
Orientarsi nella “torre di Babele” digitale

La capitale italiana dell’intelligenza artificiale: Torino. Ne parliamo con chi ne ha favorito la candidatura, don Luca Peyron. Palazzo Chigi ha disposto tale assegnazione il 3 settembre scorso. La mission dell’istituto italiano per l’AI sarà quella di favorire la realizzazione di una struttura di ricerca e trasferimento tecnologico capace di attrarre talenti dal mercato internazionale e, in contemporanea, diventare un punto di riferimento per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale in Italia, in connessione con i principali trend tecnologici (tra cui 5G, Industria 4.0, Cybersecurity). Diventerà dunque uno dei tasselli principali della strategia definita dal ministero per lo Sviluppo economico (Mise). Un organico composto da 1000 persone, un budget annuo di 80 milioni di euro e la stretta collaborazione con centri di ricerca nazionali e università, ne assicureranno la competitività a livello internazionale. Tra gli ipotetici luoghi che potrebbero essere adibiti a ospitarlo, vi sono l’ex grattacielo Rai, il Lingotto, l’area del Politecnico, l’ex Thyssen e la zona di via Piero della Francesca.
Alla designazione si è arrivati grazie all’impegno della Diocesi torinese, che aveva, nella persona del direttore della pastorale universitaria don Luca Peyron – già intervistato per Tempi, sollecitato la candidatura del capoluogo sabaudo a inizio luglio; e ciò è frutto dell’esperienza che il sacerdote ha maturato attraverso i servizi che cura presso l’ufficio Apostolato Digitale (di cui è responsabile) e negli Atenei universitari torinesi e non. La sua proposta ha trovato, fin da subito, l’appoggio delle istituzioni del territorio: dal Palazzo di Città all’Unione Industriale, ai rettori di Politecnico e Università degli Studi, al Club degli Investitori.
Don Luca, che ruolo ha – all’interno del suo ministero – l’impegno nella società civile? A quali figure si ispira?
Cerco di essere incarnato e nello stesso tempo non essere del mondo, la figura che in questo più mi ha affascinato è stata certamente Paolo VI e nel laicato Giorgio La Pira, non per nulla due persone tra loro molto vicine.
La deputazione di “capitale italiana dell’intelligenza artificiale” a Torino non è il frutto di una mera intuizione, ma la conseguenza di un lavoro di rete e di ricerca che realizzi da tempo. Che cosa l’ha spinta ad appassionarsi a questo tema?
La passione per il bene comune e per la mia terra, la consapevolezza che l’AI sarà un pezzo di futuro importante per l’umanità ed a monte di questo il mandato ecclesiale che ho ricevuto dal vescovo di occuparmi di questi temi ed essere ponte tra società, Chiesa ed università. Sono questioni che mettono in gioco non solo la vita ma anche e sempre di più la fede, l’idea di umanità che abbiamo, il futuro nel suo complesso, esteriore ma anche interiore.
Quali benefici assicurerà alla città, al resto della regione e del Paese?
Benefici a cerchi concentrici: pensare il futuro in modo serio, efficace ed a partire da un bagaglio valoriale è uno degli strumenti con cui rilanciare tutto.
Ovviamente l’AI e gli altri frutti dello sviluppo tecnologico (pc, internet, i suoi algoritmi, big data etc), che caratterizzano l'”infosfera” (ciberspazio e mass media classici) nella quale siamo immersi, non portano solo “rose e fiori”. Quali pericoli occorre considerare e affrontare?
Il più dannoso credo sia un processo di deresponsabilizzazione per cui la delega alle macchine finisce per togliere all’essere umano l’onore e l’onere di pensare ed agire che sta alla base della sua più profonda dignità ed è il senso della libertà, laicamente intesa così come religiosamente intesa.
Oggi assistiamo a una nuova “torre di Babele”: da un lato abbiamo le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali e gli altri, gli analogici; come pensa che si possa risolvere questo rischio di incomunicabilità? Occorre un’alfabetizzazione digitale?
Occorre per tutti: i nativi sanno usare ma non è detto che non sappiano evitare di farsi usare. La tecnologia digitale è una macchina capace di creare significati e sensi molto diversi, per capire quanto stiamo facendo è necessario uno sguardo a più voce e da più generazioni.
Ora, se penso a Gesù, mi torna alla mente che è il più grande comunicatore della storia perché le sue parabole sono comprese da tutti, in particolare dai semplici che si lasciano mettere in discussione dai suoi insegnamenti. Quindi, ai cattolici spetta il compito di essere i più bravi comunicatori. Quali passi conviene loro seguire per evangelizzare efficacemente l’ambiente digitale dell’infosfera?
Diventare più strabici: terra e cielo, materiale ed immateriale, noto ed ignoto. Il Concilio ci ha donato una bella categoria di pensiero: quella dei segni dei tempi. Non significa mischiare sacro e profano o derubricare il sacro ed il santo a sociologico. Significa cercare dove lo Spirito che continua ad aleggiare sulle acque ci sta conducendo per dire l’Eterno in questo frammento di tempo. L’oggi di Gesù, l’adesso che non è uno ieri nostalgico né un poi che non arriva mai, il poi per cui i contemporanei che bighellonavano si fanno riprendere da S. Paolo. Nova et vetera, solo così si è scriba del Regno dei Cieli.
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