
Il Deserto dei Tartari
Perché Pisapia e gli altri sindaci hanno perso la guerra dei botti
Italia, paese di geni incompresi: anno dopo anno le autorità perdono la guerra coi botti illegali di Capodanno e nonostante tonnellate di sequestri e centinaia di denunce, che cosa viene in mente agli amministratori di oltre duemila Comuni italiani? Di vietare i botti tout court, quelli legali come quelli illegali, i letali petardi che assomigliano agli ordigni talebani in Afghanistan come le innocue girandole da compleanno dei bambini. Il risultato è stato peggio di zero: nessuna diminuzione della quantità di materiale pirotecnico consumato, gli stessi danni alle persone e alle cose degli anni passati; in compenso, abbiamo assistito alla più grande violazione di massa di una norma di legge dai tempi del ministro Enrico Ferri, quello che nel 1988 impose il limite di velocità di 110 km/h in autostrada. Insomma, il classico effetto “grida manzoniane”; come nell’Italia seicentesca sotto il dominio spagnolo e francese, più i divieti sono severi, più i comportamenti vietati riempiono la scena: a Bari il centro e la periferia della città erano occupati da decine di ambulanti che vendevano ogni tipo di fuoco artificiale a dispetto dell’ordinanza del sindaco Michele Emiliano, il quale nella notte di Capodanno s’è ritrovato in piazza a brindare mentre intorno a lui esplodeva ogni genere di petardo e cadeva ogni tipo di razzo.
La domanda allora sorge inevitabile: perché lo hanno fatto? Perché mettersi nelle condizioni di essere ridicolizzati? Non è possibile che i sindaci di Milano, Bari, Torino, Venezia, ecc. fossero davvero convinti di poter zittire la notte di Capodanno con un’ordinanza. La tentazione demiurgica, che fa credere a politici e amministratori di poter cambiare il volto della realtà con un atto di pura volontà, avrà certamente giocato un ruolo, ma non si può credere che sia stata determinante. Così come, all’opposto, non regge la spiegazione che si sia trattato di una fantasiosa trovata per raggranellare un po’ di risorse finanziarie: è vero che a Milano Giuliano Pisapia si è vantato di avere staccato 200 contravvenzioni ai trasgressori, ma si tratta evidentemente di spiccioli (10 mila euro al massimo), e un sindaco che ha gestito una gara per la privatizzazione della Sea (la società aeroportuale), dove ha vinto una cordata che ha offerto solo 1 euro in più della base d’asta, farebbe meglio a non insistere troppo.
Entriamo allora di necessità nel novero delle motivazioni simboliche degli atti amministrativi: sindaci e assessori non volevano cambiare il mondo, ma comunicare ai cittadini la loro visione del mondo. E non si può negare che ci siano riusciti. Avrete notato che quasi nessuno ha addotto come motivo la tutela dell’incolumità dei lanciatori di petardi. Vietare alle persone di farsi male da sé violerebbe il principio di autodeterminazione, feticcio moderno caro soprattutto alle amministrazioni di sinistra. Sarebbe davvero curioso che chi si è pronunciato a favore dell’eutanasia, della legalizzazione delle cosiddette “droghe leggere” e delle “camere del buco” per gli eroinomani, adesso improvvisamente si preoccupasse di proibire comportamenti liberamente decisi dai cittadini per paura che esercitando tale libertà si facciano male. Ecco allora che si invoca la tutela di beni pubblici e collettivi, che assumono varie sembianze: la sicurezza fisica e psicologica dei bambini portati in piazza, il benessere degli animali, a rischio di panico per le esplosioni, l’aria delle città ulteriormente inquinata dalle polveri sottili prodotte dai fuochi.
