Non c’è niente di bonus

Di Matteo Rigamonti
15 Ottobre 2020
Le "scomode verità" di Alberto Brambilla: «Con il metadone sociale non usciremo mai dalla crisi. Dare soldi a tutti col Reddito di cittadinanza e Quota 100 è da pazzi»
Luigi Di Maio alla presentazione della card per il reddito di cittadinanza

Articolo tratto dal numero di ottobre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Con il «metadone sociale» dell’assistenzialismo si addormenta l’economia, non si combatte certo la povertà né tantomeno si contrastano all’origine i suoi fattori scatenanti. Il copyright di questa efficace metafora che ha fatto la sua comparsa sulla prima pagina della Stampa l’ultimo sabato di agosto, mentre gli italiani ancora assaporavano i raggi finali del sole di un’imprevista estate post lockdown, appartiene ad Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali. “Metadone sociale” era infatti il titolo di un suo editoriale duramente critico nei confronti di chi si illude che, in questo delicato frangente storico, provato non soltanto dal coronavirus bensì da sfide epocali che minacciano più a fondo il sistema paese, si possa «campare senza lavoro», «sperperando denari in bonus», «incentivi inutili» ed «eccessivi ammortizzatori sociali». Una fotografia tanto realistica quanto impietosa della cultura che anima certa politica da almeno una ventina d’anni, ma soprattutto un chiaro giudizio sulla stragrande maggioranza delle traballanti misure messe in campo finora dal governo a trazione pentastellata, anche come risposta alla pandemia.

Nato settant’anni fa a Merate, in provincia di Lecco, Brambilla si diploma a Monza come perito industriale metalmeccanico per poi prendersi nel 1980 la laurea in Scienze politiche alla Statale di Milano con indirizzo Programmazione economica. La sua vita lavorativa, un po’ come il suo percorso di studi, lo porta dalle multinazionali metalmeccaniche, dove ricopre incarichi dirigenziali, alla finanza e, in particolare, alla previdenza, che poi si rivela anche la porta d’ingresso per una breve carriera politica. Dopo essere stato, infatti, consigliere di amministrazione dell’Inps (l’Istituto nazionale della previdenza sociale), dal 2001 al 2006 è sottosegretario al ministero del Welfare, con delega proprio alla previdenza sociale, durante il secondo e terzo governo Berlusconi. Dal 2009 presiede il Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali ed è autorevole voce nel dibattito pubblico su lavoro e previdenza. A giugno ha dato alle stampe con Solferino Le scomode verità. Su tasse, pensioni, sanità e lavoro.

Copertina del libro Alberto Brambilla Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro

Sulla Stampa lei ha scritto che «nel paese aleggiano alcune convinzioni molto pericolose alimentate, più o meno consciamente dal governo» che sono: la convinzione che i soldi per superare la crisi siano infiniti, grazie anche all’Europa, e che ci siano risorse da distribuire a tutti. Non è così?

Vorrei far notare – e non so se ce ne siamo veramente resi conto – che nel mondo è passato uno tsunami, un uragano di quelli che, come succede in Florida, rade al suolo tutto! Non è che adesso arriva lo Stato e di colpo ricostruisce da capo ville, giardini, supermercati, come se nulla fosse accaduto. Non può essere così. E quando sento parlare gli influencer alla televisione (io per influencer intendo la politica, i giornali, la Chiesa e i sindacati), mi domando: la gente ha capito cosa è successo? Perché le richieste che legittimamente avanzano commercianti, dipendenti, imprenditori sono comprensibili, ci mancherebbe. Tutti parlano di diritti, ma il punto è che i diritti ci sono solo se si riconoscono i doveri. E qui mi rifaccio alla Costituzione statunitense. Se nessuno ammette che c’è il dovere, allora anche il diritto non esiste. Ci rendiamo conto che abbiamo un debito pubblico stratosferico? Che alle giovani generazioni lasciamo, non soltanto un debito enorme, ma una vera e propria ipoteca sul futuro della democrazia? Perché chi è indebitato, sempre, dipende da chi ha i soldi. E noi siamo indebitati fino al collo! In una simile situazione come è possibile parlare di libertà e autodeterminazione?

Che cos’è che è andato storto?

È un meccanismo che si è inceppato negli ultimi 25-30 anni. Siamo un paese che non ha più un sogno né un’idea di sistema. Non dico un progetto decennale, ma almeno un piano industriale di cinque anni. Sia chiaro, anche io mi sono scontrato con la politica che guarda soltanto “l’oggi per oggi”, ma adesso ci vengono a dire che tutti abbiamo diritto al reddito di cittadinanza! Guardi, io ho fatto un conto: sono già 20 milioni gli italiani che stiamo assistendo. Sono più di 8 milioni i pensionati assistiti totalmente o parzialmente dalla fiscalità generale, 3 milioni le persone che godono del reddito o pensione di cittadinanza e altri 3 milioni che beneficiano degli ammortizzatori sociali: se facciamo una somma, moltiplicando per il numero medio di persone a carico, che è 1,48, abbiamo 20 milioni di italiani che, in un modo o nell’altro, sono assistiti dallo Stato. Secondo lei, può un paese di 60 milioni di abitanti assisterne 20 milioni?

Difficile immaginare che possa reggere nel tempo.

