
Perché Musk insegna ai suoi robot a camminare come noi

In un racconto di Don Camillo (Due mani benedette), Giovannino Guareschi descrive la differenza tra fare un lavoro “creativo” e uno “meccanico”, tra mettere a punto un motore o creare un oggetto di ferro.
Musk investe su Optimus
È uno spunto interessante per capire l’ultima evoluzione dei progetti di Tesla, l’azienda di Elon Musk dedicata alla produzione dell’omonima macchina elettrica, nella quale il magnate vorrebbe far lavorare i robot Optimus. L’azienda avrebbe assunto almeno una cinquantina di persone, pagate 48 dollari l’ora, con questi compiti: indossare fino a quindici chili di attrezzature e sensori, compreso un visore per la realtà virtuale, per “periodi di tempo estesi” camminando fino a sette ore al giorno. Gli impiegati devono essere alti tra 1,70 e 1,80 metri.
Il tutto serve ad addestrare, mediante tecniche di motion capture, i robot Optimus di Tesla, la cui altezza prevista è di 1,72 metri. La tecnica è usata da anni nell’industria cinematografica (i movimenti di Gollum ne Il signore degli anelli, per esempio, sono stati realizzati in questo modo, catturando il movimento dell’attore Andy Serkis con decine di telecamere) e altrove, ma è la prima volta che viene usata su questa scala, prevedendo molti più sensori.
Qualche esperto ipotizza che Tesla potrebbe avere bisogno di milioni di ore di dati, prima che Optimus sia pienamente in grado di lavorare in fabbrica. Al momento la differenza rispetto a prodotti analoghi (come Atlas di Boston Dynamics, proposto a Hyundai, Figure 01 di Figure sviluppato insieme a Bmw, Apollo di Apptronik studiato da Mercedes) è minima, anche se Musk ha promesso di avere robot «veramente utili» in fabbrica entro un anno.

Robot umanoidi
Come nel caso dell’intelligenza artificiale cosiddetta “generativa”, i risultati più o meno buoni dipendono dal lavoro misconosciuto di operai che vengono usati per fare in modo che la macchina possa imparare a muoversi come un uomo. Non nel modo in cui questo accade ai bambini, che cominciano con il muoversi e guardarsi attorno, e poi – sostenuti dai genitori – compiono i primi passi. Nella “generazione” dei robot non c’è questo passaggio vitale: c’è solo la riduzione di un’esperienza a una serie di variabili che, composte, ricostruiscono la possibilità del movimento.
Non si tratta qui di riprendere la polemica (tardo)moderna tra vitalismo e meccanicismo. Piuttosto è il caso di ricordare che camminare è – come tutte le attività umane – qualcosa di meccanico e di simbolico insieme. Il cammino è una metafora che descrive addirittura tutta la nostra vita: quello che il robot può imparare non è questo, è l’articolazione di un movimento che – si spera – possa essere più fluido di quello a scatti dei robot immaginati al cinema qualche decennio fa.
Camminare ci rende vivi
Perché allora occorre insegnare al robot a muoversi come un uomo? Per ragioni estetiche, per aumentare la produttività o – come sostengono alcuni grandi dirigenti delle corporation – per ragioni di sicurezza (i robot potrebbero operare in ambienti pericolosi, riducendo il rischio per gli uomini)? Appare chiaro che le ragioni economiche siano in testa alla lista.
Un primo problema riguarda il modello economico: se è ispirato da una “cultura dello scarto”, come dice papa Francesco, difficilmente un aumento dell’efficienza porterà a un superamento. Gli scarti prodotti da quel modello saranno qualcosa che non può che essere tale, dato che il modello sarà la massima espressione dell’efficienza economica.
Ma c’è un altro problema, di tipo antropologico. Insegnare a un robot come si cammina può essere una nuova avventura per la creatività umana, un modo per imporre la nostra volontà alla materia. Se però finissimo per credere che camminare, per un uomo, è semplicemente articolare un movimento, se cioè usassimo il robot come uno specchio che ci restituisce l’essenziale dell’umano, allora avremmo perso. Ci saremmo ridotti alla logica della macchina, che – questo vorremmo dire a Guareschi – è pur sempre frutto della creatività umana. Ma, come aveva visto acutamente lo scrittore emiliano, è una forma che può stregarci, fino a farci desiderare di essere ridotti a suoi “ingranaggi”.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!