Mettete fiori nei vostri cannoni. L’Ue lancia l’idea dell’esercito “green”

Di Amedeo Lascaris
06 Luglio 2023
Mentre infuria la guerra in Ucraina, e gli arsenali sono vuoti, la Commissione europea pensa a tagliare le emissioni di CO2 dei tank, lanciando uno studio per una difesa «sostenibile»
Un finto carro armato dell'esercito decorato con i fiori

Un finto carro armato dell'esercito decorato con i fiori

L’Unione Europea vuole rimodulare in chiave “green” il settore della difesa europeo e l’esercito. Riformulare e aggiornare in modo “ecologico” e con approccio di “efficienza energetica” la difesa in tempo di pace potrebbe essere interessante, ma farlo mentre in Ucraina infuria la guerra e i depositi di munizioni sono drammaticamente vuoti sembra una follia.

L’Ue lancia l’idea dell’esercito “green”

Come avvenuto per gran parte delle politiche europee, anche nel caso della difesa la Commissione Ue è andata avanti con il suo programma “green”, trasversale per ogni settore, riadattando la narrativa per giustificare la convenienza di una simile iniziativa a fronte degli effetti della guerra in Ucraina. Ma resta un problema di sostanza.

Lo scorso 8 giugno la Commissione ha pubblicato uno studio nel quale invita l’industria della difesa a essere più «sostenibile», rilanciando un tema già proposto nel 2020 come parte del Green Deal europeo e inserito nel cosiddetto Strategic Compass, il piano d’azione dell’Ue per rafforzare la politica di sicurezza e difesa entro il 2030.
Il documento è una conferma di quell’approccio ideologico alle tematiche ambientali di cui spesso vengono accusati la Commissione Ue e diversi suoi esponenti.

«La difesa consuma troppa CO2»

In una spirale di follia “narrativa” e “normativa”, l’approccio “green” alla difesa giunge mentre la stessa Ue sta cercando di convincere le aziende della difesa europee a fare enormi investimenti per rispondere alle esigenze di guerra con una serie di strumenti come l’Asap (Act in Support of Ammunition Production), che mira a consegnare un milione di munizioni all’Ucraina entro l’anno, e l’Edirpa (European Defence Industry Reinforcement through Common Procurement Act), nato con l’intento di rafforzare l’industria europea della difesa attraverso appalti comuni, con un bilancio di 300 milioni di euro.

Nel documento, dove vengono approfonditi anche gli effetti geopolitici dei cambiamenti climatici e le loro conseguenze su sicurezza e difesa, l’Ue ricorda che «il settore della difesa è un grande consumatore di combustibili fossili e materie prime» ed emette dunque una grande quantità di CO2. Ecco perché si consiglia alle Forze armate di contribuire agli sforzi per tagliare le emissioni. Per giustificare questo punto – sicuramente lodevole in tempo di pace, meno mentre il principale fornitore di tecnologia a “zero emissioni” è di fatto un “avversario”, cioè la Cina – il documento sottolinea come questa transizione dai combustibili fossili aumenterebbe l’autonomia e la sicurezza energetica delle Forze armate.

«Il settore della difesa ha riconosciuto i limiti dei combustibili fossili e sta intensificando gli sforzi per attuare scelte energetiche più sostenibili in accordo con gli obiettivi del Green Deal europeo», si legge nel documento.

L’Ue mina l’efficienza delle Forze armate

Nello studio la Commissione spiega che «le raccomandazioni mirano a facilitare la prova climatica e l’ecologizzazione di tutti gli aspetti della difesa», concentrandosi «sulla dimensione operativa, la pianificazione e lo sviluppo delle capacità, la governance, l’impegno multilaterale e la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione». La Commissione europea sottolinea l’utilizzo e lo sviluppo da parte degli Stati membri dei carburanti per l’aviazione sostenibile (Saf), dove, nonostante l’ottimismo e i risultati ottenuti da alcuni operatori come Airbus, Safran, Ge, Rolls Royce, Dassault, Boeing e Pratt & Whitney, restano grandi domande su costi e capacità di produzione.

In questo contesto è da notare che il bando per i progetti del Fondo europeo per la difesa (Fes) 2023 finanzierà la ricerca sui carburanti alternativi per jet e veicoli, oltre a sostenere progetti per il riciclo di uniformi, elmetti, stivali o zaini dei soldati. Tra gli operatori del settore serpeggia una certa preoccupazione per le conseguenze di un tale approccio sia sulla filiera del settore sia sull’efficienza e la competitività generale di un settore sempre più sotto pressione.

Un’altra picconata all’industria europea

Infatti, la soddisfazione di eventuali nuovi standard di produzione potrebbe portare a ulteriori costi per le compagnie con sede nell’Ue, con molti paesi che potrebbero acquistare sempre più prodotti da paesi alleati al di fuori del blocco come Usa, Corea del Sud o Giappone. Altro rischio riguarda la stessa competitività per aziende spesso a partecipazione statale che si finanziano tramite l’export all’estero e che si troverebbero a competere con aziende che non rispettano i medesimi standard.

Non solo, le normative sempre più stringenti in materia di standard “green” rischiano già di avere effetti sul settore che viene spesso guardato con sospetto e considerato “non sostenibile” in termini ambientali, rendendo più difficile il finanziamento di programmi molto costosi da parte delle banche e riducendo quindi la partecipazione dei privati.

Gli ostacoli posti “scientemente” a un settore sempre più strategico risultano ancora più incredibili se confrontati con gli appelli lanciati solo pochi mesi fa dal commissario per il Mercato interno, Thierry Breton, il quale presentando l’Asap aveva dichiarato che l’industria Ue doveva passare «alla modalità economia di guerra».

Foto Ansa

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