
Nessuna famiglia è un’isola

Tra qualche giorno uscirà al cinema Familia, pellicola la cui trama si preannuncia cupa e claustrofobica: un figlio uccide il padre violento per salvare la madre, pagando il suo gesto con la prigione (il finale, però, pare aprire a una speranza di redenzione).
Che sul grande schermo si moltiplichino le pellicole che narrano di violenze domestiche, uxoricidi e parricidi non sorprende. La realtà, soprattutto in quest’ultimo periodo, offre molti spunti, per così dire. È sufficiente sfogliare le pagine dei quotidiani: ragazzini che uccidono fratelli e genitori (Paderno Dugnano), figli che soffocano madri anziane (Modena), giovani mamme che dissanguano i neonati appena usciti dal proprio grembo (Traversetolo, Parma), padri che sterminano moglie e figli (Nuoro).
Ovunque si percepisce un forte sgomento. Psicologi, psicoterapeuti, giornalisti, intellettuali: tutti propongono una loro ricetta, che però ognuno avverte come non esaustiva, come se questo “male”, affiorato nell’ambito che dovrebbe esserne più immune – la famiglia, il luogo dei legami –, avesse una carica distruttiva che non si riesce a contenere. Qualsiasi certezza è spazzata via in un momento.

Genitori amici e mamme tigri
Eppure non è una storia nuova, anzi, è forse la più antica del mondo. Quel che c’è di nuovo è nell’indicare nella familia l’ambito in cui “inevitabilmente” tali tragedie si consumeranno e, se ciò non dovesse accadere, comunque il luogo di una felicità temporanea, che col tempo, man mano, è destinata a svanire.
È terribile. Ma ancor più terribile è che non pare esserci in giro nessuno con un’idea su come porvi rimedio. Sui media proliferano gli esperti che ci spiegano come far funzionare i rapporti, come aggiustarli, come rendere meno traumatico il distacco. Rimedi dal fiato corto: è come se si tentasse di gonfiare un palloncino bucato. Come si può aggiustare una cosa che si continua a distruggere?
I genitori “amici”? Non funzionano. La “mamma tigre”? Idea che è servita giusto per vendere un po’ di libri. La famiglia aperta, allargata, queer? Non sembra che moltiplicando le possibilità di combinazione (lui+lui, lei+lei, lui+lei+lei, lei+lui/lei, eccetera) e sommando schwa ad asterischi si sia risolto il problema, anzi.

Ragioni per cui dare la vita
E forse proprio qui sta il punto: la famiglia – come ci ha insegnato Fabrice Hadjadj – non è un’opera di ingegneria, non è un meccanismo, un apparecchio che, se programmato a dovere, funzionerà grazie al solerte e competente intervento di esperti. È l’istituzione più antica e «anarchica» che esiste, come diceva Chesterton, perché è fondata sull’attrazione spontanea e sulla libertà. E la libertà può costruire, così come distruggere violentemente e sadicamente.
Il tema allora è che una famiglia non basta a se stessa. Parafrasando Thomas Merton, potremmo dire che nessuna famiglia è un’isola: l’unico modo che ha di salvarsi e di non tentare di salvarsi da sola. Alla lunga, è impossibile. O essa è inserita in un contesto che la sorregga o finirà per perdersi.
«Perché le famiglie non riescono a stare insieme, a durare, a riprodursi? Perché non hanno amici, non hanno compagnia, qualcosa più grande di loro che le tenga insieme. […] È davvero una grande fortuna per una famiglia essere parte di una comunità, in cui ci sono persone di età, temperamento e storia diversi, che però vivono per un unico grande ideale».
Giancarlo Cesana, “Ed io che sono?”, La fontana di Siloe
Lo scriveva anche il nostro Gigi Amicone, figlio di una tra le prime coppie divorziate in Italia, stanco di sentire le tante belle prediche, ora ciniche ora sentimentali, sulla famiglia e i suoi traumi: «Abbiamo tutti un divorzio alle spalle perciò chiediamo Ideale, non melassa». Ideale, cioè una ragione per cui valga la pena dare la vita: il resto verrà di conseguenza, come diceva sempre quel grande educatore di don Villa ai genitori dei suoi alunni: «I figli non imparano nulla da ciò che dici, molto poco da ciò che fai, tutto dalle ragioni per cui dai la vita».
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