
Il “nodo della violenza No Tav”, tra giustificazioni e prese di distanza. Scenari prossimi futuri
L’escalation della violenza nell’opposizione alla Torino-Lione rimane un argomento al centro delle cronache e del dibattito politico. Diventata una lotta simbolo, quella dei No Tav, non senza responsabilità dei leader locali, è sempre più “caricata” di significati ulteriori. Su tutti la contrapposizione alle forze dell’ordine ed a “questo modello di sviluppo”. Agli assalti al cantiere (rivendicati dai No Tav) si sono affiancati le aggressione ai lavoratori. Da qualche tempo, poi, si devono registrare gli incendi dei mezzi delle ditte coinvolte nei lavori a Chiomonte (non rivendicati, ma di cui le frange più estreme del movimento sono indiziate). Illustri rappresentanti dell’intelletualità di sinistra (Erri De Luca, Gianni Vattimo ed Ascanio Celestini) in tempi recenti hanno sostenuto la legittimità di tutte le azioni del movimento, “sabotaggi” compresi.
Una posizione, quelle di un certo ceto intellettuale, che Gian Carlo Caselli ha più volte definito irresponsabile. Proprio il Procuratore Generale di Torino ha parlato di un «pericoloso innalzamento del livello dello scontro», giungendo ad indagare per terrorismo un nutrito numero di militanti antitreno. Un rischio, quello dell’acuirsi della contrapposizione, con la progressiva conquista dell’egemonia di esponenti e gruppi dell’estremismo organizzato, richiamato anche, nel marzo scorso, in alcuni passaggi contenuti nell’annuale relazione al Parlamento del Dipartimento Informazioni e Sicurezza.
Intanto, aziende parlano di abbandonare «la Valle in cui non si sentono più sicure» ed anche il proprietario dell’Hotel Ninfa, che ospita le forze dell’ordine, denuncia di essere ostracizzato e di «pensare seriamente alla chiusura».
LANCIARE I SASSI. Il “nodo della violenza”, quindi, è davvero decisivo. Gli amministratori locali vicini al Movimento, in particolare il Presidente della Comunità Montana Sandro Plano ed i sindaco di Avigliana Angelo Patrizio, hanno accusato il “fronte del Sì” di irresponsabilità perché acuisce lo scontro, soffermando su «questione di ordine pubblico» invece «di prendere nella dovuta considerazione le ragioni tecniche e politiche di chi si oppone alla nuova linea». Il post-democristiano Plano, poi, si dissocia dalle violenze solo per chiarire che «i ragazzi sbagliano obiettivo», i sassi andrebbero lanciati contro chi malgoverna e non contro i poliziotti.
DON CIOTTI CONTRO LA VIOLENZA. La situazione è, quindi, al di là delle letture relativizzanti, decisamente incandescente. Tant’è che anche personalità non certo supporter della Tav iniziano a proporre distinguo. Tra questi don Luigi Ciotti. «I dubbi sull’utilità della Torino-Lione, e sulla sua sostenibilità economica – ha detto – sono molti, ma Libera è contro la violenza in qualsiasi forma si eserciti e manifesti ed è a fianco della magistratura e delle forze di polizia. La Val Susa è una comunità di persone perbene, generose, trasparenti che esprimono un dissenso civile. Non devono essere confuse con i violenti, con chi strumentalizza il movimento No Tav, che ha anche legittime ragioni, per altri scopi». Una bordata non da poco al “siamo tutti No Tav” con cui il movimento, anche tante voci valsusine, non riesce a creare un discrimine rispetto ai supporter non-autoctoni (e non disinteressati) alla loro causa.
Sulla stessa linea uno dei “rappresentanti politici dell’universo donciottino”, il deputato Pd Davide Mattiello. «Ai profeti e agli allievi del Nuovo Mondo, libero dalla ferocia della globalizzazione finanziaria, faccio un appello – si legge in una sua nota – smettetela di usare il cantiere in Val di Susa come emittente simbolica di una eversione impossibile dell’ordine costituito e aiutate piuttosto chi cerca di avvicinare quotidianamente le istituzioni democratiche alla loro missione costituzionale. Chi percorre il sentiero della violenza eversiva o è un disperato pessimista che non ha più alcuna fiducia nella democrazia o è un furbastro che punta a qualche candidatura (che andrebbe però rifiutata per coerenza) o è un delinquente che tutela interessi economici che poco c’entrano col Mondo Nuovo».
SOLLEVAZIONE GENERALE. Intanto, sta avendo ampia diffusione il documento conclusivo campeggio No Tav a Venaus, in cui si invita – addirittura – alla sollevazione generale. «Il 19 ottobre – recita il documento – vogliamo dare vita ad una sollevazione generale. Una giornata di lotta aperta, che si generalizzi incrociando i percorsi, mettendo fianco a fianco giovani precari ed esodati, sfrattati, occupanti, senza casa e migranti, studenti e rifugiati, No Tav e cassintegrati, chiunque si batte per affermare i propri diritti e per la difesa dei territori». Una manifestazione, a Roma, che concluda un fitto programmo di lotte, cadenzato nel testo: «Il 12 ottobre con una giornata di lotta a difesa dei territori, contro le privatizzazione dei servizi pubblici e la distruzione dei beni comuni e mobilitazioni diffuse per il diritto all’abitare; il 15, con azione dislocate nelle città per uno sciopero sociale indetto dall’agenda dei movimenti trans-nazionali; il 18 con una manifestazione congiunta dei sindacati di base e conflittuali».
Il timore è che il 19 ottobre costituisca la saldatura dei vari fronti dell’estremismo e vi si possa un ulteriore salto di qualità della guerriglia urbana.
I vertici delle Istituzioni e delle forze dell’ordine stanno già organizzandosi per scongiurare l’eventualità e non accada che Roma possa essere messa a ferro e fuoco, lasciata per ore in balia dei violenti. Come avvenne il 14 dicembre 2010 (quando il centro della capitale fu teatro di scontri mentre il Parlamento votava la fiducia al governo Berlusconi) o il 15 ottobre 2011, quando i black bloc tennero sotto scacco per cinque ore la città.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!