
Prestiti alle Pmi giù del 5 per cento. Se non fosse per il Pil, si brinderebbe
Cattive notizie da Bankitalia. I prestiti alle Pmi sono diminuiti del 5 per cento nel periodo intercorso tra i mesi di agosto 2011 e 2012. La notizia non è buona se si rileva che il costo medio dei prestiti per la clientela è sceso dal 3,7 al 3,3 per cento.
Perché tanta negatività? Per il semplice fatto che i prestiti di breve periodo sono strettamente correlati ai fatturati realizzati dalle imprese che per finanziarsi fanno uso di quelle operazioni bancarie cosiddette “autoliquindanti”, ovvero legate a anticipazioni dei crediti delle società nei confronti dei loro clienti che trovano documentazione nelle fatture emesse. In sostanza meno prestiti, meno fatture, meno ricavi che a livello nazionale significa meno Pil.
SE L’ECONOMIA FOSSE IN CRESCITA. La notizia dell’abbassamento della quota dei prestiti avrebbe invece altro significato se accompagnata da una fase positiva del Pil. Un dato siffatto indicherebbe la capacità delle Pmi di autofinanziare e autosostenere il proprio ciclo economico di breve periodo cioè la possibilità per le imprese per pagare gli stipendi e i fornitori senza transitare dal sistema bancario. Questa è la vera anomalia delle imprese italiane e soprattutto per le Pmi al centro della crisi degli ultimi anni: un esagerato accesso al credito di natura onerosa con diverse conseguenze. Primo fra tutti il fatto che l’accesso al credito costa e lede i già risicati utili delle società laddove esistano. Secondo il fatto che si fa dipendere il flusso finanziario passivo dalle disponibilità del sistema bancario, in modo da vincolare i pagamenti ai dipendenti, fornitori e erario a due fattori: fatture emesse e mondo del credito.
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