
Il Deserto dei Tartari
Pisapia e l’egualitarismo che danneggia le donne
Se avevo qualche dubbio sulla giustezza del mio voto a favore di Letizia Moratti e sfavorevole a Giuliano Pisapia nei due turni delle elezioni municipali milanesi, è bastato il primo annuncio da parte del nuovo sindaco a proposito della Giunta che sta per costituire per spazzarlo via. Se si rivotasse oggi, darei lo stesso voto di domenica scorsa, anche nella certezza di consegnarlo alla parte perdente.
Cos’è successo? È successo che il mondo è stato messo al corrente di quello che sarà il primo atto della nuova amministrazione: “La nuova Giunta sarà composta per metà di donne”, ha fatto sapere il neo sindaco. E tenuto conto che la prima frase di peso politico che ha pronunciato nel suo discorso durante la festa di piazza per la sua elezione è stata “aiutatemi a governare Milano con giustizia”, dopo questa prima mossa possiamo renderci conto di qual è la sua idea di giustizia: quella propria dell’egualitarismo. Per essere giusto, un sindaco deve attribuire lo stesso numero di assessorati agli uomini e alle donne. Nell’atmosfera di euforia che caratterizza il nuovo dato politico e di unanime entusiasmo per tutto ciò che suona progressista, nessuno ha finora obiettato e denunciato la profonda ingiustizia di una decisione che ha un famoso precedente nella formazione del primo governo Zapatero in Spagna.
Una decisione che svilisce insieme le donne e le istituzioni. Svilisce le donne perché le ammette ad un’alta magistratura non per merito, ma per il solo fatto di appartenere al sesso femminile; per una ragione estrinseca e non per una reale e univoca corrispondenza delle loro qualità al compito; svilisce le istituzioni perché suggerisce l’idea che ministeri, assessorati, presidenze, ecc. non sono alte responsabilità pubbliche che richiedono la selezione dei migliori candidati, con qualche concessione semmai alle esigenze di coalizione di una vittoria multipartitica, ma vere e proprie spoglie di un bottino che può essero utilizzato per scopi diversi dalla funzionalità amministrativa. Nel caso di Pisapia (e di Zapatero) lo scopo è far progredire il politicamente corretto, attuare un’opera di ingegneria sociale, proclamare le ragioni dell’egualitarismo. Nessuno dubita che a Milano si possano trovare sei donne di sinistra in grado di svolgere dignitosamente il ruolo di assessori occupando la metà dei posti a disposizione in giunta, ma peserà sempre su di loro l’ombra di un favoritismo, rispetto ad altri candidati, centrato su ragioni estranee alle loro capacità politico-amministrative.
La bella uscita del nostro nuovo sindaco m’ha fatto venire in mente una vicenda simile che ha avuto luogo nel contesto della transizione politica tunisina. Il principale organismo incaricato di proteggere e promuovere la rivoluzione che nel gennaio scorso ha costretto all’esilio il presidente-dittatore Ben Ali ha deciso che le liste bloccate dei partiti che si presenteranno alle elezioni politiche di luglio dovranno obbligatoriamente presentare candidati uomini e donne alternati, di modo che risulteranno eletti alla fine approssimativamente lo stesso numero di uomini e di donne. Tutti i membri del consiglio rivoluzionario hanno votato a favore, compresi gli esponenti del partito islamista (Ennhada), e non c’è da dubitare che Giuliano Pisapia si sarebbe unito convintamente a tale voto. Solo un paio di femministe hanno obiettato che non è questa la vera promozione della donna, e che la presenza femminile forzata nelle liste e poi fra gli eletti probabilmente darà vita a un parlamento con molti deputati eterodiretti da interessi esterni partitici o di altra natura, non essendo verosimilmente molte delle candidate dotate della personalità, dell’indipendenza e della sicurezza nei propri mezzi necessarie per reggere alle pressioni.
È importante sottolineare le valenze di questo primo atto politico e simbolico del nuovo sindaco, perché si colloca in una perfetta continuità e coerenza con le altre sue posizioni radicali, quelle che lo hanno visto firmare leggi per l’eutanasia, la legalizzazione delle cosiddette droghe leggere e l’istituzione delle “stanze del buco” per gli eroinomani, e quelle che nel suo programma gli fanno promettere sostegno a chi interrompe una gravidanza e l’introduzione di un registro comunale delle unioni civili per le “famiglie plurali”. I due cardini del pensiero moderno, nel quale si identificano tutti i partiti della coalizione che ha portato Pisapia alla vittoria, sono l’autonomia morale dell’uomo e l’egualitarismo. Entrambe comportano la negazione di Dio. Nel pensiero moderno l’uomo è il Dio di se stesso, si dà da sè le norme morali, rifiuta la morale religiosa perché eteronoma (cioè perché arriva dall’esterno), vuole essere il creatore della sua propria natura, rifiuta di riceverla da un altro. Così si spiegano le porte aperte anche alla libertà di abortire, assumere sostanze stupefacenti, mettere fine alla propria vita, generare vita secondo un proprio progetto ricorrendo a tecniche varie, ecc.: sono il prezzo del primato assegnato all’autodeterminazione umana.
Ma tutte queste e le altre libertà umane concepibili non si potrebbero attuare se contemporaneamente non si stabilisce la piena uguaglianza, di diritto e di fatto, fra tutti gli uomini in tutti gli ambiti della loro esistenza che sembrano connotati da diseguaglianze. E ciò per due ragioni, una politica e una filosofica. La ragione politica è che la disuguaglianza è considerata la fonte di tutti i conflitti e di tutte le sofferenze e i disordini che da essi conseguono, in quanto essa istituisce i ruoli dell’oppressore e dell’oppresso, dello sfruttatore e dello sfruttato, dai quali il conflitto nasce per la ribellione dei secondi contro i primi; la ragione filosofica è che l’uguaglianza assoluta permette all’uomo di esercitare la sua autonomia morale senza più le barriere che derivano dalla tradizione, dalla religione, dai rapporti sociali, ecc. Finchè non è dichiarata la relatività e l’indifferente valore di tutte le religioni, di tutte le morali, di tutte le tradizioni, finchè non è annullato ogni principio gerarchico (a cominciare da quello che sovraordina Dio all’uomo) la libertà dell’uomo è impossibile, perché ci saranno sempre un Oltre, un più Alto, un più Grande che avanzeranno pretese su di lui.
I cristiani che hanno votato Pisapia incantati dalla sua retorica egualitarista hanno confuso l’egualitarismo relativista e antiteista di un laico di sinistra radicale, erede della tradizione del pensiero moderno, con la cristiana uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio e con l’uguale dignità di tutti gli esseri umani, per i quali Gesù Cristo è morto in croce senza fare differenze. Hanno confuso l’uguaglianza che permette di emanciparsi da Dio con l’uguaglianza della dignità umana che ha la sua garanzia in Dio. Ma non è poi così difficile distinguerle: dai frutti si riconosce l’albero. Un’idea di uguaglianza astratta, concepita per liberare l’uomo da Dio, darà vita, per esempio, a istituzioni politiche sessualmente segregate: 6 posti agli uomini, 6 posti alle donne. E aspettiamo un’estensione dello spoil system ad altri gruppi connotati in base al “gender”.
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