Memoria popolare

Movimento Popolare, una presenza cristiana in fabbrica

Di A cura di Fondazione Europa Civiltà
22 Dicembre 2023
L’intervento di Mario Spotti al convegno del 1978 in cui fu presentato l’Ufficio Lavoro di Mp: un vera testimonianza di come la fede giocata apertamente incida in qualunque luogo, sindacati inclusi
Operai
Foto Ansa

Nel 1978 nasce l’Ufficio Lavoro del Movimento Popolare, che viene presentato pubblicamente nel convegno di Rimini del 16-17 dicembre di quell’anno intitolato “Operatori sindacali del Movimento Popolare”. Vi partecipano sindacalisti che fino a quel momento avevano caratterizzato la propria presenza in fabbrica e nel sindacato firmando le prese di posizione pubbliche come Comunione e Liberazione.

Il convegno viene aperto dal responsabile del Movimento Popolare di Roma, Saverio Allevato, al quale seguono le relazioni di Mario Spotti, sindacalista alla Unidal, e di Rocco Buttiglione, entrambe seguite da assemblee con molti interventi, e le conclusioni di Allevato. La prima relazione e gli interventi in assemblea sono molto autocritici; si sottolinea l’esigenza di muoversi sulla base dei bisogni reali e non di logiche di schieramento, ma anche quella di inserire la presenza in fabbrica e l’azione sindacale nel più vasto progetto del Movimento Popolare.

Il giudizio a partire da un bisogno

L’intervento di Spotti contiene molti elementi di vera e propria testimonianza. «L’obiettivo di questo incontro di lavoro», esordiva Allevato, «non è certo quello di costituire o gestire una corrente cristiana sindacale. Non intendiamo costituire nessuna corrente né tanto meno cristiana. L’obiettivo è invece quello di riprendere con forza e con una presunzione sana quella che è la nostra identità e la nostra origine, e di giocarla con molta semplicità, ma anche con molta spregiudicatezza, all’interno del movimento sindacale».

Spiega Mario Spotti:

«Noi, in una riunione sindacale, non ci riconosciamo per un comportamento diverso, perché siamo identici a tutti gli altri. Ci comportiamo esattamente come loro. Leggiamo il giornale come tutti gli altri, riteniamo inutili questi incontri, sappiamo che sono formali e già decisi precedentemente. È sconcertante vedere come non ci sia niente di nuovo portato da noi in quell’ambiente. Mi veniva in mente come, da un certo punto della mia esperienza personale, queste cose erano balzate in evidenza; e al medesimo tempo mi era diventato molto chiaro che nella mia situazione specifica – che era quella dell’Unidal – le cose non andavano affatto affrontate facendoci intorno dei discorsi, con formalismo in modo ideologico. Era così evidente che, invece, andava affrontato un bisogno! Questo è stato, per me, un inizio serio di lavoro sindacale. E questo ha voluto dire mettersi di fronte al bisogno con un giudizio, cominciare ad obbedire alla situazione stessa. In termini cristiani, vuol dire condividere una situazione, e lasciar giudicare la propria vita da quei bisogni e da quelle persone».

«Allora non si può più vivere neppure un momento come quello delle riunioni in quel modo che dicevo prima: pur con tutti i limiti di formalità, di falsità, di vuotezza, di pochezza che le riunioni possono avere. […] Perché uno che ha la fede non può vivere nulla in quel modo, perché dipende solo da lui, e da nient’altro, vivere le cose e le situazioni con un giudizio di valore e di fede. Per esempio in una riunione, quando un compagno di lavoro parla, lo si ascolta anche se ripete quello che ha imparato la settimana prima in sezione al partito. Perché quando una persona parla mette sempre un bisogno in quella cosa, o comunque mette sempre qualcosa di suo, di creativo, di personale. Allora, se noi abbiamo la certezza che ciò che passa dentro una situazione è la presenza misteriosa del Signore, e questa presenza mi raggiunge tramite le persone e le cose, ci mettiamo anche nella riunione o nella situazione con questo giudizio, vivendo con fede la riunione e facendo giudicare la nostra vita dalle cose che ascoltiamo e dando alle cose il valore che hanno, e non vivendo il valore che ad esse attribuiscono tutti gli altri, con l’alienazione che contraddistingue queste situazioni».

