
Quando Papa Giovanni faceva ridere
Due Papi proclamati beati lo stesso giorno, ma uno più bravo dell’altro?
Andiamoci piano. In realtà si è parlato troppo male di Pio IX e troppo bene di Giovanni XXIII. Nascondendo, di quest’ultimo, aspetti scomodi o, se preferite, non politicamente corretti. In realtà, quel “Papa buono” ha fatto “cose cattive” che nessuno oggi ama ricordare. Noi le ricordiamo.
Un “conservatore incallito”
Il 25 gennaio 1959, nella basilica di San Paolo fuori le mura, Roncalli non dà solo l’annuncio, inatteso e sorprendente, dell’intenzione di convocare un Concilio per tutta la Chiesa. Comunica anche la riforma del Codice di diritto canonico e un Sinodo per la diocesi di Roma.
Soffermiamoci sul Sinodo di Roma. Ebbene, è entrato nel dimenticatoio. Non se ne parla più. Al massimo, viene considerato un “peccato di gioventù” del Papa giudicato moderno, aperto, aggiornato. È lo stesso 77enne Vescovo di Roma (il Pontefice ha anche la responsabilità episcopale della diocesi capitolina) a dirigere i lavori del Sinodo, nel gennaio 1960. Benché gli intenti originari di Roncalli siano pastorali, cioè preoccupati del rinnovamento della vita spirituale dei credenti, di fatto le delibere del Sinodo, i cui lavori durano un anno, prendono un’altra strada. Le conclusioni, contenute in 775 articoli, non piacciono a chi si aspettava grandi aperture. Anzi, alla fine sono giudicate così inopportune da consigliare di stendere il classico, pietoso velo.
Il Sinodo stabilisce, ad esempio, sulla falsariga di una disciplina del clero di stampo tradizionale, regole ferree per i preti: nessun sacerdote della diocesi di Roma può frequentare sale cinematografiche, lo stadio e altri locali pubblici; è proibito viaggiare in automobile con una donna, anche se si tratta della propria madre o sorella; si pretende la sobrietà del vitto e naturalmente è obbligatoria la veste talare. La ragione di tali minute, anacronistiche disposizioni, è da ricondurre all’esigenza di voler imporre ai chierici uno stile di condotta nettamente differenziato dalle maniere laicali. Insomma, l’abito “deve” fare il monaco e il prete deve dare il buon esempio.
Sul piano liturgico poi, si impone l’uso del gregoriano, i nuovi canti popolari devono essere approvati, si allontana dalle chiese ogni profanità, vietando in generale che dentro l’edificio sacro si eseguano spettacoli e concerti, si vendano stampati e immagini, si consenta di scattare fotografie. Si condanna ogni creatività del celebrante, “che farebbe scadere l’atto liturgico, che è atto di Chiesa, a semplice esercizio di pietà privata”. L’antico rigore viene ristabilito anche circa gli spazi sacri, vietando alle donne l’accesso al presbiterio.
“Santità, per favore, che il Concilio non abbia l’esito del Sinodo romano”
Come è facile intuire, tutte queste norme sono rimaste lettera morta. Il Sinodo Romano, che doveva prefigurare il Concilio, cade nell’oblio e il Concilio non lo citerà neppure una volta. Istruttiva la testimonianza del cardinale Silvio Oddi. “Fui ricevuto in udienza da Giovanni XXIII”, racconta. “Mi ero procurato una copia degli atti del Sinodo romano, appena conclusosi. Dissi al Papa: `Beatissimo Padre, per favore si adoperi perché il Concilio non abbia lo stesso esito del Sinodo romano’. `Che cosa vuoi dire?’, mi domanda, oscurandosi in volto. `Che farebbe ridere tutti’, dico io un po’ brutalmente. E lui, risentito: `Ma che dici, il Sinodo romano è stato un successo'”. Conclude il cardinal Oddi: “La verità è che Roncalli era il conservatore più incallito che Dio abbia mai creato sulla faccia della terra”.
Ma c’è ancora almeno una disposizione del Sinodo Romano da ricordare, forse la più importante: si conferma solennemente l’uso del latino nella liturgia, come lingua ufficiale e universale della Chiesa. Capitolo intrigante, e spinoso, quello del latino, su cui vale la pena soffermarsi.
C’è una Costituzione apostolica di Giovanni XXIII (non ha scritto solo le encicliche “Mater et magistra” e “Pacem in terris”) praticamente sconosciuta e ignorata da tante biografie, la “Veterum sapientia”, a cui Roncalli attribuisce una importanza del tutto particolare. Al punto che la promulgazione, il 22 febbraio 1962, avviene in San Pietro, al cospetto del collegio cardinalizio e di tutto il clero romano, con una solennità che non ha uguali. La Costituzione apostolica, dedicata allo studio del latino, conferma la continuità della cultura cristiana con la cultura classica del mondo ellenico e romano, perché le lettere cristiane sono, sin dai primordi, lettere greche e lettere latine. E dichiara: “Nessun innovatore ardisca scrivere contro l’uso della lingua latina nei sacri riti, né si attentino nella loro infatuazione di minimizzare in questo la volontà della Sede apostolica”.
