Te Deum laudamus per la musica di Francisco nel Venezuela stremato

Di Alejandro Marius
04 Gennaio 2020
Dove manca tutto, perfino pane, acqua e luce, crolla pure il desiderio di cambiare le cose. Ci vuole un momento di bellezza per risorgere

Articolo tratto dal numero di dicembre di Tempi

Al termine di un anno così complicato in Venezuela pronunciare il Te Deum può sembrare ironico: come è possibile ringraziare Dio in un anno che tanta gente vorrebbe dimenticare? Continuare a vivere, restare in salute, avere accesso all’acqua, all’elettricità per la maggior parte della giornata e a internet, disporre di un lavoro che permetta di mantenere la famiglia garantendo tre pasti al giorno e la scolarizzazione dei figli è un privilegio per pochi in Venezuela. Quello che in molti paesi passa per ovvio, non lo è in Venezuela, e questo è un motivo per ringraziare Dio.

Le crisi ti rendono sensibile alle cose più semplici, e per questo vale la pena ringraziare, però bisogna stare attenti al rischio del conformismo e agli stereotipi che distruggono il desiderio degli uomini. Le carenze sono di una tale magnitudine che quando succede qualcosa di “normale”, come il fatto che ci siano acqua ed elettricità, il ringraziamento può confondersi col pensare che è straordinario qualcosa che dovrebbe essere ordinario. È un sistema che mette sempre davanti alla tentazione di adattarsi al poco e di non aspirare a stare meglio, perché sembra che la realtà ti stia schiacciando. I trasporti non funzionano e non si può pretendere dai lavoratori che arrivino in orario; i problemi sono così tanti che abbassiamo il livello di ciò che esigiamo in termini di professionalità, così ci adattiamo al costante abbassamento della qualità. Anziché essere un’alleata, la realtà sembra complice del crollo della voglia e del desiderio di trasformarla.

In un contesto come questo, come è possibile che sorga un Te Deum? La risposta nasce nello stesso modo in cui le stelle illuminarono Caracas durante il black-out del mese di marzo e poi lasciarono il posto al sole, che non chiese il permesso a nessuno per continuare a brillare. Tante volte vediamo le ombre, quello che non va, quello che non funziona, quello che manca, e non ci fermiamo ad alzare lo sguardo per scoprire la bellezza che sta dentro a questa stessa realtà. La bellezza esiste ed è presente, il problema è poterla riconoscere e avere un minimo di semplicità per dire: «Te Deum laudamus».

Dieci anni fa ho fondato Trabajo y Persona in Venezuela, un’opera sociale che cerca di promuovere il valore del lavoro e quindi la dignità dell’uomo, specie dei giovani e delle donne in situazione di vulnerabilità. Mi ci vollero due anni per decidere di iniziare e fu determinante il rapporto con vari amici che mi aiutavano a guardare la realtà come un dono, un’opportunità per costruire usando i talenti che Dio mi aveva donato. In questi anni abbiamo realizzato molti progetti sociali interessanti, siamo anche cresciuti come squadra di collaboratori, abbiamo influito sulla vita di migliaia di persone e creato alleanze incredibili con numerose istituzioni; ma come per tutte le cose della vita, bisogna tornare all’origine, riprenderla e riscoprirne la pertinenza col presente.

Quest’anno, all’approssimarsi del nostro decimo anniversario, volevamo riprendere le origini e rimettere al centro il valore della persona e del suo lavoro. Ci siamo però resi conto che per ricostruire un paese non solo c’è bisogno di buongoverno, di una società civile organizzata, di imprenditori socialmente responsabili, professionisti e persone appassionate alle molte attività produttive, ma anche della bellezza. Come scriveva il grande poeta polacco Cyprian Kamil Norwid: «La bellezza esiste per entusiasmare al lavoro, il lavoro esiste per risorgere». Per ricostruire un paese è necessario ricostruire la persona e questo è ciò che è accaduto a me.

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