
«Quando il gioco si fa duro anche i più deboli possono giocare la partita»
«Tutto il mio passato mi è servito per incontrare il cristianesimo. Io mi ero spinta fino al nichilismo (se Dio non c’è, nulla vale), ma quello che mi avevano insegnato è che se qualcosa di vero esiste, per quello bisogna essere disposti a dare la vita». Dice così Mirella Bocchini, autrice di “Colloqui con una professoressa” (Cantagalli, 126 pp, 10 euro) un libro che racconta delle molteplici esperienze dell’autrice. A scuola, dal 1970 al 1985, sui banchi dell’istituto professionale Pacinotti di Milano. Ma Bocchini non è stata solo un’insegnante ma anche consigliere del Comune di Milano. Durante il suo mandato si è occupata delle carceri e da questa esperienza è nata nel 1986 l’associazione “Incontro e presenza”, che si occupa del reinserimento lavorativo e sociale di detenuti ed ex-detenuti. Mirella è nata in una famiglia socialista e anticlericale, però, come spiega, da quando don Luigi Giussani (fondatore del movimento di Comunione e Liberazione) ha messo piede al liceo Berchet, «è cominciato un dialogo serratissimo che mi ha portata alla conversione e all’adesione a quel movimento. Con lui ho imparato un metodo che ho usato in ogni ambito».
Professoressa, lei nel suo libro propone un metodo didattico-educativo. Da dove vuole partire per spiegarcelo?
La maggior parte dei miei ragazzi era distrutta dall’ideologia sessantottina, molti venivano da famiglie ignoranti. Alcuni non avevano più domande né desideri. Erano incapaci di pensare. Nel libro spiego che c’è un modo di interrogare, fare i temi, correggere e dare voti che rende possibile a qualsiasi ragazzo la scoperta di un percorso per conoscere il vero. Racconto di come sia possibile far diventare amici i ragazzi di una classe a partire da un gusto per il lavoro scolastico.
Nella prefazione, uno dei suoi alunni dice di essere stato conquistato da lei perché il suo non era un cristianesimo schizofrenico. Che cosa significa?
Non c’è nessun angolino della vita che non debba e non possa essere guardato e quindi giudicato dal punto di vista della presenza di Cristo nella storia. Faccio un esempio: se un ragazzo interrogato sapeva una cosa cosa su dieci, io cercavo di fargli recuperare le nove che mancavano. Il poco che un alunno sa per me è il punto di partenza per imparare altro. Quando facevo lezione ogni quarto d’ora mi fermavo e chiedevo ai miei ragazzi: dati questi elementi, per voi quali sono le conseguenze? Se rispondevano male, non succedeva niente, se la risposta non era così stupida davo un “più” sul registro. Così, anche i ribelli o chi si considerava idiota rischiava senza paura, alzava la mano e tentava di giudicare: tutti scoprivano in questo modo che erano in grado di pensare, che valevano più di quanto credessero. La tecnica, la didattica e la pedagogia devono partire da Cristo, da come Lui ama la persona integralmente, la risveglia, la fa crescere, la sfida, come fa con i discepoli nei Vangeli. È solo una presenza così che può costruire la personalità.
Lei scrive che in genere occorre valorizzare piuttosto che sottolineare l’errore. Non è buonismo?
Io avevo a cuore che imparassero a usare la logica, partendo dalle evidenze che la realtà ci mette davanti, dai propri bisogni. Ma questo lavoro era così difficile che quando succedeva, quando cioè un ragazzo usava un barlume di ragione, cercavo in tutti i modi di evidenziarlo e premiarlo. Io però non davo certo pacche sulle spalle: valorizzavo ogni passo buono, mentre li spingevo ad andare più a fondo. Grazie a questo metodo, anche persone in seria difficoltà, che non sapevano quasi scrivere, si sono laureate.
Lei dice che la fede può essere completamente vissuta in qualunque ambiente ci si trovi, così ha educato i ragazzi a vivere sotto l’attacco di chi li derideva. Pensa che la stessa cosa valga anche oggi?
L’insegnante è fisicamente da solo in classe e può scegliere se rischiare. Ma quando sei attaccato alla compagnia di Gesù da averne struggimento, allora lo comunichi a tutti dovunque ti trovi. Ma l’insegnante e i ragazzi hanno bisogno di una compagnia alle spalle che li sostenga a non perdere il desiderio e la speranza. Come l’insegnante, così neanche i ragazzi possono affrontare da soli un ambiente che rifiuta Cristo. Tra i ragazzi che vivevano l’esperienza cristiana dentro la scuola, pochi riuscivano a intervenire nelle assemblee di classe. Però c’erano sempre e pregavano quando venivano attaccati. Questo è possibile solo se la compagnia cristiana educa al sacrificio. Certo, non è tutto negativo perché, oltre al sacrificio, si sperimenta anche il centuplo: le amicizie che nascevano erano bellissime, con i ragazzi facevamo gite in montagna, al mare, ascoltavamo la musica insieme.
Occorre educare da subito i ragazzi alla preghiera, scrive in un passaggio del libro. Perché è importante questo atteggiamento nella vita?
Quando il gioco si fa duro anche i più deboli e timidi possono giocare la partita. La preghiera è il modo con cui si può insegnare a un ragazzo a stare davanti a tutto. La rapida e veloce invocazione nell’azione permette di agire e fa venire in mente cose di cui non ci si immagina capaci. Invece che distrarre, aiuta: è una cosa psicologicamente strana ma è così. A scuola, con chi voleva, oltre a un momento di preghiera alla mattina, alle due ci mettevamo in un angolo del corridoio e dicevamo la Sesta per trovare il senso delle gioie e delle fatiche della mattinata. Rivolgere lo sguardo a Gesù e Maria è necessario per vivere tutto in modo intenso.
Lei ora si occupa delle carceri e nel suo libro afferma che solo l’incontro con Cristo può cambiare l’uomo. Perché?
Nel 1985 mi hanno chiesto di candidarmi come consigliere a Milano. Sono andata con una delegazione a San Vittore, con una di sinistra che cinguettava ai carcerati: «Avete ricevuto il panettoncino? È un nulla, ma è un un piccolo segno che il Comune si ricorda di voi». Io volevo nascondermi dalla vergogna. Così, a un certo punto, ho lasciato andare avanti il gruppo. Sono rimasta sola davanti a due celle di terroristi ed è accaduto un miracolo. Mi sono rivolta a loro: «Vi hanno detto che sono della Dc, ma è peggio, io sono di Cl». Si sono messi a ridere: «Ma tu credi che siamo ancora così scemi? Che cosa ce ne frega se sei di Cl? A noi interessa che sei qui». Qualche giorno dopo mi hanno chiamato alcuni lin attesa di giudizio. I loro compagni, che avevo incontrato in quelle due celle, gli avevano detto di chiamare me, non di cercare appoggi politici a sinistra. Da questo capisco che solo un avvenimento che tocca il cuore dell’uomo può cambiare la persona. Non c’è altra via. Lo dico sempre ai membri della mia associazione: quando sto con un carcerato, sono lì solo per convertirmi al Mistero presente nella persona che incontro.
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