
Quale mutazione evolutiva ci indica Benedetto XVI
Ho guardato in questi mesi Benedetto XVI, tentando di immedesimarmi con la sua testimonianza e il suo insegnamento. Lui stesso si è definito mite e fermo. Fermo nel riproporre la fede cattolica al popolo cristiano: quelle certezze, poche, grandi ed essenziali, che da duemila anni la Chiesa propone all’uomo. Che il cristianesimo non è né un’idea religiosa, né tanto meno un programma etico, ma l’incontro con Gesù Cristo, Uomo-Dio, morto e risorto e presente sempre nel Mistero della sua Chiesa, che è il suo popolo. Si può dire che Benedetto XVI abbia speso la maggior parte del suo insegnamento di questo suo primo anno di pontificato a riformulare e riplasmare il cuore del popolo cristiano attorno alla presenza viva di Cristo. Il Papa ha atteso a tutto intero il popolo di Dio, alle centinaia di migliaia di persone che hanno affollato le udienze generali, ai bambini della prima comunione, ai chierichetti, ai vescovi come alle congregazioni generali, fino ai potenti della terra, ai quali ha saputo dire parole radicali e di grande realismo.
Da lui abbiamo imparato che la fede cristiana è una vita: un flusso di vita che passa, di generazione in generazione, nello splendore della santità e nella bellezza dell’arte; un flusso di vita che porta anche il segno dei limiti delle persone e della comunità. Un flusso di vita che ha avuto inizio nella storia: il Signore Gesù Cristo e i suoi primi amici. Con Benedetto XVI la fede ha riparlato al cuore della Chiesa, e al di là di essa, senza limitazione o pregiudizi, ha saputo incontrare tanti uomini e tanti popoli. Così la fermezza di giudizio si è coniugata con una grande capacità di accoglienza e di valorizzazione dell’umano. Anche nella ripresa delle tragiche vicende del Medio Oriente, gli interventi del Papa hanno avuto la forza e la pienezza del realismo della fede. Come diceva il beato cardinal Schuster: l’unica forza che può vincere l’odio è la forza del Vangelo.
In questo anno è come se avessimo visto prendere consistenza di fronte a noi, in modo vivo e reale, il grande insegnamento di Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte là dove il cristianesimo è definito una misura alta della vita. Il cristianesimo è infatti una vita integrale, con pienezza di ragioni e di affezioni e che chiama l’uomo a misure e dimensioni nuove della sua vita. Di fronte a questa umanità grande, di cui Benedetto XVI è stato insieme maestro e testimone, appare, in tutte le sue articolazioni, la misura bassa della vita che sembra caratterizzare questa società e la sua ideologia. Le parole, quelle dell’ideologia dei mass-media come della politica, non aiutano a comprendere la realtà; servono solo ad assicurare il potere o ad estenderlo, in forme che sembrano mettere in difficoltà la stessa possibilità d’esistenza di una vera democrazia.
Qualche settimana fa, il solito professore di Storia della Chiesa, sul solito quotidiano capofila del laicismo nostrano, ha parlato della solitudine di Benedetto e del popolo cristiano. Una cosa è certa, il professore non ha occhi adeguati per guardare Benedetto, e soprattutto, non sa che cosa significhi appartenere a un popolo vivo, che è la Chiesa.
* Vescovo di San Marino-Montefeltro
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