Perché tra i “grandi” Italia ed Europa sono condannate alla seconda fila

Di Leone Grotti
12 Febbraio 2020
Così il nostro paese è diventato imbelle e quindi «irrilevante» nello scacchiere internazionale. Vedi la Libia. Parlano Galli della Loggia e Caracciolo

Articolo tratto dal numero di febbraio 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Era solo una foto di rito, ma ha catturato in uno scatto la drammatica impotenza e debolezza italiana in politica estera. È il 19 gennaio, a Berlino si sta per aprire la Conferenza internazionale sulla Libia, che si rivelerà un fallimento. L’obiettivo è cercare una soluzione alla guerra civile che da nove anni, da quando cioè la Nato ha eliminato il dittatore Muammar Gheddafi, sconvolge il paese nordafricano.

Si tratta di un appuntamento di capitale importanza per l’Italia, che ha nella sua ex colonia enormi interessi legati all’approvvigionamento di gas e petrolio, al contenimento della minaccia terroristica e alla gestione dei flussi migratori. La Libia dista circa 300 miglia nautiche dall’Italia, è il fronte più caldo da gestire per il nostro paese, che vanta rapporti storici e consolidati con le istituzioni locali. Eppure, quando il premier Giuseppe Conte ha cercato di capire, sotto l’obiettivo impietoso delle telecamere, dove doveva disporsi nella foto, ha scoperto che non c’era un posto per lui in prima fila, già occupata dai leader di Onu, Germania, Francia, Egitto. E così ha dovuto accontentarsi di un posto in seconda fila, marginale come il nostro ruolo nella risoluzione del conflitto.

«Siamo diventato quasi irrilevanti», dichiara a Tempi il direttore di Limes, Lucio Caracciolo. «Abbiamo conoscenze e relazioni di gran lunga migliori di molti nostri avversari, ma non riusciamo a metterle a frutto perché non abbiamo una soggettività geopolitica forte, non abbiamo un centro strategico a livello di governo come gli altri paesi».

L’Italia ha inanellato negli ultimi mesi una serie di disastrose iniziative politiche, ben simboleggiate dal goffo tentativo di Conte di invitare a Roma i leader delle due fazioni rivali in Libia senza informare i diretti interessati, il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, e il premier di Tripoli e nostro alleato, Fayez al Sarraj. Risultato? Al Sarraj ha scoperto dalle agenzie di stampa le intenzioni di Conte e ha disertato l’appuntamento, facendo fare al nostro governo la figura dei principianti.

Mentre Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, cercano di nascondere che la situazione ci è totalmente sfuggita di mano con un frenetico quanto impacciato attivismo diplomatico, chi comanda davvero in Libia si muove in modo deciso. Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha inviato a sostegno di Tripoli tremila mercenari islamisti, che fino a pochi giorni prima avevano combattuto contro il regime di Bashar al-Assad in Siria, artiglieria, obici semoventi e cingolati da combattimento, coordinati da 350 uomini delle forze speciali turche.

Allo stesso tempo, Vladimir Putin appoggia con determinazione il generale Haftar con armi e mercenari. L’Unione Europea, al pari dell’Italia, è presa in contropiede, blatera di “embargo sulle armi” in Libia, senza però osare imporre sanzioni a chi non lo rispetta in modo palese (Qatar e Turchia da una parte; Russia, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto dall’altra).

«L’Unione Europea è impotente perché non è uno Stato e quindi non ha né la legittimazione né un centro decisionale per fare politica estera», continua il direttore di Limes. «Non ha voce in capitolo e non potrebbe essere altrimenti in queste condizioni».

Il mondo è pieno di cattivi con le armi

La difficoltà italiana (ed europea) a dotarsi di una politica estera, resa evidente dall’attivismo di Russia e Turchia che spadroneggiano nel cortile di casa nostra, non è certo una novità del governo giallorosso e affonda le sue radici nel passato.

«L’origine della nostra debolezza risale al 1945, alla sconfitta dell’Europa in un guerra terribile, che l’ha disintegrata politicamente», spiega a Tempi lo storico Ernesto Galli della Loggia, professore ed editorialista del Corriere della Sera. «Da allora l’Europa non ha più avuto modo di riprendersi, né di riacquistare una coscienza politica di sé. Quella guerra, infatti, significò l’annichilimento di un’intera storia di potenza politica del nostro continente» e ora l’Europa «non ha più la possibilità neanche di concepire un intervento armato che sia deciso per ragioni politiche proprie. Non ha più nessuna possibilità culturale e psicologica di avere una confidenza con l’elemento della guerra».

