
Quella Messa così bella da far svenire l’imperatore (ariano)
Pubblichiamo ampi stralci di un articolo dell’Osservatore Romano.
Per il secondo altare del pilone di san Longino nella basilica di San Pietro, l’icnografia di Greuter dichiara: “Altare S. Basilij manu Hieronymi Mutiani et Caesaris Nebulae”. In realtà, della Messa di san Basilio di Muziano (1532-1592) non resta che l’incisione di Jaques Callot: sull’altare c’è ora la copia settecentesca della Messa di san Basilio del pittore francese naturalizzato romano Pierre Subleyras. L’originale, commissionato nel 1743 e terminato nel 1747 e collocato qui l’anno prima della sua morte, fu trasferito a Santa Maria degli Angeli nel 1754.
(…) La sobria gestualità, ministra d’una ancora più scarna poetica dei sentimenti, rende la Messa di san Basilio, ultima sua opera pubblica, uno dei capolavori del tempo.
L’episodio è narrato nell’Elogio funebre per il grande Basilio di san Gregorio di Nazianzo. Combattendo le eresie, particolarmente quella ariana, Basilio era entrato in collisione con l’imperatore Valente II (364-378). L’eresia si era diffusa a partire dalla predicazione del prete Ario (morto nel 336) che asseriva che nella Trinità non ci sono tre Persone ma una sola, il Padre, al di fuori del quale non ci sono che semplici creature. Degradando la divinità di Cristo, negando la Trinità, si vanificava l’opera della redenzione: la messa non rinnovava nessun sacrificio, inefficaci i sacramenti e i Vangeli. L’eresia fu confutata al concilio di Nicea del 325, ma continuò a diffondendosi per diverso tempo.
Basilio impose il proprio carisma sul prefetto del pretorio Domizio Modesto e conquistò con il fervore della messa dell’Epifania del 371 la benevolenza dello stesso imperatore ariano.
«Entrò (Valente II) nel santuario (…) il giorno dell’Epifania e i fedeli erano riuniti. Dopo che fu entrato e gli orecchi percossi dal rombo della salmodia, e vide il mare di gente e l’ordine che regnava nel bema e tutt’intorno a lui, un ordine angelico ancor più che umano, e quell’uomo che stava piantato immobile davanti al popolo, come la Scrittura dice di Samuele, fermo nel corpo, nello sguardo e nel pensiero, come se niente di nuovo fosse accaduto, ma fisso come una statua, per così dire davanti a Dio e al bema; gli altri stargli intorno immobili per un timore reverenziale; quando insomma, vide quelle cose senza poterne trovare di paragonabili (…) i suoi occhi e la sua anima furono riempiti di caligine e vertigine per effetto della meraviglia (…) Quando l’imperatore doveva offrire alla mensa divina i doni di cui egli stesso era artefice (…) vacillò e se un prete del bema non l’avesse (…) sostenuto con la mano, sarebbe scivolato in una caduta (…) Questo fu l’inizio della benevolenza dell’imperatore nei nostri confronti» (Orazione XLIII, 52).
(…) A Gregorio di Nazianzo e a Pierre Subleyras interessa mostrare che lo splendore della messa è necessario a comunicare il perpetuarsi dell’opera della redenzione. Il Basilio del racconto, come quello del dipinto, è consapevole di agire davanti a Dio manifestando così l’aspetto sacro della liturgia che non è mai iniziativa umana. Appare evidente che sacerdoti e fedeli nella liturgia stanno alla presenza di Dio perché Dio lo permette e ve li ammette: è Lui a consentire agli uomini, pontefici o imperatori, di stare innanzi alla sua maestà. L’imperatore di ciò s’accorge, si lascia prendere da sacro stupore, scuotere dal mistero fino a vacillare: «Non gli uomini fanno santa l’offerta, ma colui che la santificò» (Giovanni Crisostomo, In Epistulam II ad Timotheum, 2, 4).
La Messa di san Basilio tocca Valente II nell’intimo – sebbene non fino alla conversione – lo impressiona la dignità e la fede del Cappadoce officiante, l’architettura della basilica, la forza del canto, l’ordine che governa i ministri e il popolo dentro e fuori il santuario: lo affascina la bellezza della liturgia. Rifulge nel celebrante quanto sant’Agostino qualifica come ascesi: «Bellezza dall’altro, con bellezza mediante l’altro, con bellezza attorno all’altro, con bellezza al bello, con bellezza nel bello, con bellezza verso la bellezza, con bellezza presso la bellezza» (De quantitate animae, 35, 79), ascesi che porta a Dio Pater boni et pulchri (Soliloquia I, 1, 2) Pulchritudo tam antiqua e tam nova (Confessiones, III, 6, 10).
Ma anche la liturgia non è che il sole: la Luce è molto di più. Continua sant’Agostino: «Godremo dunque d’una visione, fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; perché è a causa di questa Bellezza che sono belle tutte le cose» (In Johannis epistolam ad Parthos, 4, 5). Grazie alla bellezza di Dio anche l’anima diventa bella: «Amandolo diventiamo belli» (ibidem, 9, 9). Con riguardo speciale il pittore avvolge il Pontefice e i ministri nel bianco dei paramenti – particolarissimi e inconfondibili sono i bianchi di Subleyras – evocando il ricordo dell’apparizione apocalittica del Figlio dell’Uomo. Il giorno dell’Epifania, ancor più, il parato onora nel Pontefice all’altare non una persona privata, ma il rappresentante al vivo del Cristo sommo ed eterno sacerdote che si manifesta al mondo.
L’abbondanza della grazia, che giunge alla Chiesa tramite l’atto sacerdotale, tocca anche i lontani che arcanamente intuiscono quale veste di gloria ricevono gli eletti quando celebreranno in Paradiso l’eterna liturgia della Gerusalemme finale. I nemici non restano indifferenti; talvolta, il loro superficiale disprezzo per le vesti di gloria del sacerdote all’altare è segnale dell’inquietudine profonda che Cristo, Dio e uomo, giudice misericordioso e giusto mette nel cuore degli uomini.
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