
“Non esistono pasti gratis”. La grande lezione di Milton Friedman

L’uomo è maestro nel costruirsi miti per auto-illudersi e non guardare in faccia la realtà. Che sia un modo – puerile quanto si vuole – per far fronte alle asperità della vita oppure un mezzo di consolazione autoassolutoria poco importa. Ciò che conta è il risultato finale, nefasto e deresponsabilizzante. Qualche rimedio fortunatamente esiste, come leggere un buon libro.
Un esempio è il volume recentemente tradotto dall’Istituto Liberale e pubblicato da Liberilibri, con prefazione di Lorenzo Maggi, Non esistono pasti gratis. L’autore, Milton Friedman (1912-2006), è stato un esempio di pulizia concettuale e chiarezza espositiva. Premio Nobel per l’economia nel 1976 ed esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Chicago – sulla quale si può vedere la bellissima introduzione di Nicola Giocoli pubblicata dall’Istituto Bruno Leoni – Friedman è noto per alcune opere, come Capitalismo e libertà (1962), una monumentale storia monetaria degli Stati Uniti scritta con Anna J. Schwartz (1963) e per Liberi di scegliere (1980), scritto insieme alla moglie Rose.
Cos’è l’inflazione
Nel volume da poco uscito, pubblicato esattamente cinquant’anni fa, Friedman prende di petto molti temi di public policy che vengono di solito affrontati in modo ideologico: il che significa che, secondo tale interpretazione, esiste una sola soluzione per i problemi socio-politico-economici, l’interventismo statale. Il libro si apre con un’intervista rilasciata alla rivista Playboy nel 1973, una buona sintesi del suo pensiero. L’inflazione, ad esempio, viene spiegata da Friedman per quel che è, dunque un fenomeno monetario che ha precisi responsabili: i governi e le banche centrali, in sostanza. Nel breve periodo appare come una sbornia, una situazione di euforia. Ma dopo un po’ emerge la sua vera natura, certamente spiacevole. E la soluzione non è certamente quella di bere ancora, ovvero aumentare ulteriormente la quantità di moneta circolante, ma fermarsi. Il problema è l’interventismo, non la sua assenza.
La previdenza sociale
Ma pensiamo anche ad altre questioni cogenti, come la previdenza sociale. Perché lo Stato deve imporre alle persone la previdenza obbligatoria da esso gestita? Questo è un modo, in primo luogo, per deresponsabilizzare la persona, vincolandola cioè a comportamenti stabiliti da altri; di conseguenza, ciò che viene minata è la propria libertà, in nome della (supposta) sicurezza gestita dal potere politico. E che ne è di un giovane, ipotizza Friedman, il quale ha un’aspettativa di vita breve perché geneticamente predisposto al cancro? Se volesse vivere la propria vita a suo modo, senza essere obbligato ad accantonare soldi per la pensione, sapendo che non ci arriverà, ma goderseli prima di trapassare? Niente da fare, perché lo Stato ritiene ci sia solo una via giusta, la sua.
Altro che previdenza sociale: la previdenza è solo quella di un potere che pensa di potere organizzare la società – come da celebre metafora smithiana – come le pedine di una scacchiera. Sennonché, queste non sono passivamente in moto, ma soggetti animati da una propria individualità.
Bisognosi e buono scuola
E ancora, l’assistenza statale ai più bisognosi. Friedman mostra molto bene quanto Bertrand de Jouvenel aveva lucidamente scritto: essa ha il solo scopo di perpetuare una condizione di dipendenza dal potere politico, e di conseguenza è un modo per promuovere e foraggiare la burocrazia anziché aiutare davvero chi ha bisogno.
Altro si potrebbe dire a proposito, ad esempio, della proposta del buono scuola, per la cui promozione in Italia furono particolarmente attivi, tra gli altri, Dario Antiseri e il compianto Lorenzo Infantino. Il punto del discorso friedmaniano rimane in fondo sempre il medesimo: destatizzare la società, responsabilizzare le persone, promuovere la libertà.

Non esistono pasti gratis
Milton Friedman
Liberilibri
168 pp
15 euro
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