Il Meeting rilegge “Il cavallo rosso”, autentica provocazione per noi moderni

Di Giulio Luporini
15 Agosto 2023
A 40 anni dalla sua pubblicazione, una mostra celebra il capolavoro di Eugenio Corti e le sue sfide di sorprendente attualità alla mentalità contemporanea
Eugenio Corti
Eugenio Corti (1921-2014)

A quarant’anni dalla pubblicazione del Cavallo rosso, al Meeting di Rimini di quest’anno una mostra ne celebra, insieme al suo autore, il grande valore e la straordinaria capacità di lettura profetica del nostro tempo. La mostra si intitola “Il Cavallo rosso di Eugenio Corti: le prove della storia, il lievito della vita” e propone un percorso nel quale il visitatore è chiamato a immedesimarsi con le numerose prove che vengono evocate nel racconto: alcune date dal naturale svolgimento delle tappe della vita (come emergono nella ricerca della propria realizzazione da un punto di vista professionale e affettivo, nell’impegno culturale, sociale e politico), altre generate dalle scelleratezze degli uomini, quali lo svolgersi della Seconda Guerra mondiale con tutte le sue conseguenze e la brutale violenza generata dalle ideologie che hanno prodotto i lager nazisti e sovietici. Allo stesso tempo, essa sottolinea come Eugenio Corti, attraverso le molteplici storie dei protagonisti del romanzo, indichi ciò che permette alla loro vita di prendere forma, di lievitare, proprio come si evince dal riferimento evangelico alla parola “lievito”.

Non intendo qui però soffermarmi sui contenuti specifici della mostra, quanto offrire alcuni spunti di riflessione sull’attualità di questo capolavoro allo stesso tempo letterario e storico e, per certi versi, teologico e filosofico. Si tratta certamente di un mirabile affresco del Novecento, di una grande rappresentazione dei drammi che la storia del secolo scorso ha imposto agli uomini provocandone in maniera straordinaria la libertà. Il cavallo rosso è uno straordinario romanzo storico che permette di immedesimarsi con quegli eventi e, in qualche modo, di riviverli favorendo una comprensione profonda e acuta del nostro recente passato senza il quale non è possibile capire adeguatamente il presente e guardare con consapevolezza il futuro.

Ma cosa può dire in modo specifico a noi uomini del Ventunesimo secolo? È ancora in grado di parlare, soprattutto, alle nuove generazioni? Il fatto che si sia arrivati alla trentaseiesima edizione, quasi una all’anno, oltre alle numerose traduzioni straniere, significa che il libro continua a essere letto e a riscontrare interesse. Personalmente ritengono che in tale opera – e la mostra mi sembra riesca bene a evidenziarlo – ci siano alcune prospettive che, oltre a permetterci di leggere con intelligenza le vicende storiche e il dramma della libertà, secondo una dimensione esistenziale sempre attuale, ci possono aiutare ad affrontare anche alcune delle sfide più urgenti della nostra odierna società. Mi permettono di provare a evidenziarne tre.

La forza dell’appartenenza a un popolo

La prima. I personaggi del romanzo sono uomini che appartengono a un popolo e che trovano la propria identità e la forza per affrontare le prove, anche le più tremende, nella in questa comune appartenenza. Le famiglie di origine e quelle che si vanno formando, le trame di rapporti di amicizia che vivono in modo intenso i vari personaggi sono la struttura portante dell’intero romanzo. Ma, come ha tante volte evidenziato monsignor Luigi Negri, grande estimatore del Cavallo rosso e amico di Eugenio Corti, considerato da lui «maestro di fede e di cultura», questo popolo è originato dalla fede e fondato in essa. Una fede che non può essere vissuta in modo intimistico ma al contrario è educata e tramandata di generazione in generazione nella vita comunionale e, a sua volta, è in grado di far nascere e crescere un popolo nuovo.

Non contano le dimensioni di questo popolo, perché questo vale sia laddove le condizioni sono favorevoli, come nella Brianza della prima parte del romanzo, presentata come una terra di tradizione cattolica, sia laddove questo popolo diventa minoranza, osteggiata se non addirittura perseguitata, come nello scenario dei lager o nel contesto della secolarizzazione del dopoguerra.

Ecco allora che, oggi più che mai, in un’epoca dove quel processo di secolarizzazione si è ulteriormente radicalizzato e diffuso e, soprattutto, si è affermato un modello di vita individualistico, nel quale l’uomo è ridotto a un atomo isolato la cui felicità è erroneamente presentata come il perseguimento del piacere individuale, il romanzo propone una vera e propria alternativa. La vita non si può realizzare a prescindere dalle relazioni da cui scaturisce e in cui si costituisce, orizzontalmente, con gli altri uomini e, allo stesso tempo, verticalmente, con Dio.

Come già evidenziava Adriano Bausola nel 1983, in una delle prime recensioni del volume, parlando di Corti, «quello che gli preme soprattutto dirci è che questa concezione non è utopia, che essa è stata vissuta da tanti, in intere società», aggiungendo che essa diventa così «una sfida inevitabile per il lettore contemporaneo, e perciò lo coinvolge fino in fondo».

Alla ricerca della verità della vita

La seconda. Tutto il romanzo è pervaso, come tutta la produzione letteraria e saggistica di Corti, dal desiderio della conoscenza del vero. È questo desiderio che spinge l’autore a scegliere come fronte militare di destinazione quello russo, perché egli vuole conoscere direttamente, al di là delle interpretazioni propagandistiche e ideologiche, quali siano davvero le conseguenze dell’esperimento del comunismo sovietico, ovvero del tentativo di costruire una società pensata e realizzata senza Dio.

