
Paraguay. I media soffiano sul fuoco delle violenze

Nelle ultime due settimane il Paraguay, un piccolo paese situato nel cuore del Sudamerica, è stato immerso in un confronto politico il cui culmine è stato una violenta manifestazione nella quale alcuni cittadini hanno appiccato il fuoco all’edificio del Congresso Nazionale.
L’origine del conflitto risale all’intento di modificare la Costituzione nazionale vigente dal 1992, alla quale si vuole incorporare la possibilità della rielezione presidenziale con cui l’attuale presidente Horacio Cartes e i suoi predecessori, come l’ex vescovo Fernando Lugo, potrebbero tornare a candidarsi. Il problema sorge da un’interpretazione giuridica sul meccanismo da utilizzare, dal momento che per alcuni la modifica della Carta Magna si potrebbe realizzare unicamente in una Convenzione nazionale costituente. Senza dubbio in primo piano giuristi e ex convenzionali sostengono che il procedimento valido per la modifica sarebbe un emendamento, per il quale il Congresso dovrebbe approvare il progetto e il Tribunale elettorale del paese dovrebbe convocare un referendum in cui il popolo dovrà decidere per un sì o un no alla rielezione.
Questa possibilità, considerata molto più democratica, non è accettata da un settore dell’opposizione che resiste radicalmente a questa possibilità, sebbene una maggioranza nella Camera dei senatori abbia già votato a favore dell’emendamento, ed è nelle mani della Camera dei deputati l’approvare o il rifiutare il progetto.
Questo ha incendiato lo stoppino e con le manifestazioni organizzate dai settori dell’opposizione è scoppiata una violenta repressione da parte della polizia venerdì 31 marzo, a cui sono seguiti vari arresti, feriti, ed è culminata con la tragica morte di un giovane dirigente del Partito Liberale Radicale Autentico – il principale partito dell’opposizione – per mano di un agente antisommossa. Questo ha fatto sì che il governo destituisse il ministro degli Interni e il comandante della polizia. Però gli oppositori esigono che il proprio presidente Horacio Cartes si assuma la responsabilità e lo minacciano anche con un giudizio politico.
Gli elevati livelli di tensione sociale hanno fatto sì che domenica scorsa, 2 aprile, papa Francesco, dopo l’Angelus, pregasse per la pace in Paraguay e invitando al dialogo. Come risposta, e come ringraziamento alla sua vicinanza al popolo paraguaiano, il presidente Cartes ha inviato una nota personale al Papa e, con la mediazione della Conferenza episcopale paraguaiana, ha convocato ad una tavola rotonda tutti i leader politici per trovare un’uscita dal conflitto. Dopo il primo incontro i referenti dell’opposizione si sono ritirati e su richiesta dell’arcivescovo di Asunciòn, monsignor Edmundo Valenzuela, che aveva partecipato all’incontro, si è stabilita una tregua, e il dialogo riprenderà subito dopo la Settimana Santa. In un messaggio rivolto al paese i vescovi del Paraguay hanno chiesto ai vertici politici di riflettere serenamente e responsabilmente su quando fatto e di orientare gli sforzi a restituire la fiducia nelle istituzioni per arrivare ad accordi nella legalità.
In definitiva, il dialogo è un elemento fondamentale e indispensabile per ottenere la pace sociale che tanto necessaria in Paraguay.
Nota finale: È importante sottolineare il ruolo negativo di alcuni mezzi di comunicazione che fin dal primo momento hanno invitato la gente a occupare la piazza del Congresso per “difendere” la Costituzione. L’insistenza continua da parte di certi settori della stampa che obbediscono a poderosi gruppi economici hanno innescato una reazione feroce fra le due fazioni che rispondono al partito liberale, il quale cerca il potere a tutti i costi, e il partito colorado che detiene il potere e che vuole la modifica della costituzione per passare poi al referendum.
Ancora una volta ritornano vere le parole di Pablo Neruda: «I giornalisti vivono degli escrementi che cadono dalla mensa dei potenti».
Dio voglia che il criterio nella ripresa del dialogo per evitare il peggio sia quello ci ha insegnato don Luigi Giussani, che è l’unico che rende possibile il guardarsi in faccia con ironia: «È amare la verità dell’oggetto più de la idea che siamo fatti su di esso».
Foto Ansa
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