Odifreddi proprio non ce la fa a capire cosa è un aborto

Di Luca Del Pozzo
26 Settembre 2021
Il matematico se la prende con papa Francesco per le sue posizioni sull'interruzione di gravidanza. Ripasso su un tema che interpella la ragione prima della fede
Piergiorgio Odifreddi
Piergiorgio Odifreddi

Come spesso gli succede quando si erge a severo censore della Chiesa col piglio di chi sa lunga, anche stavolta Piergiorgio Odifreddi ha perso un’occasione per tacere. Il fatto che ha scatenato l’ira funesta del matematico ed ex seminarista sono state alcune affermazioni di papa Francesco – pronunciate conversando con i giornalisti sul volo di ritorno dal viaggio in Slovacchia – a proposito di unioni tra persone dello stesso sesso e aborto. Nel primo caso ribadendo che «il matrimonio è un sacramento. La Chiesa non ha potere di cambiare i sacramenti così come il Signore li ha istituiti», e che in quanto tale «il matrimonio come sacramento è solo uomo-donna»; nel secondo caso ribadendo – concetto per altro già espresso in passato con altrettanta fermezza – che «l’aborto è un omicidio».

La gara della stupidità

Apriti cielo. Tanto è bastato perché il presidente onorario dell’unione degli atei e degli agnostici razionalisti prendesse tastiera e mouse e vergasse sulla Stampa un commento al vetriolo all’indirizzo del Pontefice e della Chiesa «conservatrice e reazionaria» (dando ovviamente per scontato che una Chiesa progressista e rivoluzionaria sia migliore e preferibile, il che visti e considerati i frutti di certo progressismo teologico e pastorale in giro per il mondo suona piuttosto stravagante).

Naturalmente premurandosi di condire le sue acute riflessioni con l’immancabile punta di sarcasmo che, tenuto conto del destinatario, rende ancora più sgradevole il tutto. Ma lasciamo stare. Vale anche per l’anticlericale Odifreddi quanto Giuliano Ferrara solo il giorno prima aveva stigmatizzato a proposito delle reazioni alle frasi del Pontefice: «È scattata la gara della stupidità, dell’ipocrisia, del più sordido rinnegamento della realtà, che è in sé la parte decisiva della realtà, oltre le effimere interpretazioni».

Grumo di materia inerte

Nel caso di Odifreddi, ciò che qui ci interessa è quanto l’esimio luminare scrive in tema di aborto. Perché è un esempio che dimostra in maniera plastica quanto tutta l’impalcatura culturale della propaganda abortista si regga su null’altro che algidi sofismi che solo a sentirli fanno semplicemente orrore.

Prima però leggiamo cosa ha detto il Papa: «Prendete voi qualsiasi libro di embriologia, di quelli che studiano gli studenti nelle facoltà di medicina. La terza settimana dal concepimento, alla terza settimana, tante volte prima che la mamma se ne accorga, tutti gli organi stanno già lì, tutti, anche il Dna. Non è una persona? È una vita umana, punto».

Chiaro il senso, no? Non c’è bisogno di stare troppo a sfruculiare. Il Papa dice, forse in maniera imperfetta dal punto di vista del lessico medico ma comprensibilissima lo stesso, che già alla terza settimana quel «grumo di materia inerte» (copyright Emma Bonino) o “rifiuto ospedaliero” come viene definito nei protocolli sanitari, è una vita umana. Non completamente formata, ovvio. Ma tutto quello che costituisce una persona come tale c’è già alla terza settimana, compreso ovviamente il Dna.

Dna di bambino o babbuino?

Ed ecco Odifreddi. Che dopo averci edotti che in tema di gestazione, bontà sua, «il papa non sembra avere le idee molto chiare», sentite cosa scrive (il corsivo è nostro): «A parte l’equiparazione del Dna ad un organo, forse il papa non sa che il Dna di ciascuno di noi sta in tutte le nostre cellule, fin dal primo momento del concepimento. E che, in ogni caso, ci vuole ben altro che un abbozzo di organi, per avere una vita umana!».

