
Più che di governo, una generale crisi di nervi
La crisi di governo in Italia? Troppo semplice, praticamente impossibile. Non vogliamo andare per paradossi, ma quale altro “paese normale” reggerebbe a uno sconquasso politico, sociale ed economico come quello italiano? Diciamo così: la crisi in Italia è impossibile perchè lo stato di crisi è permanente, endemico, quindi “improclamabile”, perché fa parte perennemente del paesaggio. Delineiamo una fotografia del Paese, come quella che esce dal recente rapporto del Censis. Esiste una crisi della economia, una crisi d’identità nazionale, una crisi occupazionale. Già questo basterebbe a stroncare anche il Burundi. Nel consesso europeo, si fa per dire, siamo gli ultimi per sviluppo, crescita e inflazione.
Ma siamo solo a un quadro schematico di fondo. Le singole voci fanno venire i brividi alla schiena. Secondo alcuni osservatori stranieri siamo una specie di ripostiglio per rigattieri: abbiamo le università più scalcinate d’Europa, gli studenti più ignoranti, gli insegnanti più obsoleti. E via elencando: i trasporti pubblici italiani sono ormai un’avventura messicana, gli ospedali mettono i brividi. Poi potremmo parlare per circa vent’anni delle questioni giudiziarie, che ormai si accettano con una rassegnazione islamica o buddista, forse.
Qualcuno dice che resterebbe la vitalità culturale. E, a sentire queste cose, pensiamo quasi al suicidio di massa come il pastore americano Jim Jones. A ogni Natale esce uno squinternato film dei Vanzina, a cui si aggiungono i tormentoni di Pieraccioni e di Aldo, Giovanni e Giacomo. Da Visconti, Fellini, Rossellini e Antonioni siamo passati all’avanspettacolo di massa. Lo spettacolo editoriale e televisivo è ancora più esilarante. In un paese che legge pochissimo, trionfa la stupidera televisiva, diretta conseguenza della “calendarite” cronica: dopo la Ferilli e le altre, manca solo il calendario del sexy horror con la Bindi, in versione hard core, con Dini. Non c’è limite al peggio, dicevano i saggi. Può darsi che la crisi italiana sia talmente radicata, che ci vorrebbe il Big One a Ceppaloni per stabilire che Massimo D’Alema si debba veramente dimettere da Palazzo Chigi.
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