Una riforma liturgica maturata “troppo in fretta”
L’intento è “procurare una generale reintegrazione della latinità nella Chiesa”. In realtà, si arriverà in pochi anni alla “disintegrazione generale della latinità” e alla “sterminazione del latino dalla liturgia”, per usare due efficaci espressioni di Amerio.
La riforma liturgica, l’opera più imponente, più visibile e più universale sorta dal Vaticano II, di fatto porterà all’abbandono del latino come lingua propria della Chiesa, scelta che contraddice la Costituzione conciliare sulla liturgia che dice, alla lettera: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella Messa che nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua volgare può riuscire di grande utilità per il popolo, si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia, specialmente nelle letture, in alcune preghiere e canti”.
L’attuazione del documento conciliare è andata ben al di là. “Una volta messo in moto il processo, diventò difficile frenarlo, dominarlo”, ha riconosciuto il francese monsignor Renè Boudon, presente al Concilio, facendo una sorta di autocritica. “Nell’applicazione della riforma liturgica si è andati troppo in fretta. Troppo in fretta, per esempio, nella soppressione del Kyrie eleison e del Gloria in excelsis Deo”.
Quei fedeli che nelle varie diocesi del mondo hanno chiesto per anni di poter assistere alla Messa celebrata in latino, non sono perciò dei cospiratori, o degli snob: a conforto delle loro convinzioni c’è anche un documento, sebbene misconosciuto e censurato, che risale agli anni di Papa Giovanni.
Esempi di un pontificato “politicamente scorretto”
Guardando con attenzione al pontificato di Roncalli ci sono altri esempi, oltre alla difesa della lingua latina, di comportamenti che potremmo continuare a definire, per leggerli con la mentalità di oggi, “politicamente non corretti”. In relazione, per esempio, al comunismo e al dissenso all’interno della Chiesa. Argomenti scottanti. Vediamoli.
Proprio nel discorso in cui annuncia la convocazione del Concilio, il 25 gennaio 1959, Giovanni XXIII abbozza un quadro abbastanza cupo, e si rattrista “innanzi all’abuso e al compromesso della libertà dell’uomo, che non conoscendo i cieli aperti, e rifiutandosi alla fede in Cristo figlio di Dio, redentore del mondo e fondatore della Santa Chiesa, si volge tutto alla ricerca dei cosiddetti beni della terra, sotto l’ispirazione di colui che il Vangelo chiama principe delle tenebre”. Parole dure, nelle quali non è difficile riconoscere un riferimento al comunismo. Peraltro, appena due mesi dopo, il 25 marzo 1959, un decreto del Sant’Uffizio, regnante Giovanni XXIII e quindi con il suo assenso, condanna chi dà il voto al partito comunista e anche a quei partiti che appoggiano il partito comunista.
Infine, contrastano con l’abituale immagine “progressista” che ci hanno sempre voluto propinare del futuro beato, altri due provvedimenti del Sant’Uffizio. Il primo è la censura contro uno dei libri più celebri di don Lorenzo Milani. Venti giorni prima della sua elezione al soglio pontificio, scrivendo al vescovo di Bergamo, l’allora patriarca di Venezia affermava: “Ha letto, Eccellenza, la Civiltà cattolica del 20 settembre circa il volume Esperienze pastorali? L’autore del libro deve essere un povero pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con qualche confratello della sua specie! Ho veduto anche il libro. Cose incredibili”.
L’altro provvedimento è il monito del Sant’Uffizio, pubblicato il 30 giugno 1962 con il consenso del Papa, contro le ultime opere del discusso paleontologo e teologo francese Pierre Teilhard de Chardin, il gesuita-scienziato morto nel 1955, a 74 anni: “Fa troppo spesso un’indebita trasposizione”, si sostiene, “dei termini e dei concetti della sua teoria evoluzionistica sul piano metafisico e teologico”.
Insomma, beato sì, ma non perché corrisponde alla vulgata del progressismo di ogni specie, clericale o laico che sia. Come è scritto nel decreto di beatificazione, Papa Giovanni fu innanzitutto “vero discepolo e amico di Cristo” e “si adoperò a comportarsi in ogni cosa secondo la volontà del Padre celeste”. Dentro i limiti e le incongruenze del suo tempo, certo.
Esattamente come Pio IX, che proprio Roncalli voleva proclamare beato.
Ma non ci riuscì. Meglio: chissà come l’avrebbero messo in croce.
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