Allora, vediamo se abbiamo capito. Odifreddi dice che 1) il Dna compare in ogni singola cellula fin dal primo momento del concepimento. Bon. E di chi sarà mai quel quel Dna? Di un babbuino? Di un ippopotamo? O tante le volte di un essere umano? E se è di un essere umano, allora è corretto dire che trattasi di essere umano fin dal primo momento del concepimento, o no? A noi parrebbe di sì. Successivamente Odifreddi parla di 2) «abbozzo» di organi, per poi specificare che «ci vuole altro per avere una vita umana!». Dunque stando a codesta stringente logica una vita umana può dirsi tale se e solo se tutti gli organi sono perfettamente sviluppati!

Non omicidio ma genocidio

Peccato che affinché ciò avvenga ci vuole quella che lo stesso esperto ginecologo Odifreddi ha rimproverato al Papa di non conoscere: la gestazione. E dire gestazione significa dire processo, significa dire tempo, significa dire esattamente ciò che forma un essere umano. Il quale c’è già tutto fin dall’inizio ma che per crescere e svilupparsi ha solo bisogno del giusto tempo. Esattamente come una pianta è già tutta nel seme. Con la piccola differenza che qui si sta parlando di una vita umana.

Ma questo evidentemente per i sofisti alla Odifreddi ha poca importanza. Il quale non solo rincara la dose definendo «rudimentale e squallida» la concezione del Papa della vita nascente, ma ci ricorda anche che in un qualsiasi libro di embriologia da lui evidentemente compulsati non ci sta quello che dice Francesco bensì che «almeno fino alla morula le cellule sono completamente indifferenziate: ciascuna è un individuo in potenza, e tutte insieme formano dunque una popolazione in potenza, e non un singolo individuo! In tal caso, semmai, il papa dovrebbe parlare di “genocidio”, ma non certo di omicidio». Apperò. Il Papa s’è sbagliato per difetto. Non è omicidio, ma genocidio…

Un processo

Sorvolando sul sarcasmo oltremodo fuoriluogo, di nuovo torna un’argomentazione in perfetto stile sofistico. Odifreddi ammette, non potendo evidentemente negarlo, che addirittura prima che si formi l’embrione ogni cellula «è un individuo in potenza»; salvo poi arrampicarsi sugli specchi del sofisma laddove aggiunge che si tratta di cellule “indifferenziate”. Indifferenziate? E quindi? Cosa cambia? Niente, appunto. Ritorna la scomoda verità che Odifreddi e quanti come lui sono costretti a negare pur di tenere la loro posizione (se i fatti smentiscono le idee tanto peggio per i fatti, diceva Hegel, do you remember?).

La verità essendo che ogni vita umana nasce a seguito di un processo – sempre quello di prima, si chiama gestazione – per cui non c’è un momento X prima del quale non c’è vita e dopo sì; c’è piuttosto un processo, lento e graduale all’interno del quale una vita umana, presente in nuce fin dal primissimo momento, cresce e si sviluppa fino a raggiungere il momento della nascita.

Il carattere umano del soggetto

La tesi di Odifreddi non fa altro che riproporre la stessa narrazione dal volto suadente inficiata da un’ideologia ultimamente superomista e perciò stesso nichilista e an-nichilente, che è alla base di tutte le legislazioni abortiste. Ciò che più desta raccapriccio è proprio la portata ideologica della posizione a favore dell’aborto. A partire dall’assunto principe, ossia la negazione dello status di essere umano del feto.

Il paradosso è che – lo evidenziò Michel Schooyans nel suo insuperato Aborto e politica, testo fondamentale che documentando il nesso tra i vari programmi internazionali di controllo demografico e la promozione di politiche abortiste, non poco influsso ebbe sull’allora Pontefice Karol Wojtyla al punto da spingerlo a decidersi per un intervento ufficiale della Chiesa come poi avvenne con l’Evangelium Vitae – il paradosso, dicevamo, è che sono le stesse leggi pro aborto a dichiarare il «carattere umano del soggetto che esse tuttavia autorizzano ad uccidere in certi casi» (si fa notare en passant che anche la legge 194/78 non fa eccezione, laddove all’art. 1 asserisce che lo Stato tutela la vita umana «fin dal suo inizio»).

