Lettere dalla fine del mondo

Ma come si fa a parlare di “opere di padre Aldo”? Come potrebbe questo prete ignorante esserne l’artefice?

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Ogni mese dobbiamo trovare quasi centomila euro per portare avanti le due fondazioni, San Rafael e Santi Gioacchino ed Anna, che si occupano dei poveri: neonati, bambini, ragazze violentate, anziani soli, vagabondi, malati terminali. Oltre a questi, vengono accolti in una scuola primaria bambini dai 3 anni fino alla terza media; c’è poi la possibilità di iscriversi alla scuola politecnica, che offre vari indirizzi: tecnico in infermeria, elettricista, informatico, taglio e cucito, turistico e alberghiero. I ragazzi possono quindi inserirsi nel mondo del lavoro o accedere all’università. La maggior parte di loro proviene dalle favelas che circondano Asunción. Sono quasi sempre figli di ragazze madri, così come sono ragazze madri anche alcune delle ragazze che ospitiamo.

Sono 26 anni che don Giussani mi ha inviato in Paraguay. Se avessi conosciuto prima il disegno di Dio su di me, non so se avrei detto «eccomi!». Lo dico per coloro che ripetono da anni “le opere di padre Aldo”: mi chiedo, da prete ignorante e con la sola licenza elementare, come è possibile non rendersi conto che un uomo, con le sue forze, non può essere l’artefice di un’opera così grande.

Una settimana dopo la sua elezione, il presidente Horacio Cartes è venuto trovarci. Prima di andarsene commosso ci ha detto: «Quello che ho visto voglio che diventi programma del mio governo, voglio che in ogni regione esista una struttura come questa per i poveri». Sono trascorsi due anni ma non è riuscito a realizzare il progetto. Mancanza di denaro? No. Mancanza di professionisti? No. E allora? Guardando ciò che Dio ha fatto con me risulta evidente che si tratta di un’assenza totale di fede nella Divina Provvidenza da parte di chi collabora col presidente.

Un capo di Stato può avere una grande volontà di realizzare opere a favore dei poveri, ma «invano si affannano i costruttori se Dio non costruisce la città». È la Provvidenza a indicare all’uomo il cammino e il progetto su di lui. Giussani, nel Senso religioso, parla di «realtà provvidenziale»: riconoscere questa verità appartiene alla libertà dell’uomo. Se io avessi detto “no” al Mistero, certamente Dio non avrebbe potuto realizzare ciò che esiste in questo pezzo di terra. Ognuno nasce con uno zainetto sulle spalle, che contiene il disegno di Dio su di lui. Un’evidenza che si impone a questo punto della mia vita.

I rosari di mia madre
Nato in un piccolo paese di montagna, ero il primo di cinque figli. Mio padre ha vissuto per anni come emigrante in Svizzera per garantirci il necessario per vivere. A scuola facevo parte del gruppo degli asinelli e una volta entrato in seminario, a 11 anni, i superiori mi sconsigliarono di sostenere gli esami di maturità. Non per questo però Dio ritirò la sua predilezione per me: a 24 anni infatti venni ordinato sacerdote. Erano gli anni Settanta. Travolto dalla contestazione, ho vissuto momenti in cui il fascino dell’ideologia sembrava avere la meglio sulla mia vocazione.

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A distanza di anni mi è chiaro che, se oggi sono ancora nel cammino di Gesù, è stato grazie alle lacrime e preghiere di mia mamma, che confidava totalmente nella Provvidenza. Quanti rosari ha recitato perché questo suo primo figlio non tradisse la chiamata divina! L’incontro con don Giussani è stato il frutto della sua fiducia adamantina. Lei non ha mai dubitato che Colui che aveva iniziato in me un’opera buona l’avrebbe portata a compimento.

Così, mentre la depressione sembrava stravolgere la mia vita, il fondatore di Cl mi inviò in Paraguay, consegnandomi a padre Alberto. Quante volte gli dicevo: «Alberto, Dio mi ha fregato, mi sta facendo pagare i miei peccati», e lui sempre a ripetermi: «Dio ti ha scelto per una cosa grande e per questo ti sta triturando con tanta sofferenza». Il cammino che Dio sceglie per ognuno è come quello che ha scelto per suo figlio. La croce non è il punto di arrivo, non è la meta, è solo la condizione per la resurrezione.

Sono passati 26 anni dal mio arrivo in Paraguay e ciò che esiste alle mie spalle è l’evidenza di quanto Dio mi ami e quanto ami i poveri. Il regalo inaspettato della visita del Papa è l’evidenza più bella di come agisce la Provvidenza. L’incontro mi ha rincuorato ad andare avanti finché, come dicono i miei malati, Dio non dica «basta». Il “poi” è un affare della Provvidenza e del sì degli amici che camminano con me e con suor Sonia, cuore e mente dell’opera oggi come domani, quando Dio vorrà prendermi con sé.

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Foto papa Francesco con padre Aldo Trento: Ansa

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