
Non rifiutate il duello con l’Alighieri

Ho letto Inferno, Purgatorio e Paradiso con 17 classi, più di 400 ragazzi fra i 16 ed i 19 anni. Sono sempre entrato in classe avendo stampato in mente lo scopo del mio mestiere di insegnante: guidare un ragazzo, ogni ragazzo, uno per uno, a diventare uomo; ed in effetti il paragone con la poesia di Dante si è rivelato per molti di loro una significativa occasione per scoprire se stessi, le proprie risorse e la propria originaria dipendenza dalla realtà. Col trascorrere degli anni e con l’approfondirsi della mia consapevolezza professionale, mi sono reso conto che leggere la Commedia con i ragazzi mi richiedeva di tenerne in continua evidenza due aspetti decisivi.
Da una parte il poema si presenta al lettore come un viaggio alla scoperta dell’uomo, attraverso una sterminata gamma di vicende umane, dalle più quotidiane alle più eccezionali ed inaspettate, con l’impronta della geniale capacità dell’autore di far emergere i tratti più veri dell’io che si manifestano in azione. Questo viaggio in genere cattura l’interesse dei ragazzi, sollecitandone ad un tempo il naturale desiderio di incontrare l’altro e la propensione, spesso trattenuta ma sempre allertata, ad interrogarsi su di sé e sulle proprie aspettative più vere, provocati dal confronto con l’altro.
Nell’Aldilà ciò che siamo nell’Aldiquà
Il secondo fattore di riferimento si erge, all’opposto, come grave ostacolo all’adesione positiva dei ragazzi, ed è proprio su questo che si gioca la partita della loro crescita umana. Le vicende narrate da Dante si collocano infatti in un luogo del tutto particolare, l’Aldilà, dove il tempo si è concluso ed ogni vicenda umana ha raggiunto il proprio definitivo compimento. Ogni uomo conduce la propria esistenza guidato dai diversi desideri che affollano il suo cuore, che si sostengono a vicenda o che si contrappongono drammaticamente; fra questi ne emerge uno che prende la direzione delle operazioni e funge da guida della libertà, determinando la fisionomia della persona; questo desiderio ultimo si chiama senso religioso. La varietà delle circostanze esistenziali ed i mutamenti di rotta determinati dalla libertà non consentono mai di conoscere appieno la sostanziale identità della persona, anche se proprio dentro le circostanze se ne possono cogliere i segni indicatori. Quando la storia personale si conclude, l’onnipotenza del Mistero, da cui proveniamo e verso cui tendiamo, fa emergere il volto reale che la persona ha deciso di darsi attraverso le scelte della propria libertà.
«Le pene infernali e la beatitudine del Paradiso non sono giustapposte dall’esterno, non sono esito di una iniziativa autonoma di Dio, ma sono l’emergere di ciò che ognuno liberamente ha deciso di essere», spiegavo ai ragazzi prima di iniziare la lettura e ribadivo ogni volta fosse necessario ricollocare nel giusto contesto la loro resistenza e le loro obiezioni. «Ogni uomo vive dentro un turbinio di circostanze che rendono difficile, a lui stesso in primo luogo, il riconoscimento del suo volto più vero; spesso l’uomo si costruisce una maschera per reggere l’urto del giudizio altrui e finisce col diventare irriconoscibile anche a sé. Il Dio che tutto scruta e conosce, mosso dal suo amore per la nostra libertà, si limita a rendere definitivo nell’Aldilà ciò che abbiamo deciso di essere nell’Aldiquà».
Un drammatico contrasto
In questo modo proponevo, in termini semplificati ma veritieri, la lettura figurale del poema, introdotta ad inizio Novecento da Erich Auerbach, il grande filologo e critico letterario tedesco che ne ha sostanzialmente rivoluzionato la chiave di lettura.
All’inizio i ragazzi erano incuriositi, ed anche attratti, da questa faccenda di andare a conoscere il volto autentico che ognuno ha scelto per sé; solo un po’ in difficoltà, a volte anche infastiditi, da questo strano ruolo di Dio, “notaio” dell’umana libertà. Difficoltà ed obiezioni nascevano quando entravamo in merito alle vicende dei dannati dell’Inferno. Con gli ignavi, i primi peccatori nei quali Dante si imbatte, filava tutto liscio, i ragazzi condividevano con entusiasmo la forma della loro dannazione; le inevitabili resistenze emergevano già con forza nel secondo girone infernale, con Paolo e Francesca, gli sventurati amanti.
Il fatto è che i miei interlocutori – come io stesso del resto – sono figli della mentalità odierna, che ci ripropone in tutte le salse il mito dell’attimo fuggente. Il peso soffocante di un’adolescenza per molti troppo protetta e quindi poco assuefatta alle asperità della vita, l’ansia del tutto e subito indotta dal contesto della società dei consumi, la litania dei diritti individuali che uno Stato onnipotente avrebbe l’obbligo di garantire a tutti, generano un rattrappimento nel particolare che determina pesantemente il loro modo di valutare ogni aspetto del vivere, sia in chi sta di fatto eleggendo il benessere del momento a legge della propria esistenza, sia in chi lealmente afferma di voler procedere in controtendenza.
Tre anni di lavoro comune sui canti della Commedia si snodavano così nel drammatico contrasto fra l’attrattiva di una rivisitazione della sterminata varietà dell’umana esperienza ed il duro impatto col paragone rigoroso col destino che l’uomo si sceglie. Molti ragazzi si trinceravano in un progressivo rifiuto ed evitavano di lasciarsi scalfire dal punto di vista implacabilmente riproposto dall’autore, altri accettavano la sfida ed attraversavano tutta la fatica di un paragone scomodo; altri ancora entravano in sintonia con l’ipotesi di senso proposta da Dante e prendevano progressivamente a gustare la straordinaria possibilità di scoperta della profondità che era loro offerta. A me insegnante era chiesto, ad ogni passo, di riproporre con rigore il senso reale dei versi di Dante evidenziandone tutte le potenziali occasioni di paragone col presente.
La scappatoia del medaglione
«Molti vi esortano a godervi gli anni della gioventù, prima di dovervi assoggettare alle fatiche della vita adulta», mi ritrovavo spesso a dire ai ragazzi. «In realtà gli anni che state vivendo sono proprio quelli che decidono della vostra fisionomia di adulti, se sarà una catena di fastidi senza senso, intercalati a qualche attimo di euforica evasione, o se sarà un cammino affascinante, per quanto faticoso, verso un ideale che corrisponda alle attese del vostro io più vero».
Del resto questo incontro/scontro, così evidente nei ragazzi, è anche la mia personale esperienza di appassionato lettore della Commedia. In realtà esiste una via molto semplice che consente all’insegnante di liberarsi da ogni difficoltà, trasformando la lettura di Dante in una piacevole ricognizione all’interno del gran mare delle umane vicende: basta ridurre il poema ad una serie di medaglioni, riorganizzati attorno a protagonisti di straordinaria statura esistenziale ed epurati da ogni riferimento al destino ed al mistero «di colui che tutto move».
Già in pieno Ottocento il grande Francesco de Sanctis, alla cui opera di critico letterario dobbiamo pagine illuminanti su singoli passi del poema, suggeriva un’attenta operazione di copia/incolla per rendere il poema più confacente alle delicate orecchie del lettore moderno. Le recenti edizioni della “Divina Commedia per gli studenti”, sapientemente epurate secondo i dettami del politicamene corretto, non sono altro che l’ultimo volgare epigono di una tendenza in atto da due secoli.
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