«Il pentito Lo Giudice è solo un burattino»: scoppiano i veleni di Reggio Calabria

Di Chiara Rizzo
16 Luglio 2013
In un memoriale il pg calabrese Di Landro denuncia sospetti sulla gestione da parte della procura. Dubbi anche su informative false redatte per il caso Cisterna

«L’analisi attenta, globale, di tutta la vicenda non può non comportare un’accentuata, seria, preoccupazione, poiché trova ulteriore conferma il fatto che il pentito Lo Giudice, pur se da modesto burattino, fa parte di un sistema ed è inserito come pedina in un gioco, che sicuramente lo trascende e lo determina»: questa è l’impressionante accusa scritta dal procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro in una relazione di fuoco inviata al Consiglio superiore della magistratura, alla procura generale di Cassa e al ministero di Giustizia. Il testo del memoriale, inviato a giugno, è stato reso noto su un ampio articolo del Corriere della Calabria.
Di Landro nel 2010 fu uno degli obiettivi di due attentati (per fortuna non mortali) messi in atto dalla ‘ndrangheta: di quei gesti si è autoaccusato il pentito Nino Lo Giudice, il quale come tempi.it ha raccontato qui, proprio lo scorso giugno è scomparso misteriosamente, lasciando però una lettera in cui ritrattava le sue dichiarazioni passate, e accusava i magistrati e i poliziotti che lo avevano interrogato di avergli fatto pressioni. Ora la relazione chiede, di fatto, che sia più accuratamente esaminata la gestione di Lo Giudice e apre scenari inquietanti sul palazzo di Giustizia reggino.

UN PENTITO “MODESTO”. Lo Giudice è stato ritenuto un pentito tra i più importanti fin dall’inizio della sua collaborazione e le sue accuse considerate tanto attendibili che hanno portato non solo alla condanna delle persone da lui indicate come i mafiosi esecutori degli attentati. Sulle parole di Lo Giudice si è aperta persino un’inchiesta sull’ex numero due della procura nazionale antimafia Alberto Cisterna, che solo a dicembre 2012 è stata archiviata: non è stato trovato alcun riscontro alle accuse del pentito. Di Landro nella sua relazione di 23 pagine enumera vari dubbi sulla qualità di questo pentito, che con rapidità ha beneficiato di un programma di protezione.
Tanto per cominciare, quella dei Lo Giudice «è un’antica modesta cosca, certamente non di primo piano nello scenario di Reggio Calabria e provincia», mentre il pentito di fatto si dipingeva con ruoli di primo piano nello scontro tra ‘ndrangheta e istituzioni (curiosità: il soprannome attribuito dalle cosche a Lo Giudice è “il Nano”). In secondo luogo Lo Giudice, nella ricostruzione di come avrebbe organizzato gli attentati, mostra numerose incongruenze. Sul movente delle bombe, spiega Di Landro, il pentito «ha inevitabilmente sempre “farfugliato” ragioni ridicole, palesemente inattendibili».

il pentito Nino “il nano” Lo Giudice

DUBBI SULLE INDAGINI. Il pg di Reggio esprime perplessità anche sulle presunte modalità di esecuzione degli attentati: in questo senso però il procuratore punta il dito contro le indagini della polizia che avrebbero dovuto riscontrare le parole di Lo Giudice. Per esempio, il “Nano” aveva rivendicato di aver lasciato, per intimidire i magistrati di Reggio nel 2010, un bazooka: Di Landro spiega che non è mai stato fatto però alcun approfondimento sul colpo che l’arma avrebbe sparato, né sono mai stati ritrovati residui di polvere da sparo ma «si è consentito a Lo Giudice di imperversare con affermazioni che sfiorano il ridicolo quanto alla causale».
Secondo Di Landro è molto dubbia anche la paternità dell’ultimo memoriale, quello con la ritrattazione, lasciato dal pentito prima della misteriosa scomparsa. Memoriale «su cui non può non esprimersi ogni più ampia riserva per la probabile commistione di contenuti più falsi che veri. È per altro verosimile che esso sia stato vergato da altra persona, perché il suo stile è più consono ad altro più colto soggetto».

«BURATTINO». C’è però un fatto che Di Landro cristallizza come «gravissimo», e cioè le accuse di Lo Giudice a Cisterna. Il “Nano” infatti si è ricordato di far metter a verbale le accuse che gli muoveva per corruzione (per le quali non sono mai stati ritrovati minimi riscontri, pur dopo due anni di indagini) solo oltre i 180 giorni in cui la legge obbliga un pentito a parlare di tutto ciò che sa.
Le sue parole sono costate a Cisterna il trasferimento (al tribunale di Tivoli), e la gogna mediatica. Nelle indagini successive condotte per riscontrare le accuse a Cisterna tuttavia è accaduto un fatto significativo, ricordato da Di Landro: venne redatta una falsa informativa della polizia perché, come in seguito è riuscito a provare lo stesso Cisterna con indagini difensive, eliminava un’intercettazione che avrebbe scagionato subito il vice-procuratore nazionale antimafia. L’autore dell’informativa, l’attuale capo della squadra mobile di Torino, è stato Luigi Silipo.

L’AFFAIRE SILIPO. L’errore che è stato commesso nell’informativa è stato accertato ormai dai tribunali come oggettivo. Oggi emerge anche che Silipo avrebbe poi confessato di essere stato costretto a farlo, parlando privatamente con il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi, che per un decennio aveva lavorato alla procura di Reggio e che il poliziotto ben conosceva.
Cisterna, venutone a conoscenza da Pennisi, aveva segnalato formalmente la cosa alla procura di Reggio, ma nessun’indagine è stata mai svolta, né Pennisi è mai stato ascoltato, se non dagli avvocati di Cisterna nel corso di indagini difensive. Proprio in riferimento a questo episodio Di Landro conclude nel suo report che il pentito Lo Giudice sarebbe solo «un modesto esecutore, che come tale, ove anche la conoscesse non può riferire la ragione degli atti che gli sono stati ordinati di compiere. La paura così incontrollabile che lo ha indotto ad abbandonare il programma di protezione chiarisce e ribadisce la portata del disegno criminale e la pericolosità dei burattinai». Proprio ieri a Reggio è iniziato il confronto diretto tra Pennisi e Silipo, davanti al giudice per le udienze preliminari che segue il processo ad Alberto Cisterna (accusato di calunnia per aver denunciato l’alterazione dell’informativa contro di lui).
Silipo ha negato tutto; Pennisi ha mantenuto la propria versione. Il processo proseguirà il prossimo 30 settembre. Spiega Cisterna a tempi.it: «Io sono accusato non perché i fatti siano falsi o perché l’informativa non sia stata falsificata, ma perché secondo i pm avrei dovuto immaginare che Silipo avesse commesso semplici errori in buona fede».

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