
La preghiera del mattino
Perché in Spagna il «vento decisamente popolare» non soffia anche per Vox

Sul Post si scrive: «Il primo governo regionale di coalizione tra Pp e Vox si era formato invece nel 2022 nella regione di Castilla-León, nella Spagna occidentale. La cosa aveva attirato particolari attenzioni, dato che poco meno di due anni prima l’allora leader del Pp, Pablo Casado, aveva attaccato in più occasioni Vox definendolo un partito populista che spacciava “soluzioni facili, e di solito false, a problemi complessi”, enfatizzando la propria differenza con Vox ed escludendo in modo abbastanza categorico una loro unione politica».
Per comprendere bene quel che è accaduto e quel che avverrà in Spagna bisogna riflettere su che cosa è il “fenomeno Vox”: senza dubbio una formazione di destra radicale ma che nasce (in qualche modo parallelamente ai Ciudadanos) anche per iniziativa di José María Aznar quando la Germania, utilizzando pure un certo autonomismo-indipendentismo catalano (e non solo), cerca (e riesce) a rompere un eccessivo allineamento di Madrid a Washington. Provocando poi la nascita di un governo di sinistra con ottimi rapporti con Cuba e Venezuela.
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Sulla Nuova Bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «L’importanza del voto spagnolo è data anche dalla affluenza al voto che, nonostante il caldo torrido e la scelta sfrontata di Sánchez di fissarne la data il 23 luglio, è stata del 70,18 per cento, quasi quattro punti in più rispetto al 2019, quando fu del 66,23 per cento. Il presidente del governo, Pedro Sánchez, primo dei leader di partito a votare domenica mattina, aveva dichiarato di avere “buone vibrazioni” ed era stato accolto al seggio dagli applausi degli attivisti socialisti, ma anche da urla di oppositori che lo avevano definito “bugiardo”».
L’osservazione di Volontè sul peso della partecipazione degli elettori nel risultato delle politiche spagnole (al di là forse di qualche confusione tra voto per le politiche e per le europee) è rilevante e spiega come la destra spagnola non abbia vinto anche perché la sua ala radicale non ha fatto abbastanza i conti con la modernità, mentre quella moderata non ha su temi decisivi (autonomie, collocazione internazionale, proposta per la riforma dell’Unione Europea) offerto una chiara proposta di governo, pensando di avere la vittoria in tasca.
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Sul sito di Tgcom 24 si scrive: «Indipendentisti catalani: non faremo Sánchez premier in cambio di nulla. Il partito indipendentista catalano di Carles Puigdemont, Junts, ha avvertito il leader socialista Pedro Sánchez che non lo “renderà premier in cambio di nulla”. Lo ha chiarito Míriam Nogueras, portavoce della formazione politica. Al momento, con oltre il 98 per cento delle schede scrutinate, risulta che Junts ha ottenuto 7 seggi, utili al Psoe per cercare di arrivare alla maggioranza assoluta. Anche l’altro partito indipendentista catalano, Erc, ha chiarito che porrà delle condizioni per l’investitura di Sánchez».
Il peso dei partiti autonomisti e talvolta indipendentisti deriva anche dalla scelta di disgregare le politiche nazionali che l’asse Berlino-Parigi, sia con Nicolas Sarkozy ed Emmanuel Macron sia con Gerhard Schröder e Angela Merkel, ha a lungo praticato come sappiamo bene noi in Italia. Una disgregazione che porta anche elettori di destra baschi, navarrini, catalani e delle Canarie a votare per formazioni che poi non sono in gradi allearsi centralmente ai popolari (e tanto meno a Vox).
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Su Huffington Post Italia Elisabetta Gualmini scrive: «In Spagna soffia un vento decisamente popolare. Questa è l’indicazione più chiara che esce dalle urne. Il partito popolare di Alberto Núñez Feijoo prende il volo rispetto alla precedente tornata elettorale, passando da 88 a ben 136 seggi (32,5 per cento dei voti), attestandosi primo partito del paese. Un successo evidente che tuttavia viene in parte smorzato dal flop vertiginoso di Vox, che si ritrova dimezzato nei voti e nei seggi, e non in grado di offrire una stampella sufficientemente robusta al Partido popular per poter avere subito un governo».
Chi sostiene l’attuale status tecnocratico-burocratico e consociativo dell’Unione Europea ragionevolmente utilizza il voto spagnolo per cercare di rafforzare la cosiddetta “maggioranza Ursula”. Però sono molte le questioni in ballo oggi, da quella russa a quella cinese, da quella mediterranea/africana a quella mediorientale, da quella artica a quella di politiche climatiche non astratte e antisviluppo, che da oggi al giugno 2024 segneranno la complicata partita delle prossime elezioni per il Parlamento europeo.
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