Proprio perché è un bambino

Non solo: «È proprio perché il bambino concepito è un essere umano che non si vuole che nasca. Si sa bene che l’essere che si annuncia sarà quanto prima un fanciullo e in seguito un adolescente e un adulto. Ed è perché egli è destinato ad essere un fanciullo, un adolescente, un adulto che lo si sopprime».

Altro che “grumo di materia inerte”: si vuole, anzi si pretende la libertà di sopprimere il feto sapendo perfettamente, ed anzi a motivo del fatto che quel feto è un essere umano a tutti gli effetti.

Proprietà di un altro

Né meno infondato e mistificatorio è tutto il corollario concettuale costruito attorno e insieme all’assunto cardine visto poc’anzi, che a tutt’oggi rappresenta il “vademecum” del perfetto abortista. Dal variegato campionario abbiamo selezionato solo alcuni – quelli a nostro avviso più emblematici – dei concetti-base che soggiacciono alla retorica abortista.

Un primo assunto è dato dall’affermazione che la donna è padrona del proprio corpo (il famoso “l’utero è mio e me lo gestisco io” di sessantottarda memoria). Ma, nota Schoolyans, fatta eccezione per quelle realtà dove ancora esiste la schiavitù, «nessun essere umano può diventare proprietà di un altro. Ora il bambino non nato non è un organo di sua madre; egli è un essere unico, distinto, con una sua propria individualità genetica… La madre non può disporre dell’esistenza di questo essere come il pater familias romano, in una certa epoca, disponeva dei propri figli».

Il diritto del più forte

La questione qui investe un problema più ampio, nota lo studioso, ossia che tipo di società vogliamo. Se cioè abbiamo in mente un modello di convivenza, una società che «accolga ogni essere umano, dal momento in cui la sua presenza è accertabile, o piuttosto una società che restaura il privilegio dei capi ed anche la prerogativa, per costoro, di disporre della vita altrui?».

Collegato al tema della “proprietà” c’è quello del “diritto”, il fatto cioè che la penalizzazione dell’aborto violerebbe i diritti della donna. Anche qui, si vede chiaramente come l’affermazione del diritto della donna ad abortire, diritto ovviamente considerato superiore e precedente a quello del bambino a nascere, faccia tutt’uno con una visione della vita improntata al principio nicciano della volontà di potenza. Al contrario, va ribadito che nessuno può disporre della vita di un innocente. Il quale ha tutto il diritto di nascere senza che il fatto di essere in una condizione di oggettiva debolezza e di incapacità a difendersi possa autorizzare la madre a sentirsi depositaria di un presunto diritto più forte del suo.

Qui Schoolyans evidenzia un punto dirimente: è vero che, nei confronti dell’omicidio, la legge non può impedire la trasgressione; così come è vero che possono esserci circostanze attenuanti nei confronti di un omicidio. Ciò nondimeno la società non dà a nessuno il diritto di uccidere un innocente. Con l’aborto è lo stesso: in nessun caso l’aborto può «essere considerato come un diritto della donna».

Amate e rispettate

E quando una donna vuole abortire perché rimasta incinta a seguito di una violenza? Anche qui, si chiede Schoolyans, «si pone forse rimedio a una grave ingiustizia commettendone una ancora più grave?». Sul punto giova forse ricordare che il 2 febbraio 1993, nel pieno della guerra nella ex Jugoslavia, san Giovanni Paolo II prese carta e penna e scrisse all’arcivescovo di Sarajevo esortandolo ad assistere in tutti i modi le donne violentate e rimaste incinte affinché, appunto, non abortissero: «… occorre che i pastori e tutti i fedeli… si facciano carico con urgenza della situazione delle madri, delle spose e delle giovani che, per sfogo di odio razziale o di brutale libidine, hanno subìto violenza… Anche in una situazione così dolorosa bisognerà aiutarle a distinguere tra l’atto di deprecabile violenza, subìto da parte di uomini smarriti nella ragione e nella coscienza, e la realtà dei nuovi esseri umani, venuti comunque alla vita. Quali immagini di Dio, queste nuove creature dovranno essere rispettate e amate non diversamente da qualsiasi altro membro della famiglia umana».

