Nascita di un grande fotografo. Il viaggio di Gabriele Basilico in Iran

Di Chiara Rizzo
29 Giugno 2015
Dopo 45 anni, per la prima volta vengono pubblicati i primissimi scatti del fotografo milanese, realizzati in un viaggio nella Persia dei primi anni Settanta

«Non sono un fotografo né un amante della fotografia, ma considero alcuni libri di Gabriele Basilico dei totem intoccabili. Gabriele aveva infatti il pregio di bloccare con il suo obiettivo esattamente la realtà che aveva davanti, e il contenuto centrale di quella realtà. Guardando le sue foto si può davvero dire ecco, le cose stanno proprio in questo modo con cui le ha rappresentate». Così lo scrittore Luca Doninelli ha presentato a Milano l’ultimo libro sul fotografo Basilico, Iran, 1970 (Humboldt books edizioni) che è molto più di un libro di scatti, seppur pregevoli: è una storia nella storia. «È il racconto di Basilico prima di Basilico», per dirla ancora con Doninelli che del fotografo è stato amico.

C.I.025 PH Gabriele Basilico
Gabriele Basilico, Shiraz, Iran. Da “Gabriele Basilico, Iran 1970”, © 1970 Gabriele Basilico, g.c.

«IL PRIMO VERO VIAGGIO». Nell’estate del 1970, a bordo di una Fiat 124, due ragazzi si avventurano da Caorle, in Friuli, verso oriente. A bordo ci sono Gabriele Basilico, che all’epoca ha 24 anni, è studente in Architettura, e la donna che resterà la compagna di una vita, Giovanna Calvenzi, che ora nel libro ricorda quel viaggio. La prima tappa certa è Dubrovinic, dove li attendono altri quattro amici a bordo di una Citroën Ami 8. Da lì il gruppo si dirigerà verso la Turchia, l’Iran e quindi l’Afghanistan, ancora incerto se fermarsi a Kabul o poi spingersi verso Samarcanda. Da Istanbul, decidono di avanzare verso la Cappadocia, perché – racconta Calvenzi – «avevamo visto un ritaglio del National Geographic nel quale erano fotografate magnifiche montagne coniche apparentemente abitate, con panni stesi e fuochi accesi. Gabriele si proponeva di fotografare gli stessi posti e di proporre poi le foto a un giornale italiano. Era davvero l’inizio dell’inizio».
Le immagini della Cappadocia (pubblicate per la prima volta in questo libro), con i bianchi e neri che si contrappongono in modo acceso, dato che Basilico aveva applicato un filtro particolare ad una delle sue macchine, per rendere il cielo ancora più scuro, sono solo l’occasione del «primo vero viaggio, con in testa una mescolanza di Conrad e Salgari, e forse di Kerouac e Ginsberg».

copertina basilicoBAMBINE IN CHADOR. Quello raccontato in questo libro è un viaggio di formazione umana, che permette di conoscere realtà inimmaginabili presto destinate a sparire, quell’Iran che di lì a nove anni sarà stravolto dalla rivoluzione. Sebbene delle foto di quel viaggio quelle sull’Iran siano poche, ancora adesso si vede che sulla pellicola di Basilico si imprime un paese con tutte le sue contraddizioni. Il paese dello scià Pahlevi agli occhi occidentali sembra in quegli anni ’70 proiettato verso la modernità. Al tempo stesso, nasconde tradizioni e costumi profondamente antichi, che poi costituiranno l’humus per gli ayatollah. Per esempio, se a Teheran le ragazze studiano tranquillamente in università e giravano indossando jeans a zampa come le coetanee del resto del mondo, fuori dalla capitale sono tantissime le donne e le bambine in chador integrale che catturano l’attenzione del fotografo.

CACCIATI DA QOM. Significativa l’esperienza di Qom. Ricorda Giovanna Calvenzi: «La guida Michelin, che consultavo continuamente, la indica come una città santa, degna di una tappa per visitare la moschea. Una donna ci offre veli neri da mettere in testa ma all’uscita qualcuno ci tira dei sassi. In un piccolo bar non ci danno da bere. Ci allontaniamo e cerchiamo la sede di un giornale locale al quale chiedere informazioni. Veniamo raggiunti da un elegante signore che guida una jeep, ci dice di essere il capo della polizia e ci invita a cena. Con estrema cortesia, a cena finita, ci spiega che non siamo ben visti, che la città è effettivamente una città santa e noi cristiani è meglio se ce ne andiamo. E con decisione ci accompagna alla nostra macchina e aspetta di vederci dirigere di nuovo verso sud».

A Persepoli, invece, il gruppo di amici entra in contatto con “Mario di Roma”, italiano «dal ruolo imprecisato ma dalla sicura potenza», che li invita all’anteprima della festa dello scià organizzata nell’area archeologica dell’antica capitale: «Ci aspetta un pranzo imperiale, una pastasciutta che neanche a Roma e, la sera, le prove generali di uno spettacolo magico, suoni e luci su un sito archeologico straordinario».
Poi il rientro a Milano. Basilico stampa subito nel suo piccolo studio una selezione in vari formati delle foto, ma le mette dentro una scatola. Vi rimarranno per 45 anni, finché, dopo la sua morte, non torneranno all’attenzione degli amici a cui Gabriele ha raccontato di quel suo primo viaggio in Iran, dove, senza saperlo, il suo occhio di fotografo è riuscito spontaneamente a catturare un mondo, rendendolo immortale.

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