Oggi gli europei, prosegue lo storico, «non sopportano più l’idea di morire per qualcosa che non sia una malattia o un incidente stradale. Non pensano più che ci sia una causa per cui sia, non dico giusto, ma almeno necessario e opportuno politicamente rischiare di morire». Tradotto in politica estera, «questo significa salire sul ring con un braccio legato dietro la schiena. Certo, non esiste solo il mezzo della guerra, c’è anche quello dell’economia. Ma in un momento storico in cui il mondo è pieno di cattivi pronti a usare le armi, l’idea che l’Europa non può avere nemici è così irrealistica da avere un effetto negativo e paralizzante». Il risultato, continua il professore, «è ovvio: siamo più vulnerabili e ci troviamo in una situazione di inferiorità e irrilevanza».

Una difficoltà che rischia di diventare molto concreta per il nostro paese, se si pensa ancora una volta alla Libia: «Rischiamo che i nostri interessi in campo energetico, di sicurezza e controllo dei flussi migratori siano intaccati da quelli di altri Stati, che sono opposti ai nostri», precisa Caracciolo. «Abbiamo poco a che spartire con turchi e russi, francesi ed emiratini. In Libia, grazie a relazioni e rapporti storici, partiamo da una posizione di vantaggio, ma non abbiamo la capacità di discutere di questi temi nelle sedi istituzionali, in Parlamento e al Consiglio dei ministri, e questo ci rende meno efficienti».

Purtroppo, continua Caracciolo, «manca l’interesse ad aprire una discussione pubblica su questi temi, che sono i più importanti per una nazione. Ma la colpa non è tanto di Pd e Movimento 5 stelle, perché è una storia che si trascina dalla fine della Prima Repubblica, quando avevamo partiti con culture politiche forti e reti internazionali. Oggi non ci sono più né partiti, né culture politiche, né reti internazionali».

I nostri soldati? Dei bersagli

In politica estera, scriveva il direttore di Limes, bisogna rispettare tre regole: «Primo: sapere quel che vogliamo. Secondo: individuare gli attori sul terreno con cui misurarci e negoziare. Terzo: avere a disposizione le risorse militari ed economiche necessarie ad avanzare la nostra causa. Nel teatro libico non abbiamo ottemperato ad alcuno dei tre imperativi».

La mancanza di una strategia, oltretutto, genera confusione. Il premier Conte ha infatti parlato della possibilità di inviare truppe italiane nel paese nordafricano, nell’ambito di una missione di pace internazionale, ma «inviare una spedizione armata in Libia, in queste condizioni, non ha senso. Con quale obiettivo? Ricolonizzare la Libia? L’Italia oltretutto ha già un’ottantina di marinai vicino a Tripoli, per missioni tecnico-umanitarie. Abbiamo un po’ meno di 300 uomini, forze di alto livello, che gestiscono un ospedale a Misurata, città alleata di Sarraj. Peccato che l’ospedale non può curare i feriti, per non irritare nessuna delle parti in causa. Quindi cosa ci stanno a fare lì? Fondamentalmente, sono dei bersagli».

Se l’Italia si scopre ininfluente in politica estera, schiacciata dall’interventismo dei grandi attori internazionali, potrebbe almeno sperare di recuperare un ruolo attraverso l’Unione Europea. Ma la paralisi che blocca Roma è la stessa che inibisce Bruxelles, dove troppo spesso si parla a vuoto di unità o esercito comune: «Per costruirlo ci vorrebbe una fortissima volontà politica», commenta Galli della Loggia. «Non mi pare però che ci sia in vista alcun progetto di unità politica. Se anche costruissimo un esercito comune, poi chi decide come e dove farlo intervenire? Esiste un’autorità politica centrale ed europea che può compiere scelte senza che basti l’opposizione, per dire, del Lussemburgo per far saltare tutto? Se manca l’autorità politica, tutto il resto, anche l’esercito comune, è una chiacchiera. I politici europei, quelli italiani soprattutto, ormai da anni non riescono a partorire un’idea o un progetto sull’Europa, ma compensano questa mancanza con molte parole e discorsi futili». L’Unione Europea non potrà che rivelarsi inutile, fino a quando sconterà «la mancanza di un decisore politico. Questo deficit istituzionale è il più grave che possa esserci. Ed è quello che andrebbe risolto per primo».

Ma in vista non ci sono idee né progetti. Intanto, Russia e Turchia avanzano in Libia.

@LeoneGrotti

Foto Ansa

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