
Tentar (un giudizio) non nuoce
Olimpiadi e tregua olimpica: che messaggio danno al mondo?

Nei giorni scorsi sono stato a Parigi, invitato dalla Fondazione Milano Cortina 2026, per incontrare alcuni esponenti del Cio e dell’organizzazione parigina, visitare le infrastrutture olimpiche e approfondire il tema della tregua olimpica e della gestione del fenomeno religioso all’interno dei giochi. Sì, perché i prossimi giochi olimpici saranno i nostri: le Olimpiadi invernali del 2026 che si svolgeranno a Milano, Cortina e in altre location in Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Le Olimpiadi sono uno straordinario evento globale e dunque rappresentano un’occasione unica e formidabile per promuovere un territorio ma anche per mandare messaggi al mondo.
È con questo spirito che ho dedicato due giorni a visitare le infrastrutture, la splendida Casa Italia, il villaggio olimpico dove si respira un’aria davvero universale, i luoghi di accoglienza e le sedi di alcune gare.
È stato importante soprattutto incontrare coloro che all’interno dell’organizzazione si sono occupati dei temi, a mio parere, più importanti al fine di diffondere il messaggio che le Olimpiadi possono mandare a tutti, in un momento di instabilità, dove i rumori di guerra stanno diventando assordanti.
Il valore della tregua olimpica da 3.000 anni
Mi riferisco, all’antico, ma sempre attuale segno della Ekecheiria, la tregua olimpica, che risuona da 3.000 anni: la richiesta, nata ai tempi dell’antica Grecia, che durante i giochi cessassero tutte le inimicizie pubbliche e private, e nessuno potesse essere molestato, specialmente atleti e spettatori che dovessero attraversare territori nemici per recarsi ad Olimpia. In realtà la storia insegna come già allora non tutte le guerre si fermassero e anzi ci fossero scontri armati anche fra gli organizzatori dei giochi. Eppure, il messaggio universale di uno spazio di pace e di amicizia durante i giochi olimpici è giunto fino a noi. Si interrompono dunque tutte le guerre oggi? Purtroppo, no.
Anzi abbiamo visto come durante le due settimane dei giochi i conflitti in corso si siano intensificati e come due anni fa l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sia avvenuta proprio nei giorni delle ultime Olimpiadi invernali, ragione per cui il Cio ha potuto impedire alla Russia di partecipare a questi giochi proprio in quanto aveva infranto la tregua olimpica. Di norma dal 1992 la tregua olimpica prende la forma di una dichiarazione dell’Onu, sottoscritta dalla gran parte dei Paesi, nella quale si chiede la «mobilitazione dei giovani per la promozione dell’ideale olimpico, l’utilizzo dello sport per contribuire a costruire ponti tra le comunità in conflitto e, più in generale, la creazione di una finestra di opportunità per il dialogo e la riconciliazione».
Olimpiadi senza religione
Come può avvenire tutto questo? Mi ha colpito, nel colloquio con i responsabili del Cio, come ci sia da parte delle autorità sportive un tentativo di tenere fuori dai giochi il più possibile tanto la politica quanto la religione. Se per un verso questo tentativo è comprensibile, perché il rischio della strumentalizzazione politica potrebbe causare l’impossibilità di partecipare ai giochi per molti atleti (come avvenuto a Mosca nel 1980), stravolgendone, di fatto, la regolarità, dall’altro, a mio parere, il rischio che si correrebbe sarebbe ancora più grande: ossia quello di offuscare il messaggio di fratellanza e di pace che le Olimpiadi possono portare al mondo. All’interno di Casa Italia mi ha colpito un grande murale con la scritta “fraternité, fraternité, fraternité”, che è proprio la sintesi dello spirito olimpico. Io penso dunque che sarebbe molto opportuno ritornare all’idea originaria della tregua olimpica, ovvero insistere sull’idea che dai giochi possa arrivare un messaggio politico e di fraterna convivenza a tutto il mondo.
Cosa c’entra questo con le religioni? C’entra perché mi ha sorpreso vedere come, all’oscuro anche del mondo della politica, si cerchi di tenere la religione fuori dalle Olimpiadi. Il centro interreligioso del villaggio olimpico a Parigi era collocato al limitare estremo del perimetro, composto da alcuni prefabbricati poco visibili e con spazi limitati, in cui ogni religione aveva il suo box, ridotto, di fatto, a un luogo di ascolto per atleti in cerca di conforto.
La riduzione del messaggio di pace a “murale”
Ma è davvero questa la via per ridare forza al messaggio di pace e fratellanza delle Olimpiadi? Se ho dovuto constatare (e mi ha un po’ sorpreso) come purtroppo questo messaggio oggi si sia ridotto a fatti simbolici come il “murale della tregua olimpica”, che invoca la pace e viene firmato da atleti, allenatori e personalità in visita, ma il fatto che esso non ha un effettivo valore concreto non è forse anche perché della pace si è voluta ignorare la radice? E quale radice universale può avere la pace e la fratellanza se non il riconoscimento, come valore trascendente, della dignità insopprimibile di ogni persona umana e, in quanto figli dello stesso Padre, la possibilità reale di riconoscerci come fratelli?
Non è lasciando fuori della porta la religione e la politica che le Olimpiadi torneranno a dare un messaggio forte al mondo, ma assumendo il coraggio di far dialogare religioni e politica a partire dall’esempio che viene da ogni competizione olimpica, al termine della quale l’avversario viene abbracciato, non soppresso; e dall’afflato universale che attraversa il cuore di ogni uomo: vedersi riconosciuto il diritto di vivere in pace e libertà.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!