Un film per capire

Potremmo andare avanti a lungo. Da qualsiasi angolatura la si veda, ciò che emerge con forza è l’impronta virulentemente ideologica della propaganda abortista, a causa della quale solo in Italia oltre 6 milioni di essere umani sono stati uccisi dall’introduzione della legge 194/78. Ciò che rappresenta senza ombra di dubbio un regresso e un imbarbarimento della società – altro che “conquista di civiltà” –  nella misura in cui misconosce il diritto alla vita e sancisce il diritto del più forte sul più debole.

Propaganda che, in linea con il modus operandi di ogni ideologia, non accenna a diminuire e non tollera voci che si discostino dal mainstream come vuole il Pensiero Unico. Prova ne sia il trattamento riservato al coraggioso e controcorrente film Unplanned, a giorni nelle sale italiane, che la succitata propaganda ha tentato in tutti i modi di boicottare. Motivo? Perché racconta la vera storia di Abbey Johnson, direttrice di una clinica del circuito Planned Parenthood, una delle più potenti organizzazioni abortiste americane, che a un certo punto apre gli occhi di fronte all’orrore di un feto di 13 settimane abortito, si converte e diventa una paladina anti-aborto.

Il diritto di godere

La qual cosa, capite bene, non si può raccontare, ergo vai con la censura. Di contro, chi ha vinto il leone all’ultimo festival del cinema di Venezia? Guarda caso il film francese L’Evenement (Happening -12 settimane nella versione italiana), che racconta la storia di una ragazzina che nella Francia del ’63 è costretta ad abortire clandestinamente perché la legge non lo permette.

Film che ruota, ha dichiarato la regista in un’intervista a Repubblica, su due assi: «Da un lato il corpo contrapposto al desiderio. Dall’altro l’aborto confrontato al diritto di godere che una donna può avere. E dev’essere libera di farlo, per cui il film è un grido di libertà». Più chiaro di così si muore. Le donne hanno il diritto di godere. Il frutto del loro godimento invece non ha il diritto di vivere.

La distanza coi presunti secoli bui

Tiè, pija e porta a casa. Ci sarebbe da schiantarsi dal ridere se non ci fosse da piangere a singhiozzo. Narra il Midrash che quando il profeta Isaia andò a trovare il re Ezechia, gravemente malato, per cercare di prepararlo al fatto che stava per morire, alla domanda del re su quale colpa avesse commesso per meritare simile destino, Isaia rispose: «Perché non hai compiuto la mizvà, il precetto, della procreazione». Al che Ezechia disse che per mezzo dello Spirito Santo aveva visto che avrebbe avuto bambini non perfetti. Ma il profeta lo rimproverò dicendo: «Cosa c’entri tu con i segreti del Misericordioso? Tu dovevi agire compiendo la mizvà della procreazione e ormai quello che è giusto ai suoi occhi sarà fatto…».

In realtà sappiamo che Dio ebbe compassione di Ezechia concedendogli altri quindici anni di vita. Ciò nondimeno il racconto è assai istruttivo e rivelatore di come già nell’antica sapienza d’Israele fosse radicata la coscienza della gravità dell’aborto, al punto da giustificare la morte del reo. Anche per questo, il solo pensare che a causa delle varie legislazioni abortiste milioni e milioni di esseri umani innocenti sono stati uccisi e vengono uccisi tutti i giorni, e che oggi l’aborto viene addirittura rivendicato come un diritto, solo questo pensiero dà la misura della distanza siderale che separa il nostro mondo sedicente civile dai presunti secoli bui del passato.

Foto Ansa

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