Paris Hilton e due uteri in affitto per un “finale da favola”

Di Caterina Giojelli
18 Maggio 2024
L’ereditiera aspettava i suoi figli con l’impazienza dell’acquirente. Stavano crescendo in due pance diverse, quelle dei suoi «angeli surrogati», assoldati per mettere al mondo due bambini nello stesso anno. Anche questo faceva parte del piano
Paris Hilton al Vanity Fair Oscar Party 2024 (Ansa)
Paris Hilton al Vanity Fair Oscar Party 2024 (Ansa)

Paris Hilton era agitata. Tutto procedeva secondo i suoi piani e i suoi desideri, si sentiva piena di «gioia, possibilità, vita nuova», ma il nodo allo stomaco non si allentava. A questa sensazione di pienezza mancava qualcosa e sapeva benissimo cosa. Voleva sapere «come ci si sente ad essere incinta».

Così un giorno decise di comprare una pancia finta, una protesi, se la attaccò al ventre e cominciò a indossarla «in giro per casa per tutto il giorno. So che sembra folle, ma volevo che sembrasse reale (…). Sentire quel peso davanti a me, passarci sopra le mani, immaginare un’intera vita davanti a noi».

«Voglio una femmina, un maschio, nati separatamente ma allo stesso tempo»

Paris Hilton aspettava i suoi figli con l’impazienza dell’acquirente. Stavano crescendo in due pance diverse, quelle dei suoi «angeli surrogati», assoldati per mettere al mondo due bambini nello stesso anno, «tutti quei mesi di iniezioni e di ormoni pazzeschi: ne è valsa la pena». Del resto anche questo faceva parte del piano: la donna che dieci anni prima aveva regalato una villa in miniatura da sogno ai suoi cani, fedele riproduzione della sua casa di Beverly Hills con tanto di aria condizionata e arredi Philippe Starck, ora sognava «di avere una femmina e un maschio, nati separatamente ma allo stesso tempo, in modo che crescessero come gemelli».

E per evitare sorprese e rischi inutili di un doppio impianto aveva deciso, insieme al marito, di assumere due surrogate, così da garantire a ciascun embrione «le migliori possibilità». Quando le due rimasero incinte nello stesso anno Paris Hilton parlò di «miracolo della vita reale». Phoenix Barron Hilton Reum arrivò a gennaio dell’anno scorso, London Marilyn Hilton Reum lo raggiunse a novembre.

Da fatua it girl a vittima coccolata dai media

Alla maternità è dedicato il nuovo capitolo della vita (e del libro, un capitolo “bonus” saccheggiato da Today) della plurimiliardaria Paris Hilton, pronipote di Conrad Hilton, fondatore della catena alberghiera di lusso. La Paris it-girl fin dagli anni 90, quella del rosa ovunque, del sex tape, dei chihuahua coi collarini di strass e della «holy trinity» del gossip e dei party insieme a Britney Spears e Lindsay Lohan, cattive ragazze perennemente sbronze e sotto stupefacenti che nessuna influencer di lì a venire avrebbe eguagliato in fama, numero di paparazzi e ragazzine al seguito, ma anche di foto segnaletiche della polizia, sui tabloid e titoli da prima pagina come “Paris Hilton non indossa le mutande”. E che oggi, a 43 anni, un patrimonio stimato sui 300 milioni di dollari e 26 milioni di follower, continua ad aggiornare la sua biografia, coccolatissima dai media, di socialite, filantropa, imprenditrice, donna emancipata e anticonformista.

Pochi mesi fa, in occasione dell’uscita della sua autobiografia Paris – La mia storia (così diverso dal suo Confessioni di un’ereditiera, best seller del New York Times), i giornali italiani si sono sperticati nella lode del suo nuovo, onesto storytelling («si capisce presto che il divertimento è stato per lei nient’altro che una risposta alla sofferenza. E al disagio: l’Adhd», scrive il Corriere; «denigrata per essere una giovane donna attraente e libera», «con coraggio, onestà e la giusta dose di ironia Paris è pronta a tirare le somme», «esortando a non arrendersi e a non conformarsi», scrive l’Ansa).

