Mélenchon, «il preferito degli islamisti» che piace tanto a sinistra

Di Mauro Zanon
06 Maggio 2022
Esaltato dopo le presidenziali francesi anche per la sua opposizione alla Le Pen, il leader della France insoumise è un populista che ammira Maduro, flirta con l'islam politico e candida antisemiti
Jean-Luc Melenchon Francia
Jean-Luc Melenchon, leader del partito di sinistra francese La France Insoumise in piazza il Primo maggio (foto Ansa)

Parigi. Il risultato eclatante di Jean-Luc Mélenchon, leader della France insoumise, al primo turno delle elezioni presidenziali, 21,95 per cento dei suffragi, ha fatto perdere la bussola a molte persone che ora vedono in lui il salvatore della sinistra francese, laica e repubblicana. Ma i neodevoti del tribuno giacobino dimenticano con chi hanno a che fare: ossia un pericoloso populista, che ha come modello di governo Nicolás Maduro, che conta nel suo partito esponenti antisemiti e flirta con il peggiore islam politico.

«La sinistra Allahu Akbar»

In un editoriale pubblicato a gennaio, in occasione dell’anniversario dell’attentato jihadista dei fratelli Kouachi, Charlie Hebdo ha definito la sinistra di Mélenchon «la gauche Allahu Akbar», quella che per clientelismo elettorale ha venduto la sua anima ai cattivi maestri dell’islam separatista e ha voltato le spalle ai valori della République. Céline Pina, intellettuale laica e voce libera della sinistra francese, ha ricordato agli smemorati su Front Populaire che Mélenchon è «il candidato preferito degli islamisti», i quali, al primo turno, hanno votato in massa per la France insoumise. Tra questi il Collettivo contro l’islamofobia in Francia (Ccif), gruppuscolo dissolto in Francia per estremismo e risorto a Bruxelles sotto il nome di Collettivo contro l’islamofobia in Europa (Ccie).

«Vi ricordate del Ccif? È il collettivo contro l’islamofobia in Francia che per gonfiare le sue false statistiche qualificava come “razzismo antimusulmano” le espulsioni di imam che lanciavano appelli al jihad o le sanzioni prese nei confronti dei predicatori che incitavano all’odio contro gli ebrei o alla violenza nei confronti delle donne (…). Questa associazione, vicina ai Fratelli musulmani, era stata creata per processare la Francia con l’accusa di “razzismo di Stato”», racconta Pina. Alla vigilia del primo turno, il Ccie ha lanciato un appello a votare Mélenchon, alla stregua della maggior parte delle associazioni musulmane francesi.

7 musulmani su 10 hanno votato Mélenchon

Nel dettaglio, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano La Croix subito dopo il voto del 10 aprile, i cittadini di confessione islamica ad aver dato la loro preferenza al líder máximo della France insoumise sono stati sette su dieci: un plebiscito. Naem Bestandji, attivista femminista impegnata da anni nella lotta contro il velo, ha fatto notare che nelle piattaforme di Mélenchon sono presenti numerosi islamisti più o meno mascherati, che preferiscono salutarsi con “salam”, piuttosto che con “bonjour”.

Uno di questi si chiama Taha Bouhafs, giovane giornalista e militante incendiario della sinistra radicale dalle posizioni ambigue sull’islamismo. Alla “Marcia contro l’islamofobia” del 10 novembre 2019, durante la quale alcuni manifestanti intonarono slogan antisemiti intervallati dagli “Allahu Akbar”, Bouhafs era in prima fila, più sorridente che mai. E quando Benoît Hamon, ex candidato socialista, manifestò la sua solidarietà al filosofo e accademico di Francia Alain Finkielkraut per essere stato insultato da un salafita, scagliò questo tweet: «Sporco sionista vuol dire sporco ebreo? Lo so caro Benoît, presto c’è la cena del Crif (Consiglio di rappresentanza delle istituzioni ebraiche di Francia, ndr) e non hai voglia di essere privato degli stuzzichini, ti capisco». Tale individuo si è candidato con Mélenchon alle prossime elezioni legislative nella circoscrizione di Venissieux (regione Alvernia-Rodano-Alpi), e ha ottime possibilità di essere eletto vista la sua popolarità sui social e in una certa Francia.

La doppia sottomissione della Francia

Houria Bouteldja, ex portavoce degli Indigeni della République, formazione che nel passato ha organizzato “campi estivi decoloniali” vietati ai bianchi, non si è ancora candidata con la France insoumise, ma ha già lanciato un appello a votare Mélenchon nonostante “la bianchezza di questa formazione” (parole testuali). Mélenchon è anche quello che nel 2017, al punto 62 del suo programma, affermava di voler aderire all’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, organizzazione politica ed economica antiatlantista creata nel 2004 da Hugo Chávez e Fidel Castro.

È a questa sinistra radicale, terzomondista e filoislamica che, in cambio di un pugno di circoscrizioni, si sono aggregati il Partito socialista e i Verdi: alle prossime legislative si presenteranno infatti mano nella mano sotto i colori della Nuova unione popolare ecologista e sociale guidata da Mélenchon. Per Alain Finkielkraut, la France insoumise è «doppiamente sottomessa: all’islam politico, per clientelismo o ideologia, e al dispositivo di uniformizzazione planetaria che è la creolizzazione». Il rischio è che la formazione di Mélenchon e i suoi alleati abbiano la maggioranza nella prossima Assemblea nazionale, quella che verrà fuori dalle legislative del 12 e del 19 giugno: con conseguenze nefaste non solo per la Francia, ma anche per l’Europa.

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