
Poteva Obama sottrarsi alla battaglia superpoliticamente corretta sui Redskins? No, non poteva (è Obama)
Accelerata drastica a Washington nella polemica sul nome della squadra locale di football, i celebri Redskins, al centro di una campagna che vorrebbe far cambiare loro quel nickname considerato da tante parti «racist slur». Stavolta ad esprimere il suo dissenso verso quella parola è la voce più autorevole d’America, nientemeno che il presidente Barack Obama, intervistato dall’Associated Press: «Se io fossi il proprietario di una squadra e sapessi che il suo nome, sebbene abbia una storia solida, offende un determinato gruppo di persone, allora penserei di cambiarlo».
NON E’ DISCRIMINAZIONE. Per la prima volta così dalla Casa Bianca arriva un invito diretto ai Redskins, dopo che negli ultimi mesi la polemica sul nome aveva ricevuto ulteriore linfa vitale per una sorta di “boicottaggio mediatico” deciso da tante firme del giornalismo Usa: da Slate al Washington City Paper, passando per Sport Illustrated, tra direttori e redattori era nato un accordo non scritto per non utilizzare più il termine “Redskins” nell’indicare la franchigia di Washington.
Che però non intende affatto cedere terreno, come il proprietario David Synder ha spiegato più volte: quel nome non è discriminazione, ma storia. «Rispettiamo tutti», si legge nel comunicato firmato dall’avvocato della squadra, Lanny Davis. «Ma come i tifosi devoti degli Atlanta Braves, dei Cleveland Indians e dei Chicago Blackhwaks (città natale del presidente Obama), amiamo la nostra squadra e il suo nome e, come loro, non vogliamo denigrare o mancare di rispetto a gruppi razziali o etnici». Dietro a quel nome c’è una storia lunga 81 anni: «Cantiamo “Ave ai Redskins” ogni domenica come slogan di onore, non di discriminazione».
LA STORIA. Il club nacque nel ’33 a Boston per poi trasferirsi appunto nella capitale statunitense quattro anni dopo, cambiando il soprannome da “Braves” a “Redskins” su proposta del proprietario George Preston Marshall. L’intento era quello di rifarsi allo spirito battagliero dei pellerossa, omaggiando William Dietz, ex giocatore ed head coach della squadra dalle presunte origini Sioux.
Le ragioni, tuttavia, non sono comprese da alcune delle comunità dei nativi: il giorno dopo le parole di Obama, commenti di apprezzamento sono arrivati da Ray Halbritter, leader della tribù della Oneida Indian Nation, che fanno seguito a due decenni di battaglie legali di Suzan Harjo, avvocata dei diritti dei nativi. Ma, in realtà, tra gli stessi indiani il fronte non è unito: tanti sono quelli per cui quel soprannome, in questa accezione battagliera, non dà alcun fastidio, come provato da vari sondaggi portati avanti in questi anni. E se qualcuno, come il direttore del museo nazionale degli indiani Kevin Gover, ha avanzato l’idea di cambiare il nome in Washigton Americans (soluzione “neutra”: nell’accezione del XVII secolo, gli “Americani” erano i pellerossa, quindi la storia dell’indiano Dietz rimarrebbe tutelata), i tifosi della franchigia hanno le idee molto chiare: secondo il Washington Post, l’80 per cento di loro non ne vuole sentire di risparmiare il nickname.
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