Miracoli barricati nella savana

Di Rodolfo Casadei
22 Febbraio 2001
Abbandonata alle scorrerie dei nuovi barbari e alle epidemie, l’Africa può sperare soltanto in piccoli centri di civiltà che ricordano i monasteri medievali anche per le loro architetture difensive: il Lacor Hospital di Gulu, la scuola femminile comboniana di Aboke, i Meeting Point per i malati di Aids. Reportage dal nostro inviato speciale in uganda.

«Certo che col dottor Lukwiya parlavamo della possibilità di infettarci. “Speriamo di non ammalarci, perché sarebbe un colpo duro per il morale di chi ha accettato di lavorare nel reparto di Ebola”, mi diceva. Se proprio dovevamo ammalarci, speravamo che succedesse verso la fine, quando l’epidemia era domata. Ed è andata proprio così: la morte di Matthew è stata l’ultima fra il personale sanitario». Il monaco guerriero che pronuncia queste fatali parole è il giovanissimo Zabulon Yoti, uno dei quattro medici che, insieme a una novantina di unità del personale (medici, infermieri, addetti ai servizi ambulanze, distruzione rifiuti e sepolture), ha organizzato l’eroica resistenza del Lacor Hospital di Gulu contro il mostro di Ebola. La scena è il reparto di isolamento in via di smobilitazione; gli inservienti, vestiti quasi da astronauti, sgombrano i resti della battaglia: irrorano disinfettante e portano alla termodistruzione materassi, guanti, flebo e altro. La guerra – anche se si potrà dire ufficialmente solo a fine febbraio – è vinta, ma le perdite sono gravi: nel distretto di Gulu i casi sono stati 396, i morti 150, fra cui 15 elementi del personale del Lacor.

“Urne dei forti” in terra africana
All’ombra dei due immensi ficus avvolti di rampicanti che troneggiano nell’area residenziale del vastissimo compound ospedaliero ora le tombe sono due; accanto a quella selciata di Lucille Corti, il chirurgo canadese deceduto nel 1996 che insieme al marito Piero Corti ha trasformato un dispensario di suore nella savana nel più grande e attrezzato ospedale d’Uganda dopo quello della capitale Kampala, sorge ora un tumulo di terra rosso-scura ricoperta di piccole ghirlande ormai marcite e di mazzetti di inalterabili fiori di plastica: è l’ultima dimora, in attesa di monumento funerario, di Matthew Lukwiya, il condottiero della lotta contro l’epidemia caduto sul campo. La precarietà della sepoltura accentua un sentimento di tristezza. Eppure le speranze di redenzione dell’Uganda, dell’Africa e della negritudine tutta hanno messo radici proprio qui, fra le modeste tombe e i grevi odori di disinfettante del Lacor. L’ospedale di Gulu è un’isola di civiltà e di umanità in un mare di sofferenza e di barbarie. Meglio: è come un monastero medievale, dove il popolo trova rifugio, l’umanità di tutti è coltivata e si gettano i semi del progresso e di una moderna civiltà africana mentre intorno i barbari di tutti i tipi compiono le loro scorrerie. Non è il solo: ci sono anche scuole esemplari come quella femminile di Aboke gestita dalle suore comboniane, i Meeting Point (sostenuti dai programmi di adozione a distanza di Avsi) che in tutto il paese offrono non solo aiuto, ma soprattutto rendono possibile la conquista della dignità personale a vittime e orfani dell’Aids, i centri per l’accoglienza e il reinserimento dei bambini soldato a suo tempo rapiti nel nord Uganda dai sulfurei guerriglieri del Lord Resistence Army… Tutte realtà che, proprio come i monasteri del Medio Evo, hanno bisogno, per prima cosa, di essere difese militarmente. Ne va del futuro, l’unico possibile, di un continente.

