
Per Gramellini Bossi è un impiegato dell’anagrafe
In uno dei suoi sempre frizzanti corsivi in prima pagina sulla Stampa di Torino, Massimo Gramellini se l’è presa molto con Umberto Bossi, il quale, esasperato dal bombardamento mediatico sulla gestione dei soldi della Lega, a un certo punto è sbottato e ha detto che «quei soldi erano nostri, potevamo farci quel che ci pareva, anche buttarli dalla finestra». Ecco, a Gramellini una cosa così proprio non va giù: «Quei soldi, signor Bossi, non sono vostri. Sono nostri. Dei contribuenti che li hanno versati attraverso le tasse, spremendoli dal frutto del proprio lavoro».
GIUSTO. Ci sentiamo al fianco di Gramellini in questa santa crociata contro «la visione proprietaria del bene pubblico e dei fondi della comunità». I soldi? Bossi deve risponderne a noi, così come al dipendente pubblico «siamo noi a pagargli lo stipendio, perciò deve mettersi al nostro servizio». Bravo Massimo, digliene quattro ai leghisti ladroni. Siamo con te. Anzi di più: potremmo essere al posto tuo. In effetti, con tutti i denari che ci hanno spremuto con le tasse per darli alla Fiat e quindi alla Stampa, bè, avremmo il diritto di scriverla anche noi, ogni tanto, qualche banalità in prima pagina.
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