andavano e venivano dal formicaio. Ognuna rispondeva a un disegno che Dio stesso ha regalato loro.
Ma per l’uomo non è così, perché Dio l’ha creato libero e questa libertà ha bisogno di essere educata. L’uomo può decidere se ascoltare il grido del proprio cuore che pure chiede una vita ordinata. Non possiamo esigere oggi quello che è frutto di un paziente e lungo cammino.
Due fatti importanti mi hanno aiutato a sperimentare la bellezza dell’ordine, dell’armonia in ogni dettaglio. Primo, l’incontro con don Giussani, il suo modo di vivere con la coscienza che tutto è positivo perché ogni cosa è relazione con il Mistero. Una volta mi ha invitato al ritiro dei novizi dei Memores Domini a Falcade: una sera in albergo ci stava facendo ascoltare i canti russi, io ero seduto nel sofà accanto a lui e vicino a me c’era uno dei responsabili che fumava il sigaro; a un certo punto, senza accorgermi, con il gomito ho toccato il posacenere che è caduto sul pavimento distraendoci. Don Giussani immediatamente ha fatto spegnere il giradischi, richiamandoci a un’attenzione necessaria per cogliere la bellezza di ciò che stavamo ascoltando. E ha fatto ricominciare l’ascolto. Lui era capace di farci cogliere il valore di ogni più piccolo dettaglio di cui è fatta la realtà. Essendo un educatore aveva chiaro che questa posizione del cuore, della mente, è il frutto di un lungo cammino educativo.
Neppure una carta per terra
Secondo. Ventisei anni fa sono venuto in Paraguay vittima di una grande depressione. Non mi interessava nulla. La parrocchia ancora non conosceva l’abbecedario dell’ordine, della bellezza, dell’armonia che oggi testimonia. Quando sono rimasto solo e sono stato nominato parroco, ho detto a Gesù: «Io non so che significa questa responsabilità e per questo ti chiedo di essere Tu il parroco e io il cappellano. Non basta però: devi insegnarmi da dove partire». È così che ho cominciato a proporre a tutti il modo di vivere ogni cosa, da come si entra in chiesa a come si usa la scopa, come si lavano i piatti… è tutto nel mio libro Cristo e il lavandino. Alcuni giorni fa con la scuola elementare e media abbiamo visto una rappresentazione dell’enciclica di papa Francesco. C’erano seicento persone. Uno spettacolo! Gli addetti alla sorveglianza, una volta terminata la recita, chiedevano: «Ma da dove vengono questi ragazzi così attenti a tutto?». Neppure una carta per terra. E poi il silenzio, l’attenzione e la capacità recitativa…
Sono stati necessari 26 anni di un paziente lavoro educativo. In fondo ho sempre proposto di guardare la realtà, come mi ha educato a fare don Giussani.
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