
Lettere al direttore
Paderno. Una luce in quel «noi non ti abbandoniamo»

Carissimo direttore, sono un giovane studente universitario che ci tiene a condividere con lei una riflessione circa gli ultimi tragici avvenimenti relativi al triplice omicidio che ha visto lo sconcerto di una nazione intera e ha trovato me dentro un senso di profondo mistero.
Occorre vivere l’esperienza di una compagnia, di un’amicizia, dentro la quale ciò che è riconosciuto come significato della vita è vissuto, è condiviso e affermato. Dopo i tragici avvenimenti inerenti all’omicidio avvenuto a Paderno Dugnano, tra le mille considerazioni, sconcerti e relative riflessioni, emerge certamente una domanda sulla responsabilità educativa a cui gli adulti sono soggetti. Certi che, tuttavia, neanche l’offerta della migliore educazione o l’offerta di questa secondo la sua tanto riduzione, oramai di moda, a istruzioni per l’uso o norme per il buon senso, sia in grado di porre una garanzia su quel grande dono, oggi vilipeso e appannaggio di pochi, per quanti siano in molti che credano di farne reale esperienza, che si chiama libertà. Il dramma odierno di una società oramai ridotta a vetrina d’apparenza è l’eterno infantilismo della generazione adulta.
Occorre che gli adulti anzitutto siano implicati dentro una verifica del significato della vita. Educa solo chi è educato. Genera solo chi è generato. Se l’educazione non consta nell’offerta, nella pro-vocazione fatta alla libertà altrui a prender posizione e a verificare l’ipotesi di significato – l’ipotesi per cui valga la pena vivere la vita, mettere su famiglia, avere degli amici, lavorare, soffrire, piangere, ridere e sperare – che uno ha riconosciuto, intravisto e intuito per sé, a che cosa si riduce? A mere istruzioni di buon uso, convenienze sociali che ieri non c’erano, oggi ci sono e domani chissà… l’educatore, il genitore, l’adulto occorre che sia implicato nel cammino educativo dei propri figli o dei ragazzi e alunni di cui è responsabile. Se l’adulto non guida e accompagna, ancora l’educazione diventa un pacchetto fatto di norme, convenienze, regole, istruzioni che una volta offerte non trovano lo spazio di un cammino con-diviso insieme.
L’eterno infantilismo della generazione adulta è l’infantilismo di chi ancora a 40, 50 o 60 anni pensa che la vita sia un gioco. Per cui tutto conta, i soldi, la carriera, la scopata fatta il sabato sera, la macchina, il fumo, l’abito o lo sport, tutto, fuorché il ciò per cui vale la pena che la vita sia realmente vissuta, non sopra-vissuta. Mi azzardo, ma credo che questo sia il cuore della ripartenza demografica. Quanto più uomini e donne si implicheranno dentro la «ricerca dell’essenziale» tanto più la famiglia rinascerà, l’economia ripartirà, la sanità e l’istruzione. La famiglia, come nucleo di veicolo e di condivisione del significato della vita, come luogo di esperienza dell’amore vero, è la speranza. Chi vuole giocare? E chi invece è pronto a vivere? Ciascuno è chiamato a rispondere. Piccolo o grande che sia.
Iacopo Francavilla
Caro Iacopo, capisco cosa dici. Credo che queste osservazioni debbano sempre essere accompagnate, sul caso specifico, da una constatazione dettata dalla prudenza: noi sappiamo bene poco della vicenda. Nel senso che conosciamo solo frammenti di notizie mediate da giornali e tv. Dunque, noi davvero non sappiamo chi sia quel ragazzo e perché abbia compiuto quel gesto. È per questo che tante spiegazioni sociologiche che abbiamo letto sui giornali ci paiono non colpire il cuore della questione che, come ha notato giustamente Rondoni, dovrebbe innanzitutto farci constatare che la vita è mistero e che il male è un abisso presente in ciascuno di noi, nessuno escluso. Per questo, è davvero un bagliore di luce in mezzo a tanto buio quel che hanno detto i nonni di Riccardo: «Noi non ti abbandoniamo».
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