
Miglior Stato e più società. Diamo una scossa al museo delle cere

Se si vuole scongiurare il rischio che la nuova stagione politica di tregua e larga unità nazionale degeneri in cedimento della democrazia, anche al di là delle ben diverse intenzioni del presidente Mario Draghi, si debbono chiamare a un ruolo attivo i corpi intermedi. È questo, infatti, il tempo opportuno per riproporne, pur non negando le difficoltà e le contraddizioni che hanno vissuto e stanno vivendo, il loro essere soggetti creativi e motori di sovranità (del) sociale. Come Movimento cristiano lavoratori, lasciatici ormai alle spalle mesi d’intenso dibattito interno servito a porre le premesse per una rinnovata “unità nel dialogo” muovendo dalle nostre ragioni fondative, ci sentiamo oggi chiamati a non lasciar cadere nel vuoto quest’occasione storica.
Pur partendo da un’identità culturale e da una storia d’impegno profondamente diversi, cogliamo con interesse alcuni spunti offerti dal professor Giuliano Amato, in un dialogo con Dario Di Vico, pubblicato prima in un saggio sulla rivista della Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium e poi, in sintesi, su 7, il settimanale del Corriere della Sera. Il vicepresidente della Corte costituzionale sostiene che «le democrazie si reggono se ed in quanto ci si affida in primo luogo a se stessi, alla propria disponibilità ad essere cittadini attivi, a concorrere comunque al miglior esercizio delle funzioni pubbliche. Esse non offrono appagamenti, offrono spazi, opportunità, percorsi che dobbiamo fare. E se pochi occupano gli spazi, raccolgono le opportunità, si cimentano nei percorsi, la democrazia non sarà più se stessa». Invitando il vasto mondo delle associazioni a non ridursi a “museo delle cere”, il già presidente del Consiglio evidenzia che «ciò che conta è che questa partecipazione ci sia e che ci sia come attenzione alla cosa pubblica esercitata – sia chiaro – nelle forme più diverse, non necessariamente in quelle proprie della politica o delle funzioni pubbliche, ma anche attraverso la vita associativa. La democrazia non c’è senza coesione sociale».
Da movimento ecclesiale di testimonianza evangelica organizzata e in fedeltà agli orientamenti del Magistero della Chiesa, consapevoli di un nostro specifico ruolo nella società, riteniamo che le “terre di mezzo” del terzo settore non debbano rintanarsi in mere logiche conservative (con organizzazioni che diventano afoni rappresentanti di interessi e/o semplici erogatori di servizi), ma debbano piuttosto impegnarsi per concorrere alla concreta costruzione della coesione sociale. Una costruzione che ha nel lavoro, fattore di protagonismo positivo della persona e di vero strumento per lo sviluppo integrale, un elemento centrale. In questa cornice il potenziamento della formazione e l’accompagnamento all’innovazione (chiudendo al tempo stesso definitivamente con certe illusioni assistenzialiste), sono attenzioni indispensabili.
Togliere il freno
Nel chiedere la fiducia al Parlamento, Mario Draghi ha enunciato tra gli impegni principali quello di «difendere i lavoratori piuttosto che i posti di lavoro». Una posizione condivisibile, ma che non può essere solo astrattamente perseguita, magari non tenendo nella giusta considerazione il valore umano del lavoro nel suo complesso. Come ha scritto papa Francesco nell’ultima Enciclica Fratelli tutti, infatti, «il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo per guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi» (punto 162). Da questa fase di ampia convergenza tra gli attori in gioco, in cui non si possono escludere tentativi di accordi comuni e un’attenzione reale alla sussidiarietà in azione, l’Italia può uscire rafforzata solo attraverso il comune impegno di tutte le forze in campo (riunite all’insegna dello slogan “miglior Stato e più società”) nell’elaborazione di idee e processi ricostruttivi. C’è da confidare anche in una rinnovata attenzione all’equilibro dei poteri (leggere alla voce “magistratura” e federalismo solidale): fattori che inevitabilmente influenzano da vicino il mondo del lavoro e lo sviluppo.
Il presidente Draghi ha saldamente collocato il paese – e noi non abbiamo bisogno di repentine conversioni per concordare – sulla linea dell’europeismo non ideologico, dell’atlantismo come difesa di una precisa idea della libertà e nella consapevolezza del ruolo da protagonista dell’Italia nel Mediterraneo (per la pace e la cooperazione). Tutto questo non può essere realizzato, rispetto alla società e alle forze che vi operano, all’insegna dell’“intendance suivra”.
Senza l’ascolto dei corpi intermedi e la collaborazione con essi, che responsabilmente non possono ritirarsi dal campo, l’uscita da questa crisi (che non è una parentesi) parte già con il freno tirato.
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Antonio Di Matteo, autore di questo articolo, è presidente del Movimento cristiano lavoratori (Mcl)
Foto Ansa
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