Questo desiderio di verità non è però da intendersi solo come una conoscenza, potremmo dire, di carattere intellettuale o ancora meglio di carattere intellettualistico. Non manca certamente in Corti la capacità di approfondire e, soprattutto, la pazienza di studiare con attenzione le dinamiche storiche, economiche e sociali delle quali egli narra, tanto che la scrittura del Cavallo rosso si è prolungata per ben undici anni, anche perché egli ha voluto prepararsi a fondo. Tuttavia, nelle pagine del romanzo, come nella vita di Corti, è evidente che il rapporto con la Verità si traduce per l’uomo in un compito da servire, una vocazione che accompagna e definisce qualsiasi altra forma specifica essa assuma.

Il vero non è il prodotto dell’intelligenza umana ma una misura che la eccede e la trascende alla quale essa è chiamata a conformarsi. Un compito nel quale l’uomo, attraverso non poche fatiche, tradimenti, a volte anche eventi tragicamente negativi, spesso dolorosi, è destinato a vedere realizzato il desiderio di bene, l’inestirpabile domanda di felicità che urge nel suo cuore, solo se accetta l’intervento di Dio nella propria esistenza e nella storia. È il grande tema della Provvidenza – forse uno dei più importanti del romanzo –, la quale realizza questo bene per l’uomo in una prospettiva escatologica, secondo quanto annotava Cornelio Fabro che ha definito Il cavallo rosso come «il romanzo del trionfo cristiano del bene sul male […] nella luce eterna di Dio, che non conosce tramonto».

Credo che nel nostro contesto – paradossalmente allo stesso tempo relativista, per il quale sembra impossibile anche solo parlare di verità, e razionalistico, per il quale la ragione diventa la misura del reale, tanto che esiste solo ciò che si può razionalisticamente comprendere – il rapporto personale ed esistenziale con una verità trascendente suggeritoci dalle pagine di Corti è quanto mai importante e, anche in questo caso, una importantissima fonte alla quale attingere per «non conformarsi alla mentalità di questo mondo».

Come in terra così in cielo

La terza. Come già suggerito anche dalla breve sottolineatura sulla Provvidenza, tutto il romanzo richiama fortemente, ad esempio attraverso le morti di alcuni dei personaggi e il riferimento agli angeli che intervengono più volte nelle vicissitudini narrate, la convinzione che la vita degli uomini non si esaurisca nella vita terrena. Anche da questo punto vista si tratta di una vera e propria provocazione per la nostra mentalità oscillante tra un materialismo che nega qualsiasi orizzonte ultraterreno e uno spiritualismo che tende a concepire in modo contrapposto l’una e l’altra dimensione, quella terrena e quella celeste.

La prospettiva della vita eterna è quella di un compimento, certamente secondo una trasformazione difficilmente immaginabile, di questa vita, non la sua negazione: «Troveremo una felicità duratura: quella che tutti cerchiamo sempre anche qui sulla terra, perché appunto per essa siamo costruiti». Così padre Rodolfo spiega la vita eterna a Gerardo nel Cavallo rosso in pagine toccanti e commoventi nelle quali si afferma la possibilità di ritrovare in Paradiso le persone amate perché l’amore è un bene e in Dio si trova ogni bene.

Come ha avuto modo di evidenziare il cardinale Angelo Scola, proprio commentando le pagine di questo romanzo – intervento che sarà visibile nei filmati video presenti in mostra –, l’opera di Corti può aiutare a correggere «l’errore oggi purtroppo assai diffuso anche tra cristiani: separare la vita terrena dalla vita eterna, come se fossero due realtà, mentre sono un’unica cosa».

Chi ha collaborato alla realizzazione della mostra

Certamente si potrebbero aggiungere altre prospettive che rendono Il cavallo rosso un romanzo estremamente importante per l’oggi, ma per questo rimando alla stessa mostra e concludo invece con un’ultima osservazione sulla genesi proprio di tale lavoro. Esso ha visto la collaborazione di molte persone, i cui nomi si possono trovare sulla scheda ufficiale sul sito del Meeting, e di molte realtà istituzionali e associative che hanno lavorato insieme. Innanzitutto l’Università Cattolica del Sacro Cuore con il “Centro di ricerca Letteratura e Cultura dell’Italia unita – Francesco Mattesini” e l’Associazione Eugenio Corti presieduta dalla signora Vanda di Marsciano Corti. E poi altre ancora: l’Associazione culturale internazionale Eugenio Corti, voluta e realizzata da lettori appassionati dell’opera dell’autore brianteo; l’Associazione culturale Tu Fortitudo Mea, nata per custodire e promuovere il magistero di monsignor Luigi Negri, del cui legame con Corti è già stato detto (sul sito dell’Associazione potete trovarne spiegate ancor meglio le ragioni); il Centro studi Eugenio Corti di Besana in Brianza, sorto proprio nel paese di origine dello scrittore.

Sottolineare questo aspetto è utile per capire come, secondo una prospettiva già inaugurata da qualche anno con la nascita del Premio internazionale Eugenio Corti – la cui cerimonia si svolgerà proprio al Meeting di Rimini con l’intervento, tra gli altri, di monsignor Massimo Camisasca, lunedì 21 agosto alle ore 21 –, la cooperazione tra differenti realtà associative e l’università abbia avviato una decisiva e quanto mai proficua strada di studio e di approfondimento delle opere di Eugenio Corti.

* * *

Giulio Luporini, autore di questo articolo, è presidente della Associazione culturale Tu Fortitudo Mea

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.