Volantini di Natale agli operai

Nel suo intervento Spotti spiega cosa ha voluto dire una presenza cristiana nella sua fabbrica, l’Unidal, a quel tempo oggetto di ristrutturazione:

«Come abbiamo iniziato lì? Incominciando a dar via il primo volantino sul Natale, come forse ha iniziato chiunque di noi. Io all’Unidal, che allora era Motta, e faceva panettoni, iniziai dieci anni fa dando via un volantino che diceva: “Guardate che il Natale non è il panettone, ma è un altro fatto”. Questo, dieci anni fa, era una cosa sorprendente, perché erano venti o trent’anni che in fabbrica non si sentiva nominare Gesù Cristo, ed era qualcosa che spaccava una mentalità».

«Questo lavoro è andato avanti per anni. Con costanza si davano via questi volantini, si interveniva nella vita sindacale con un giudizio nostro, come comunità cristiana; si vendeva magari la rivista di Cl alle porte delle fabbriche […] Si è iniziato un lavoro che, ad un certo punto, sembrava non avesse una risposta. Ci si chiedeva: “Ma incide questo lavoro?”. Invece ha cominciato ad incidere. Ci siamo accorti che quelle cose che ci sembravano scontate, quei volantini che davamo via, alcuni operai se li mettevano nel reparto, magari in mezzo a un sacco di foto di donne nude, ma guai chi glieli toccava».

«Un operaio una volta mi ha fermato e mi ha detto: “Sai che il tuo ultimo volantino ogni mattina prima di andare in fabbrica me lo leggo?”. Un volantino che avevamo dato via mesi prima. Ciò vuol dire che una presenza molto semplice, qualche volta fin troppo lineare, quasi mancante di novità ha avuto due effetti. Uno è stato quello di ridare un minimo di dignità e una voce ai cattolici in fabbrica: si sentivano rappresentati, non avevano più vergogna a dire in fabbrica che erano cattolici. La seconda cosa è che, soprattutto quando la situazione della Unidal si è aggravata, questi cattolici hanno cominciato a venire da me: le prime volte per rimproverarmi perché andavo alle assemblee con i “compagni”, e tirando fuori il loro anticomunismo. Ma poi hanno cominciato a sentirsi rappresentati anche in termini politici».

Un movimento di lavoratori, non di sindacalisti

«Alcuni operai, delegati e militanti, parte del Pci e qualche extraparlamentare, hanno cominciato a vivere con noi una amicizia. Hanno abbandonato il loro gruppo o partito di provenienza e, alcuni, il giorno in cui il cardinale ha celebrato la Messa hanno fatto la comunione. L’avvicinamento umano a noi è stato un avvicinamento all’esperienza di fede. Ci diceva una donna, che prima lei faceva ogni sera una riunione al partito; però finita la riunione non c’era più nulla, erano estranei fra loro. “Con voi”, ci diceva, “ho imparato ad accorgermi che c’è qualcosa di più. Ad avere una visuale più vasta dei problemi, più globale. Vivendo un’amicizia con voi, imparo in un modo diverso quali sono i bisogni dei miei compagni di lavoro”».

«Possiamo dire allora che uno che si dà da fare non crea un movimento, ma una organizzazione nel mondo del lavoro. E noi non siamo chiamati a creare un’organizzazione, ma siamo qui a lavorare per creare un movimento di lavoratori – non di sindacalisti – all’interno del mondo del lavoro. Solo che questo movimento non nasce perché ci diamo da fare, ma perché c’è un’identità cristiana che lavora. […] Non è un obiettivo che ci proponiamo, ma la conseguenza di una nostra posizione vera laddove siamo».

(1. continua)

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