Chiara Bisconti, assessore al Benessere e alla qualità della vita del Comune di Milano, ha rivelato ai contemporanei la sua cosmologia e la gerarchia degli esseri che presuppone: «Un Capodanno senza botti ma circondati dall’affetto delle persone a noi più care e dai nostri amici animali, questo dovrebbe essere il miglior modo per salutare e festeggiare l’anno che verrà. Anche i nostri compagni a quattro zampe hanno il diritto di vivere in serenità queste giornate di festa». Si noterà che i quadrupedi sopravanzano, nel mondo biscontiano degli affetti, quello che tradizionalmente è considerato “il prossimo”, l’insieme degli esseri umani coi quali non condividiamo necessariamente rapporti di parentela o di amicizia; a Capodanno gli auguri andranno dunque fatti nel seguente ordine: prima i nostri cari umani, poi i nostri cari animali, quindi, se c’è ancora tempo e credito telefonico, vicini, colleghi e clienti. Attorno ai dati sull’andamento delle polveri sottili nel cielo di Milano s’è creato un clima d’attesa da sorteggio dei Mondiali di calcio: sia Pisapia che il pisapiano Tg3 regionale hanno alluso all’imminente arrivo di dati che avrebbero confermato il contributo decisivo dell’ordinanza antibotti alla purificazione dell’aria. Ma i dati non sono arrivati, perduti nella nebbia della guerra dei botti stessi.
Man mano che la lotta alle polveri sottili nell’atmosfera e il benessere degli animali diventano temi ossessivi, mantra giustificatorio di ogni iniziativa amministrativa di contenuto proibizionista, la diffidenza e lo scetticismo nei confronti degli estemporanei interventi dei pubblici poteri crescono. Prima di preoccuparsi per lo shock da rumore degli animali da compagnia, non bisognerebbe porsi qualche domanda sulla loro riduzione a soprammobili di casa o a sostituto degli affetti filiali? Rientra nel benessere animale l’antropomorfizzazione o la reificazione di bestie ridotte a vivere in spazi ristretti e a fare da surrogato a figli e amici che non ci sono più o non ci sono mai stati? E quante polveri sottili respirano gli utenti della metropolitana milanese e dei treni locali, quante se ne respirano nei locali di casa fra sigarette, incensi, camini e altro ancora? I neoproibizionisti comunali scolano il moscerino e inghiottono il cammello, e così facendo diventano meno credibili ogni giorno che passa.
Allora proviamo a dirne un’altra: i petardi fatti esplodere la notte dell’ultimo dell’anno sono valvole di sfogo dell’aggressività individuale e di gruppo, alla stregua del tifo accalorato allo stadio o della caccia per campi e boschi. Alla cultura e alle amministrazioni di sinistra stanno in uggia non solo e non tanto per i danni materiali e ambientali che comportano, ma soprattutto per una ragione ideologica: convogliano fuori dall’agone sociale energie che sarebbero utili alla rivoluzione o comunque sia alla lotta per profonde trasformazioni socio-politiche. Sono oppio dei popoli molto più della religione, che è stata recuperata alla causa attraverso le teologie della liberazione e gli editoriali e le copertine di Famiglia Cristiana. Insomma, il tuono di tracchi e bombe da festa patronale allontana non diciamo l’esplosione di quelle vere, espressione della violenza rivoluzionaria (anche se forse scomodando Freud e l’inconscio…), ma certamente l’esplosione di indignazione e ribellione necessaria a cambiare gli equilibri di potere.
Al di là di motivazioni confessate e inconfessate e dei pretesti più vari, una conseguenza politica e civica importante le ordinanze antibotti l’hanno sortita: hanno fatto provare il brivido dell’illegalità a milioni di persone che fino a pochi giorni fa lo ignoravano. Hanno abbassato il tasso di rispetto dei cittadini nei confronti dei pubblici poteri, sempre più sentiti come invadenti e stravaganti nelle loro pretese di interferire nei comportamenti personali. Volevano accrescere il senso civico dei cittadini, e invece lo hanno indebolito. Cari sindaci e assessori, permetteteci di darvi una dritta: i ragazzi fanno esplodere i petardi per non esplodere loro stessi; per un Capodanno meno rumoroso e fumoso, i divieti servono a poco: aiutate a creare le condizioni perché i giovani non abbiano la sensazione di sopportare la vita, ma magari quella di fare esperienza del suo senso. Anche voi siete nella posizione degli educatori, e non è moltiplicando i divieti che si educa davvero.
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