 

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Gli abusi subiti dai rampolli come Paris

Repubblica ne ha riportato il capitolo dedicato alla terribile “degenza”, quando aveva 17 anni, in una delle scuole di Mel Wasserman, nello Utah, una delle tante in teoria dedite alla riabilitazione di adolescenti problematici, in pratica lager dove la stessa Hilton racconterà in un documentario (This is Paris) di aver subito abusi sessuali e psicologici. È il 2020 e dal Nyt a People Paris Hilton viene incoronata “survivor” e testimonial perfetta per la promozione di leggi contro la drammatica “industria” degli adolescenti problematici. Scrive nella sua autobiografia:

«Gran parte dei ragazzi era come me: festaioli ribelli provenienti da famiglie conservatrici e giovani con l’Adhd cacciati da scuola. Alcuni avevano sperimentato l’erba o l’ecstasy, ma nessuno era veramente scafato quanto pensava di essere. Tanti erano gay, o pseudo tali, e i genitori religiosi non lo tolleravano».

Nel capitolo si fondono la storia di Wasserman, delle sofferenze inflitte a scuola alla Hilton (visite ginecologiche non consensuali, abusi fisici e verbali) fino alla luminosa decisione della socialite di perdonare i suoi genitori che non le avevano mai chiesto scusa. E di abbattere le «mura di pietra attorno al cuore» che aveva eretto sotto quella maschera di feste e divertimenti, vincere la paura, usare la propria storia come «un’arma contro il muro di silenzio e vergogna», «salvare la vita a qualcun altro», seguire il mantra «la verità vi rende liberi». I media aderirono entusiasti alla nuova “narrazione del caso Hilton” che avrebbe spiegato il passato di sesso e scandali così come il futuro tutto fiori e famiglia dell’it girl d’America. Un disturbo del comportamento diagnosticato solo da adulta (Adhd) e le molestie subite nel centro, da un professore pedofilo, e dall’immancabile Weinstein chiudevano il cerchio: Paris Hilton è stata una vittima. E aprivano il processo di canonizzazione.

Quanto piace «la versione no make up» dell’ereditiera

«Come spesso accade, per conoscere qualcuno bisogna andare oltre la facciata – pontificava il Corriere -. Giudicare, quando si tratta di Paris Hilton  (…) è una pratica piuttosto semplice. Ed è anche per questo che la modella (…) ha deciso di farsi il regalo dei regali: darsi una voce. È quella che si sente con sorprendente onestà nelle pagine della sua autobiografia», «la versione no make up di Paris Hilton», «un libro onesto e potente». Per questo, quando raccontò di essere ricorsa a delle surrogate a causa di tutto quello che aveva passato, nessuno la giudicò: «Ho un forte disturbo da stress post-traumatico per quello che ho passato da adolescente», spiegava intervistata da Romper. «Se sono in uno studio medico, se mi fanno un’iniezione, qualsiasi cosa, ho letteralmente un attacco di panico e non riesco a respirare. Sapevo che non sarebbe stato salutare per me o per il bambino, crescere dentro una persona con un’ansia così elevata».

Di queste cose parlava candidamente dopo aver nascosto la gravidanza di London a stampa, “fans” e parenti (lei e il marito avevano presentato la bambina al clan Hilton come sorpresa per il Giorno del Ringraziamento). Lo aveva già fatto con Phoenix: «La mia vita è stata così pubblica, così fuori. Non volevo che mio figlio venisse al mondo con un’energia negativa».

Tonnellate di gameti e «non ho tempo per il parto»

Eppure era dall’uscita del suo documentario sugli abusi che preparava i media: «Durante The Simple Life (il reality che la vedeva protagonista insieme a Nicole Richie, figlia adottiva di Lionel Richie, ndr) sono dovuta stare in una stanza mentre una donna stava partorendo e anche questo mi traumatizzò – spiegava a Glamour Uk – . Ma desidero così tanto una famiglia, è solo la parte fisica del farlo che mi spaventa. Il parto e la morte sono le due cose che mi spaventano più di ogni altra cosa al mondo». Senza contare, aggiungeva distrattamente la plurimiliardaria che mai avrebbe potuto affrontare gli “effetti collaterali” della gravidanza. «La mia agenda è fuori controllo», aveva ribadito a proposito dell’avere un figlio. «Non ci sarebbe mai il momento giusto per farlo perché non c’è letteralmente tempo per fare qualcosa nella mia vita».

