Terrorista bianco razzista si dichiara donna. «Ero soggiogata dalla destra»

Di Caterina Giojelli
31 Agosto 2021
«La disforia di genere l'ha resa vulnerabile alla propaganda, sognava la transizione ma temeva di essere ostracizzata». L'assurda difesa Michael Hari, l’attentatore della moschea del Minnesota che i giornali chiamano già "Emily Claire"
Condannato per l’attentato a una moschea nel Minnesota nel 2017, Michael Hari oggi si dichiara trans e vuole essere chiamato Emily Claire
Condannato per l’attentato a una moschea nel Minnesota nel 2017, Michael Hari oggi si dichiara trans e vuole essere chiamato Emily Claire

Il terrorista Michael Hari, condannato per l’attentato a una moschea nel Minnesota, vuole che i giudici riconoscano la sua identità trans. Vuole essere chiamato Emily Claire, vuole essere trasferito in un carcere femminile e vuole anche una riduzione della pena a 30 anni invece dell’ergastolo. Secondo il suo avvocato Shannon Elkins è stata infatti la combinazione tra «disforia di genere e disinformazione di destra» ad averlo portato, nel 2017, a piazzare e fare esplodere un ordigno nel centro islamico di Dar al-Farooq a Bloomington, alla testa della milizia The White Rabbits.

Il terrorista che sognava “la transizione”

All’epoca Hari, riconosciuto colpevole di cinque capi d’accusa lo scorso dicembre, aveva 47 anni, e straziato dal «conflitto interiore sulla sua identità di genere» era vulnerabile alla propaganda e all’influenza di Breitbart, World Net Daily e Jihad Watch, «retorica e disinformazione degradante, anti-musulmana e islamofoba che si è diffusa negli Stati Uniti negli ultimi anni attraverso i social media e Internet». Hari «desiderava fortemente fare una transizione completa, ma sapeva che sarebbe stata ostracizzata da tutti», è la tesi dell’avvocato, «così, mentre radunava un gruppo disorganizzato di combattenti e parlava di missioni a Cuba e in Venezuela, la signora Hari cercava segretamente “cambio di sesso”, “chirurgia transgender” e “transgender post-operazione” su internet. Mentre acquistava divise militari per le loro “missioni”, acquistava anche vestiti e abiti femminili per un viaggio programmato a Bangkok, in Thailandia, per un intervento chirurgico da uomo a donna. Viveva una doppia vita».

La “signora Hari” lancia la bomba nella moschea

Accade dunque che Michael – aka la “signora Hari” – la mattina del 5 agosto 2017, dopo aver reclutato altri due terroristi a Clarence, nell’Illinois, si sia vestito da paramilitare, messo alla guida di un pick-up carico di fucili d’assalto, abbia guidato fino alla moschea del Minnesota dove i fedeli erano in preghiera, rotto il vetro con una mazza, gettato una tanica di gasolio e benzina nell’ufficio dell’imam e lanciato una bomba artigianale da nove chili all’interno. Dopo di che, sentita l’esplosione, ha girato il camion e se ne è tornato in Illinois.

Nessun ferito, moltissima la paura, ingenti i danni. I complici si dichiarano colpevoli nel 2019, Hari viene condannato al termine di un processo durato cinque settimane lo scorso dicembre. Secondo il pubblico ministero l’uomo è un odiatore dell’Islam e degli immigrati, un fanatico di Trump e del muro tra Stati Uniti e Messico, capace di manipolare gente semplice, priva di istruzione e mezzi finanziari e convincerla a seminare il terrore distruggendo il cuore di una intera comunità islamica: come scrive nel suo The White Rabbits Handbook, «l’America è un paese bianco e cristiano».

Un trans “pacifista” influenzato da Breitbart

Secondo il suo avvocato difensore invece Hari è una vera «pacifista», nessuna parentela o affiliazione con i gruppi ariani o neonazi, bensì una persona transgender influenzata dai cospiratori di destra in un momento di fragilità sulla propria identità di genere che si dichiara innocente. Una persona che non merita l’ergastolo anche in ragione dei suoi cinquant’anni suonati e nemmeno il carcere maschile, essendosi autoproclamata donna.

Del resto, grazie all’ordine esecutivo firmato da Biden appena assunto l’incarico, i diritti basati sul sesso sul piano legale non esistono più: “donna” è “chiunque si identifichi come donna”, anche se si tratta di trasferire un uomo in un carcere femminile. In California grazie al Transgender Respect, Agency and Dignity Act che consente ai detenuti che si identificano come «transgender, non binari e intersessuali» di essere alloggiati e perquisiti in modo «coerente con l’identità di genere» si sono registrate oltre 260 richieste di trasferimento: uomini che cercano di trasferirsi nelle carceri femminili, il 20 per cento dei quali incarcerati per reati sessuali.

Gli Lgbt contro gli “stereotipi transfobici”

La sentenza di Hari è prevista per il 13 settembre, ma tanta stampa americana lo chiama già Emily Claire, pubblica le sue foto barbute e racconta la sua storia con dovizia di pronomi femminili e concordanze di genere. Ovviamente anche i gruppi transgender ed Lgbt sono intervenuti sul caso: per dubitare dell’onestà di Hari? Macché, per bacchettare l’avvocato Elkins: «Sta giocando su vecchi stereotipi transfobici che accusano le identità trans di far diventare le persone psicopatiche. Questi stereotipi si manifestano in numerosi film come Psycho, Dressed to Kill e Il silenzio degli innocenti. Ma l’islamofobia e l’ideologia di destra di Hari hanno guidato le sue azioni, non la sua identità trans».

Cortocircuito liberal

In altre parole, un transgender non può compiere atti terroristici, e se li compie è colpa di Breitbart e se segue Breitbart è colpa della transfobia sistemica che gli impedisce di essere se stesso. In altre parole, pur di difendere l’assurdo principio, la stampa liberal si schiera con un uomo bianco, razzista, “estremista cristiano trasformato da Trump in un terrorista” che ha lanciato una bomba contro i musulmani e che grazie ai magnificati e molto democraticamente aggiornati provvedimenti di Biden potrebbe trovare la strada spianata a una riduzione di pena e un trasferimento in cella femminile. Magari tra donne musulmane.

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