
Per una lobby delle libertà

Alle ventisette associazioni che hanno animato un recente convegno sulla libertà d’educazione, Roberto Formigoni ha suggerito di minacciare uno sciopero del voto, in caso questa legislatura si chiuda come altre in cui era stato al governo il centrodestra. Senza, cioè, che il buono scuola passi dall’essere una freccia nella faretra elettorale della coalizione a rappresentare una possibilità concreta per le famiglie italiane.
Il suggerimento di Formigoni ad alcuni sarà parso stravagante. O superfluo. In democrazia il politico non è costantemente impegnato ad auscultare l’opinione pubblica? Non cerca di prevedere i movimenti del corpo elettorale, anticipando desideri e bisogni della sua constituency?
La storia ormai trentennale del centrodestra italiano ci racconta qualcosa di un po’ diverso. In campagna elettorale, la coalizione all’epoca guidata da Silvio Berlusconi ha sempre promesso di diluire il peso dello Stato e della regolamentazione nella vita degli italiani. Al governo, i risultati sono stati modesti. La riforma più rilevante e innovativa fu quella della sanità, che Formigoni riuscì a realizzare nel territorio lombardo, innestando elementi di concorrenza all’interno servizio sanitario nazionale. Nulla di simile si è visto a livello nazionale, quando il Polo, poi Casa, poi Popolo della libertà ha governato gli italiani.
Strumenti per la domanda di libertà
Nel ragionare sul perché questo sia avvenuto di solito si finisce a parlare del carattere dell’allora leader della coalizione, del peso di forze politiche di scarsa sensibilità liberale all’interno della coalizione, della modesta qualità del ceto politico, della potenza dei poteri di veto. Formigoni aggiunge un altro elemento: l’incapacità di organizzare strumenti a vantaggio di una domanda di libertà.
All’epoca di Berlusconi, il voto dei settori dell’elettorato relativamente più “liberisti” era dato sostanzialmente per scontato: l’alternativa elettorale non sarebbe comunque riuscita a intercettarli. A loro volta, questi ambienti erano sostanzialmente acefali e si identificavano in una sensibilità comune, anziché in una agenda da sottoporre alla politica. Non è sorprendente: le riforme che aumentano la concorrenza (per esempio consentendo la scelta fra scuole diverse) beneficiano i cittadini in quanto consumatori, non gruppi specifici (per esempio, gli insegnanti). È pertanto molto difficile che ci siano associazioni, sindacati, Conf che si organizzano per promuoverle.
Questa è una debolezza che può essere oggi più dannosa che in passato. Del centrodestra berlusconian-bossian-finiano conosciamo tutti i limiti, ma era mosso da una retorica intrisa di richiami alla libertà individuale e animata dalla convinzione che il paese dovesse cambiare. Oggi le cose non stanno più così. Il discorso dei partiti è totalmente estroflesso, lo scontro politico in questi mesi appare come una specie di replica miniaturizzata di quanto avviene sulla scena internazionale, chi con Trump chi con l’Europa, eccetera.
Per il politico, è la situazione ideale: investe in simboli, si presenta all’elettore come quello che “sta” con Zelensky o con Putin, sa bene che nessuno gli rinfaccerà mai l’esito di faccende più grandi di lui. Intanto, la prassi di governo è segnata da uno statalismo a spizzichi e bocconi. Le riforme (premierato, giustizia, autonomia) sono parcheggiate in attesa di tempi migliori. Il “non disturbare chi vuole fare” è rimasto uno slogan, mentre prosegue la rinazionalizzazione dell’economia italiana (ultimo tassello l’acquisto di Tim da parte di Poste). Il mercato e la libertà di scelta vanno bene solo per le rosticcerie.

Spinta dal basso
Si può affrontare il problema dal lato della classe politica? È improbabile, considerando che anche i cosiddetti “liberal-democratici” e i partiti che li aggregano oggi s’interessano di tutto fuorché di riforme liberali. L’ipotetico passaggio a una legge elettorale d’impianto ancor più proporzionale (come si coniugherebbe col premierato?) peggiorerebbe ulteriormente la situazione, staccando un assegno in bianco agli straccivendoli di simboli.
L’alternativa è più faticosa ed è quella che indica Formigoni. Provare dal lato dalla domanda. Tentare di organizzare cioè richieste precise da indirizzare alla classe politica, cominciando dalla libertà scolastica. Cercare di mobilitare gli interessi a vantaggio della libertà. Trasformarli in interlocutori dei partiti sottolineando come il consenso di questo o quel piccolo mondo non è automatico, ma subordinato alla realizzazione di alcuni punti programmatici. Si tratta di istanze che di solito sfuggono alla logica dei gruppi di pressione e quando vengono realizzate ciò dipende dalla visione d’insieme dei leader. Questa volta, però, non ci si può illudere che le cose andranno così.
L’elettorato di centrodestra è considerato più passivo, meno incline al mobilitarsi di quello di centrosinistra. Forse anche per questo i risultati politici del centrodestra, negli ultimi trent’anni, sono stati minori di quelli della controparte. Se c’è ancora qualche componente liberale, all’interno di quell’elettorato, questo è il momento per provare a organizzarla, attorno a pochi temi chiari, con possibili implicazioni concrete. Bisogna provare a costruire una lobby della libertà. Nell’Italia di oggi la spinta a riprendere i fili della modernizzazione liberale del paese può solo venire dal basso, perché dall’alto non verrà di sicuro.
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