Mele: «Formazione professionale di serie B? Ci farà uscire dalla crisi»

Di Carlo Candiani
26 Ottobre 2011
Alessandro Mele, presidente di Cometa Formazione che gestisce la scuola Oliver Twist di Como, spiega a Radio Tempi perché senza formazione professionale non possiamo uscire dalla crisi: «Non è più tollerabile lasciare fuori dal sistema educativo schiere enormi di ragazzi. Il lavoro è un ambito di apprendimento culturale»

La sfida dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, attraverso il percorso di una scuola professionale qualificata, dopo un lungo periodo di oblio politico e culturale sta prepotentemente salendo alla ribalta nel confronto tra scuola e imprese. Un’esperienza da studiare è quella di Oliver Twist“, scuola di Como, gestita da Cometa, luogo di accoglienza nato nel 1987 da una storia di affido familiare e oggi diventata una piccola città nella città. In poco tempo Oliver Twist è diventato un liceo artigianale apprezzato dalle imprese, non solo lombarde, alla ricerca di personale.

«Questa esperienza educativa nasce dall’osservazione dei nostri ragazzi che facevano alternanza scuola lavoro. Se quando lavoravano in azienda erano irriconoscibili, il giorno seguente a scuola ritornavano come li avevamo lasciati: in disordine» racconta a Radio Tempi il dott. Alessandro Mele, presidente di Cometa Formazione. «Questo ci ha provocato e abbiamo cercato di capire come portare la scuola in azienda e viceversa e quindi è nato un modello di integrazione scuola- azienda, dove il lavoro diventa stabilmente ambito di apprendimento, ripensando la scuola a partire dal processo di produzione, nel quale i ragazzi hanno due obiettivi: diventare uomini, crescere come personalità e realizzare prodotti eccellenti, con l’idea di imparare lavorando».

Così si combatte l’abbandono scolastico?
Come formazione scolastica, abbiamo, oltre ai diplomi professionali, anche delle attività sperimentali, valide e ben avviate, denominate “il liceo del lavoro”: un percorso di alternanza rivolto ai ragazzi che hanno abbandonato la scuola e che attraverso il lavoro ritrovano un’ipotesi di costruzione di vita. Il lavoro è preso come ambito di ripartenza e di crescita culturale, non solo come pura alternativa allo studio.

Recentemente, avete incontrato in un convegno i responsabili politici di Regione Lombardia e il ministro del Welfare, Sacconi. Perché la vostra scuola funziona, come si può esportare questo modello?
L’idea che fa da paradigma per questo mondo della formazione è apprendere attraverso l’esperienza, cioè il lavoro come ambito di apprendimento culturale, e su questo noi siamo pronti a partire anche con l’apprendistato, un progetto che vedrà coinvolti un gruppo di giovani in un’azienda disponibile dove verranno assunti e faranno un percorso, completando il corso di qualifica professionale nel nostro ente di formazione. Abbiamo annunciato questo progetto proprio al governatore Formigoni, al ministro Sacconi e ai competenti assessori regionali lombardi.

In Italia, da almeno una trentina d’anni, la scuola professionale è considerata una scelta scolastica di serie B. E’ un problema culturale?
E’ soprattutto un problema culturale, un pregiudizio, un’idea sbagliata: è l’idea che la dignità dell’uomo dipenda da una conoscenza, che alla fine risulta astratta, per cui se sei bravo vai al liceo, se non sei tanto bravo ti riduco la conoscenza e vai all’istituto tecnico, se non ce la fai te la riduco moltissimo e vai all’istruzione professionale. Con la nostra scuola vogliamo testimoniare che c’è un modo diverso di imparare e di far crescere il pensiero, cioè, ripeto, di apprendere attraverso un’esperienza.

La vostra scuola professionale è libera. Come affrontate il corto circuito culturale e politico per quanto riguarda la pari dignità, anche economica, con le scuole statali?
C’è senz’altro un pregiudizio profondo sul problema della scuola: di fatto le esperienze scolastiche in territorio lombardo presentano oggi la sperimentazione più interessante di scuola libera e di fronte al fatto che molte scuole funzionano, bisognerebbe trarre delle conseguenze. Penso anche al problema dell’impossibilità per ogni scuola di scegliersi liberamente i docenti.

Cosa ne pensa delle nuove regole di apprendistato, contenute nella riforma da poco entrata in vigore?
Ci sono, in questa riforma, una serie di punti aperti da migliorare tenendo conto dei casi particolari e di situazioni specifiche, ma l’impianto e la direzione ci sembrano assolutamente condivisibili. Continuare a pensare ad un universalismo astratto della scuola, lasciando fuori schiere enormi di ragazzi dal sistema educativo, non è più tollerabile: ogni strada di vita abbia la scuola adeguata e nessuno venga escluso.

La risposta delle aziende alla vostra impostazione è incoraggiante?
Abbiamo già 400 aziende coinvolte con il nostro centro di formazione, ed è un coinvolgimento fortissimo: i contesti aziendali hanno già aperto ad intere classi. L’anno scorso una classe intera, per sei mesi, ha ruotato in tutti i reparti di una ditta. Sono progetti molto innovativi, avanzati, perché gli imprenditori credono nell’investimento che stiamo facendo, nella certezza che questo sia un contributo per superare la crisi.

Appunto, un esempio per gli scoraggiati e gli “sfascisti”?
La possibilità di uscire dalla crisi passa solo attraverso l’educazione, attraverso l’investimento sul capitale umano. La nostra competitività internazionale è un fattore culturale: se non riprendiamo in mano la nostra forza come sistema Paese, perderemo, perché non potremo affrontare la sfida con India, Cina, Brasile.

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