Poi “finalmente” era arrivato il Covid: «Sapevamo di voler creare una famiglia e ho pensato: “Questo è un tempismo perfetto. Di solito sono su un aereo duecentocinquanta giorni all’anno. Facciamo in modo che tutti i gameti siano pronti e immagazzinati”. Ne abbiamo tonnellate che stanno solo aspettando». C’è più onestà nella versione make up di Paris Hilton che in quella elogiata dal Corriere. Che quando Hilton spiega «sono fortunata: ho potuto ottenere il mio finale da favola», «io e mio marito abbiamo avuto figli belli e intelligenti», aggiunge solo tra parentesi che “diverse pagine” del libro “sono dedicate anche alla stimolazione ovarica, nel percorso verso la maternità surrogata”.

La pancia vuota, la pancia finta e il “pancione emotivo”

Paris Hilton non ha “avuto” figli belli e intelligenti, ha pagato due donne per partorirli. Nel suo finale da favola non era contemplata l’operazione-verità annunciata per gli abusi. C’è più onestà nella Paris Hilton che si compra una pancia finta sentendosi svuotata da una gravidanza data in conto terzi, che in quella presentata dai media come una sopravvissuta forte, emancipata e comprensibilmente dedita, a causa di sadici uomini del passato, ad affittare uteri (ops, “chiedere aiuto a due angeli surrogati”). Non uno, due.

C’è più onestà nella Paris Hilton che ammette inconsciamente che la differenza tra un figlio immaginario e uno reale passa dal ventre senza impegnare il suo. Che sentendosi in colpa («era come tenere d’occhio due uccellini in un nido: così fragili, così preziosi e completamente fuori dalle nostre mani») acquista una protesi per poi capire che non era la soluzione. E non lo era perché il suo «pancione emotivo» le sarebbe bastato come i sogni che sapeva avere tutti i mezzi per realizzare: «Ho sempre immaginato la mia mini-me, di metterle dei vestitini e di fare tutte le cose che potremmo fare insieme, di avere la mia piccola migliore amica».

Dai chihuahua al lancio sui social dei bambini

Paris Hilton olia gli ingranaggi del mercato, compra e ottiene tutto quello che le serve da quando è nata. Ora anche il mercato dei figli. Oggi Paris Hilton che posa come una it mom con la figlia London agghindata come una bambola su un prato. I fan non capivano perché, a qualche mese dalla nascita, mostrasse solo il fratello: «Dov’è tua figlia? Perché mostri solo tuo figlio? C’è qualcosa che non va», lei aveva promesso che presto London sarebbe arrivata «sui social». Ed eccola, lanciata su Instagram e Tik Tok con uno shooting e insieme a un brano musicale: «Vi presento London Marilyn Hilton-Reum. Sognavo da sempre di avere una figlia di nome London (…) Il mio incredibile viaggio attraverso la maternità ha ispirato una nuova canzone profondamente personale con la mia cara amica Sia chiamata Fame Won’t Love You (…) Significherebbe tantissimo per te ascoltare #FameWontLoveYou in loop oggi. Link in bio».

Il videoclip della canzone è interpretato da Paris Hilton con i due bambini, il marito e le rose in mano su quel prato mentre canta «la fama non ti amerà come una madre, come farebbe un padre». Un lancio con tutti i crismi, quelli riservati ai beni di lusso e preceduto da campagne di comunicazione. Una volta toccava ai chihuahua interpretare l’oggetto del desiderio di Paris Hilton. Oggi gli oggetti, perfettamente all’altezza dei desideri dell’ereditiera, che dopo aver conquistato i media è tornata ad essere la sua perfetta versione make up, sono due.

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