Allora facciamo un passo in più. Chi è che paga le tasse in Italia? Per rispondere prendiamo i dati dal database dell’Agenzia delle entrate e del ministero dell’Economia: su 60 milioni di italiani, sono 41 milioni quelli che fanno la dichiarazione dei redditi, 30 milioni versano almeno un euro di tasse. Ma il problema è che il 57 per cento circa della popolazione versa un’Irpef totale pari a 15 miliardi complessivi, praticamente niente, è meno dell’8 per cento di tutta l’Irpef. Mentre, per garantire i diritti (salute, scuola e assistenza, senza considerare il resto della macchina pubblica) al suddetto 57 per cento di italiani, occorrono almeno 174 miliardi, che sono a carico soprattutto del 13 per cento dei contribuenti che hanno redditi sopra i 35 mila euro e che, da soli, versano il 59 per cento dell’Irpef. È sulle loro spalle che pesano la sanità, la scuola, l’assistenza di quasi tutti gli altri.

Alberto Brambilla

Uno squilibrio piuttosto evidente. Cosa comporta?

Se fossimo un paese in via di sviluppo non ci sarebbe quasi alcun problema, ma l’Italia è un paese del G7! Che, però, nelle classifiche Ocse, primeggia per debito pubblico, numero di organizzazioni criminali esportate nel mondo ed evasione; mentre si trova agli ultimi posti per tasso di occupazione e produttività. Non solo, quest’anno abbiamo già esaurito la quota di spesa pubblica riservata all’assistenza sociale (114 miliardi di euro, 41 miliardi in più del 2008 quando il bilancio per questa voce di spesa era pari a 73 miliardi complessivi). Capisce perché ho voluto parlare di «metadone sociale»? In pratica viviamo in un paese dove il sistema fiscale ti dice che, meno tasse paghi, più bonus prendi! È questo ciò che addormenta l’economia. Soltanto che, così facendo, rischiamo di non svilupparci più.

Difficile credere persino che così si possa vincere la lotta alla povertà. Dov’è l’errore di fondo?

Infatti le persone in povertà assoluta nel 2008 erano un po’ meno della metà rispetto ai numeri del 2019. Senza dimenticare che gran parte della povertà economica deriva, in realtà, dalla povertà educativa e sociale di cui soffrono, dati Istat alla mano, quasi 10 milioni di cittadini. Persone affette da dipendenza dall’alcol, droghe, ludopatie, errata alimentazione o altri problemi alimentari come anoressia e bulimia. Una lunga schiera cui, purtroppo, da ultimo, si aggiunge anche chi viene a trovarsi in situazioni di imprevista indigenza in seguito a precoci separazioni o divorzi. Oltretutto, come sappiamo, è proprio la povertà educativa e sociale quel genere di povertà che tende a trasmettersi di generazione in generazione. A maggior ragione in un paese come il nostro dove l’ascensore sociale non funziona come dovrebbe.

Sempre nel suo articolo lei auspica che il governo cambi rotta facendo partire cantieri, lavori pubblici, infrastrutture al Sud. Che altro?

Pensare di continuare a promettere soldi a tutti con misure come il reddito di cittadinanza e Quota 100 sulle pensioni è da pazzi. Servirebbe piuttosto una banca dati dell’assistenza, come accade in Germania, per individuare la persona veramente bisognosa e aiutarla sul serio a capire che esiste altro, monitorarla, farla seguire, non darle semplicemente dei soldi. Solo così si può aiutare la gente ad uscire dalla povertà. Ribadiamolo ancora una volta: tanto dipende dalla povertà educativa e sociale, ma ancora non spendiamo niente per debellarla! Così come niente spendiamo per rafforzare veramente la rete dell’assistenza sociale sul territorio. Nemmeno viene adeguatamente finanziato il privato sociale che riesce a fare questo genere di attività né il pubblico sociale che pure dovrebbe farsene carico.

Da dove ripartire?

Le colpe, lo abbiamo detto, non sono solo di questo governo, un po’ tutti ci siamo addormentati. Continuiamo a ripetere “poveri giovani”, ma ci accorgiamo che all’estero, a vent’anni, se uno vuole può uscire di casa e mantenersi da solo? Qui a trent’anni compiuti i “giovani” sono a volte costretti a restare ancora in famiglia. Poi ci dimentichiamo che abbiamo il tasso di laureati più basso d’Europa, per non parlare di quello dei laureati in materie scientifiche. A mio avviso, avere elezioni ogni tre o quattro mesi non aiuta affatto. Ma nessuno sembra volere un election day con sistema maggioritario alle politiche dove, come è in tutto il resto del mondo, chi vince governa per cinque anni, a metà mandato c’è un’elezione territoriale o regionale di midterm e poi si torna al voto. Qui in Italia, invece, sono arrivati al 40 per cento, promettendo bonus a tutti, prima Matteo Renzi, poi Luigi Di Maio e infine Matteo Salvini. Se non altro sembrerebbe che gli italiani abbiano cominciato a rendersi conto che i bonus a vita non esistono. Dal mio punto di vista dobbiamo piantarla di fare promesse che non possiamo mantenere e ritornare a raccontare la verità alla gente. Occorre darsi da fare per ricostruire una cultura politica e sociale nel paese.

Foto Ansa

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