L’orrore di Ebola: chi ama di più muore
«Vuoi sapere perché abbiamo avuto più contagi fra il personale qui che all’ospedale governativo nonostante le misure di protezione?» Nella smorfia di Maria De Santo, la caposala italiana che ha partecipato alla crociata contro Ebola dal primo giorno fino alla fine, c’è afflitta rassegnazione. «Perché qui i pazienti di Ebola sono stati assistiti, al governativo no. Assistere un paziente vuol dire lavarlo, cambiarlo, imboccarlo e farlo bere se non ce la fa da solo, mettere e togliere le flebo. Tutto ciò al Lacor l’ha fatto il personale direttamente, al governativo l’hanno fatto fare ai parenti, internati anche loro in isolamento. Matthew si è infettato la notte che è morto Simon, un nostro infermiere: era caduto a terra e perdeva molto sangue, e lui lo ha aiutato a sollevarsi e tornare al letto. Probabilmente quel gesto gli è stato fatale: l’unica parte del corpo non perfettamente protetta erano gli occhi, e di lì deve essere passata l’infezione». «Quando è arrivato il team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità –spiega Bruno Corrado, direttore amministrativo dell’ospedale- ho chiesto: “Qual è il fattore di rischio più forte?”. Mi hanno risposto: “Il fatto che siete un ospedale missionario: vedete la gente che soffre, e gli state vicino. Anche quando il paziente sanguina e sta morendo, voi vi avvicinate e lo accudite”. Mentre in giro per l’Uganda Ebola suscitava reazioni di panico, qui a Gulu nei tre mesi più duri dell’epidemia 90 unità di personale si sono offerte volontarie».

Un ospedale che salva tutta una società
Effettivamente l’abnegazione del personale del Lacor risalta nel raffronto con la psicosi della pestilenza che ha travolto altri distretti. A Masindi la folla ha dato l’assalto alla sede distrettuale per impedire che i morti di Ebola fossero seppelliti in una vicina località; team sanitari incaricati di semplici misure di prevenzione sono stati aggrediti come se si trattasse di “untori”; nei pressi di Gulu le capanne e le proprietà di alcuni malati sono state date alle fiamme dai vicini; a Hoima, dove una sola infermiera si era offerta volontaria per la task force anti-Ebola, la radio locale ha diffuso il nome come se si trattasse di una persona pericolosa, e il marito l’ha ripudiata il giorno stesso. Gaetano Azzimonti, medico italiano e volontario Avsi ad Hoima che ha assistito il dottor Lukwiya nelle sue ultime ore di vita, racconta la sua brutta esperienza: «Il giorno dopo essere tornato da Gulu mi sono recato all’ufficio del Sovrintendente medico: come ho bussato alla porta, le segretarie sono fuggite terrorizzate gettando a terra le carte che tenevano in mano. Quando ho tentato di recarmi in ospedale, le infermiere sono fuggite non appena hanno visto da lontano arrivare la mia auto». Quando poi Azzimonti è tornato a Gulu per un controllo medico, la radio di Hoima ha diffuso la notizia che “si era allontanato dagli arresti domiciliari e aveva trovato rifugio nell’ambasciata italiana a Kampala”. Ma il Lacor Hospital non è solo un ospedale di qualità: è anche contemporaneamente un rifugio per il popolo assediato da ribelli e razziatori, il principale motore economico della regione attorno a Gulu e un fattore di coesione sociale di prima grandezza. Prima dell’epidemia, l’ospedale apriva ogni sera i suoi cancelli per dare un riparo sicuro a migliaia di persone (da 3 mila a un massimo storico di 9 mila) esposte alle incursioni notturne della guerriglia. Oltre a questi, il Lacor ospita ogni notte sotto le verande e dentro alle sue 110 costruzioni in muratura circa 3 mila persone fra pazienti ricoverati, familiari, personale sanitario con le loro famiglie, studenti e studentesse delle scuole per infermieri, laboratoristi e anestesisti: una piccola città dove non si verificano mai problemi di ordine pubblico. Coi suoi 500 stipendi, per un importo annuo pari a 1 miliardo e mezzo di lire, l’ospedale garantisce i mezzi di sussistenza a un bacino di 5 mila persone. Tiene lontani i giovani dalla guerriglia e salva le ragazze dai rapimenti, stabilizza un’intera società. Fino al 1989 l’ospedale è stato più volte assalito da guerriglieri e soldati sbandati, oggi non più: dal 1996 un alto muro di cinta circonda il vasto perimetro, e un distaccamento di polizia risiede permanentemente al suo interno. «L’architettura si adatta sempre alle esigenze dei tempi», filosofeggia Elio Croce, il fratello comboniano –un bel montanaro di Moena che la fede ha trascinato all’equatore- factotum dell’ospedale che ha guidato per tre mesi i team che raccoglievano in giro i malati di Ebola e seppellivano i morti, miracolosamente risparmiato dal contagio. «Dipendesse da me, alzerei di un metro tutte le finestre degli edifici e le stringerei di mezzo: come facevano nelle abbazie medievali».

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