
Pasticcio Ucraina, sanzioni economiche e mire Usa. «In gioco non c’è solo il futuro della Russia, ma quello dell’Europa»
Tratto dal blog Comunitare – Dalla voce di Antonio Piccoli, manager padovano in una Mosca nel pieno della tempesta economica e valutaria, si percepisce tutta la preoccupazione di questi giorni. Quanto durerà questa situazione? “Spero poco. L’economia russa è ancora vulnerabile, sia per dimensioni che per caratteristiche intrinseche; d’altra parte l’indebitamento è intorno al 10% del Pil, le riserve valutarie e auree rimangono ingenti e, soprattutto, negli ultimi 10 anni sono stati fatti molti passi avanti. La Russia ha diverse scadenze di prestiti in euro nel 2015, mentre per il 2016 la situazione dovrebbe essere migliore; consideri infine le obbligazioni delle grandi aziende russe oggi sono sottovalutate e potrebbero essere un’opportunità di investimento a breve”.
Antonio Piccoli è un personaggio particolare: da diversi anni dirige anche Confindustria Russia ed è stato da poco nominato console onorario del governo italiano a Chelyabinsk, in Siberia. Colto e disponibile, in tasca una laurea in filosofia all’Università di Padova, è anche uno dei maggiori collezionisti di arte russa contemporanea, con le sue opere che oggi vengono esposte nei maggiori musei del mondo.
Un anno fa mi raccontava della Russia come di una terra di grandi opportunità; oggi la crisi ucraina e il crollo del prezzo del petrolio, voce principale delle esportazioni, rischiano di rimettere tutto in discussione. Nei giorni scorsi addirittura la caduta del rublo e le prospettive di recessione avevano portato addirittura molte aziende straniere a sospendere le contrattazioni: “Qui però le ragioni sono semplici – spiega il dirigente – gli importatori stipulano contratti in rubli, con prezzi che però sono agganciati a una valuta internazionale di riferimento, come l’euro o il dollaro”. Cosa si sta inceppando in questi giorni? “Quando ci sono fluttuazioni così grandi la banca centrale russa dimostra una tendenza folle a sovrastimare la valuta nazionale: il 16 dicembre ad esempio Il tasso ufficiale era di 76 rubli per dollaro, quando sul mercato eravamo già 90. Se si considera che nei contratti si fa riferimento al cambio ufficiale, e che le banche impiegano giorni a cambiare i rubli, si capisce subito perché le imprese straniere sospendano le contrattazioni: il rischio altrimenti è di una perdita finanziaria netta del 20-30%”.
Una situazione, si spera, destinata comunque a durare poco. Intanto le grandi aziende si sono comunque tutelate, speculando contro il rublo per centinaia di milioni di euro: a pagare il prezzo della crisi saranno probabilmente le aziende medie, lo stato e soprattutto i lavoratori, che vedranno il loro potere d’acquisto falcidiato dall’inflazione. La crisi valutaria arriva dopo un anno difficile, in cui anche dal punto di vista internazionale la Russia pare essere sempre più isolata. A cominciare dalla crisi ucraina, in cui lo scontro con l’Europa, e soprattutto con gli Stati Uniti, è divenuto frontale: “Le sanzioni europee hanno appena sfiorato il paese, mentre quelle russe hanno colpito duramente noi esportatori. Pensi che in pochi mesi solo i produttori italiani nel comparto alimentare hanno perso circa 280 milioni di euro: molti di loro sono anche falliti. Soprattutto però è cambiato il clima: dall’entusiasmo e dalla fiducia reciproca si è passati al sospetto”.
Come si è arrivati a questa situazione? “In Ucraina si è passati da rivendicazioni che potevano essere controllate, e in qualche modo risolte, all’odio reciproco e adesso alla guerra. Nel 2013 il paese era sull’orlo della bancarotta, e Mosca aveva offerto una piano di investimenti di 15 miliardi di euro come primo finanziamento, nel quadro di un programma di aiuti molto più ampio”. Una situazione che, secondo i russi, non ha tardato a provocare malumori in seno a un’amministrazione Obama, in difficoltà sul piano interno e forse per questo ancora più desiderosa di umiliare una volta per tutte le velleità di quella che rimane comunque una superpotenza nucleare. Oggi qual è la situazione, dopo la deposizione del presidente filorusso Janukovyč e la guerra civile che ne è seguita? “Lavoro quotidianamente anche con l’Ucraina: il paese è al disastro, anche l’energia elettrica arriva a singhiozzo e in molte zone strade e ospedali sono distrutti. Ci sono stati talmente tanti lutti che ormai siamo di fronte a una faida senza fine, apparentemente irrisolvibile.” Le responsabilità? “Non credo siano solo da una parte. L’Ucraina oggi è un paese allo sbando, che sopravvive solo grazie agli aiuti internazionali. Ci vorrebbero almeno 100 miliardi di investimenti, ma oggi nessuno dispone di questa cifra. Oggi c’è anche la paura di una nuova rivoluzione, che sarebbe l’ipotesi peggiore, in quanto non si sa dove si andrebbe a parare”.
L’Ucraina però potrebbe essere solo la tessera di un mosaico più grande: quello di una partita tra gli Usa e gli erede dell’impero sovietico, il cui prezzo rischia di essere pagato innanzitutto dall’Europa. Come ad esempio è già successo con il gasdotto South Stream, il cui progetto proprio nei giorni scorsi sembra definitivamente tramontato: “Probabilmente i russi non capivano più perché avrebbero dovuto portare gas a poco prezzo in un’Europa vista come sempre più succube degli Stati Uniti, con cui sta anche concludendo un trattato di libero scambio. Hanno quindi preferito impiegare i loro ingenti investimenti per cercare di raggiungere mercati alternativi come l’India e la Cina, verso la quale è in costruzione un nuovo gasdotto transiberiano”. Un danno doppio per l’Ue, visto in larga parte il progetto sarebbe stato realizzato proprio da imprese europee: “Sì, viviamo un periodo non facile, perché in gioco non c’è solo il futuro della Russia, ma quello dell’Europa. Questo è un paese enorme in larga parte ancora da costruire: avremmo potuto farlo insieme, russi ed europei, e forse siamo ancora in tempo. Penso che se comunque l’Europa avesse assunto una posizione forte all’inizio il conflitto ucraino avrebbe potuto essere risolto, se non addirittura evitato. Abbiamo perso una grande occasione”.
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