Terra di nessuno

Nel deserto metropolitano

Di Marina Corradi
24 Ottobre 2011
La folla che al mattino si riversa dai cancelli della gare Saint Lazare è un torrente in piena; e alle nove i parigini non camminano, corrono – scavalcando come un ostacolo chi non corre abbastanza, o non sa dove andare

Dall’alto, mentre l’aereo scende sul Charles De Gaulle, Parigi si palesa immensa. Una distesa di cui non vedi i confini. Le auto sulle tangenziali sembrano insetti; gli uomini poi, non li distingui nemmeno. Che cosa suscita un filo di sgomento, mentre guardi dal finestrino? Cerchi di mettere a fuoco con lo sguardo una casa, una piazza, a rassicurarti; in questa moltitudine di strade e svincoli autostradali, ci sono le case di uomini. E ciascuna, ti dici, ha una porta e una chiave che nella serratura gira con un suo caratteristico clic, e ciascuna dentro ha un suo odore, e una poltrona, e piatti in fila nello scolapiatti. E forse un gatto; o un canarino, magari.

Poi, sul metrò li incontri, gli uomini di Parigi. Nei vagoni dell’ora di punta sono così pigiati che ritorna quel sottile spavento. La folla che al mattino si riversa dai cancelli della gare Saint Lazare è un torrente in piena; e alle nove, nella penombra del metrò Champs-Élysées i parigini non camminano, corrono – scavalcando come un ostacolo chi non corre abbastanza, o non sa dove andare. Nella folla di una metropoli si sta come in un deserto; come in un deserto si è soli. Ma c’è un antidoto. Bisogna, dentro alla folla, concentrarsi su una faccia, una unica faccia. Come questa donna nera, sui cinquanta, sul metrò che corre verso l’Opera; è tanto stanca che il rullio del vagone la assopisce, quasi ne fosse cullata, e chiude gli occhi e il busto le si inclina in avanti nel sonno. Poi a ogni fermata il clangore delle porte la sveglia, e in un sussulto apre gli occhi, stranita. La stanchezza della sconosciuta mi commuove, mi riguarda; ciò che scioglie il deserto, è la faccia di un uomo, uno solo.

E questi due appena usciti dal Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri? Due talmente giovani che sembra strano, quasi un travestimento, vederli in abito scuro e camicia candida; solo il colletto slacciato, come si fossero appena tolti insofferenti, nella sera calda di luglio, la cravatta. Devono avere poco più di vent’anni; due stagisti, forse, vincitori di severe selezioni, per approdare, tanto giovani, in quel sontuoso palazzo. E così dritti, così vincenti, gli occhi scintillanti; il mondo – loro ne sono certi – nelle mani. Sull’autobus verso Notre Dame un signore elegante, i capelli grigi, la 24 ore sulle ginocchia, li fissa, assorto; forse anche lui era, trent’anni fa, come loro. Ma ora ha attorno alla bocca due pieghe amare; tracce, si direbbe, di ambizioni fallite, di beneducati fallimenti. A Notre Dame i due scendono e scompaiono, con il loro passo da vincitori. Alla fermata dopo scende il signore coi capelli grigi. (Ma, almeno per un momento, li hai guardati in faccia, quei tre).
Poi nella notte Parigi è una schiera di finestre illuminate, una galassia infinita. Può fare un po’ di paura. L’antidoto, è guardare bene chi ti capita accanto: gli occhi, le mani, le rughe. Il deserto si scioglie, nella faccia di un uomo.

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