
Natalità. Che cosa si può fare per migliorare le politiche per le famiglie

Approvata a fine dicembre, la legge di stabilità 2024 mette un altro tassello nel quadro delle politiche familiari italiane, focalizzandole sempre più sulla natalità. Oggi a qualche occhio inesperto sembrerà del tutto implicito che le politiche per le famiglie abbiano al centro il tema delle nuove nascite. Eppure, così non è.
Riavvolgiamo allora il nastro e torniamo a un recente passato. Le politiche familiari in Italia sono state concepite e costruite su una base occupazionale, così come tutto il nostro sistema di welfare. Era – e per lo più ancora oggi, è – la posizione lavorativa a determinare le prestazioni socio-assistenziali spettanti. Svolgere un lavoro dipendente significava ottenere l’assegno al nucleo familiare, i congedi, le detrazioni per figli a carico, ossia le misure più corpose.
Più attenzione a demografia, genitorialità, maternità
L’anno di svolta è il 2021: con una maggioranza trasversale, il Parlamento approva la legge istitutiva dell’Assegno Unico. Le politiche familiari italiane si avviano così verso l’universalismo. Autonomi e non occupati iniziano a percepire la principale misura cash. Incorporati assegni familiari, detrazioni per figli, bonus nascita, assegno comunale ai nuclei numerosi, fondo natalità nell’Assegno Unico, rimangono a completare l’offerta per le famiglie i congedi e il bonus nido.
Dall’elencazione delle prestazioni si percepisce l’intenzione di fondo di tali politiche: sostenere il costo di cura e di educazione dei figli. Un altro piccolo tornante di questa storia sintetica avviene alla fine del 2022. Dalla prima finanziaria dell’epoca Meloni, l’universalismo delle politiche familiari italiane prende una piegatura pro-natalista. La parola forse non è delle più simpatiche, ma rende l’idea dello sforzo di attenzionare i temi della demografia, della genitorialità e della maternità.
Come cambia l’Assegno Unico per le famiglie
Oggi le famiglie trovano una base economica nell’Assegno Unico, rafforzato soprattutto nella fascia 0-3 anni e per chi ha più di 3 figli, sono sostenute nella transizione nascita-lavoro con congedi più generosi che in passato e con un sostegno alle spese per l’asilo nido più ampio, e dal 2024 usufruiranno della decontribuzione per le lavoratrici madri con due o più figli.
Questi passaggi sono segnati da un buon aumento della spesa pubblica per le famiglie: nel 2019 essa si assestava infatti all’1,2 per cento del pil (20,7 miliardi di euro, 336 euro per abitante); nel 2021 saliva al 1,9 e dopo il 2022 crescerà costantemente sino ad avvicinarsi in alcuni anni alla media europea del 2,5 per cento. Questo per due diversi motivi: da una parte la misura dell’Assegno Unico è ancorata all’inflazione (nel 2023 l’Assegno è stato rivalutato dell’8,1 per cento e nel 2024 lo sarà del 5,4); dall’altra, il Governo continua a immettere nel comparto più o meno 1 miliardo l’anno (la decontribuzione madri non entra nelle classificazioni statistiche relative alle politiche familiari).
I due fronti delle politiche per le famiglie e la natalità
Se sul fronte cash l’Italia sta facendo il suo, molto lavoro c’è da fare sulla parte in-kind. Sono infatti due i fronti tradizionali delle politiche familiari: elargizioni in denaro (cash, appunto) e creazione di servizi (in-kind). Qui il tema sarebbe da approfondire, soprattutto perché il protagonismo tocca storicamente alle autonomie regionali i cui modelli sono fermi al confronto di fine anni Novanta tra Lombardia (esempio di binomio associazionismo familiare-libertà di scelta) ed Emilia-Romagna (modello fondato su servizi pubblici organizzati dalle amministrazioni locali), eccezion fatta per la Provincia Autonoma di Trento che ha una propria originalità con le sue forme di territorializzazione delle politiche familiari.
Tornando al livello nazionale, tracciamo gli ultimi due spunti. In primis, chiediamoci: quali principi stanno avanzando in questa prima parte di legislatura? La ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella sta facendo ruotare i suoi interventi attorno a: libertà (delle donne di diventare madri), sussidiarietà (per ricreare una rete di sostegno comunitario intorno alla neo-mamma), lavoro (conciliazione lavoro-famiglia) e mobilitazione collettiva (tanti attori, incluse le imprese, per una primavera demografica).
Cosa può fare l’Europa per favorire la natalità
Secondo spunto: quale scenario europeo potrebbe aiutare lo sviluppo delle politiche familiari? Non parliamo qui di alleanze politiche, ma tematiche. Se gli Stati europei portassero in Commissione e i partiti trasversalmente ponessero al Parlamento europeo il tema della demografia come una priorità del prossimo quinquennio – come fatto (maldestramente) ad esempio per il green –, allora i fondi europei, le linee di investimento, le dinamiche di bilancio potrebbero allargare trasversalmente le maglie per offrire più risorse economiche e nuovi servizi alle famiglie. Potrebbe significare un vero cambio di passo.
Tante sono le sfide e i problemi (che ne facciamo degli avanzi di spesa derivanti da Assegno e congedi? Li reinvestiamo in politiche familiari? Come sosteniamo le famiglie numerose più a rischio di povertà di altre? Proviamo a rendere almeno un poco family-friendly il sistema fiscale? Cambiamo la prova dei mezzi con cui accedere alle prestazioni familiari?), eppure la cornice e alcuni abbozzi del quadro stanno prendendo forma.
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